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Congedo di paternità: per l'Europa diventa obbligatorio

La Direttiva del Parlamento europeo introduce l'obbligatorietà del congedo di due settimane per i padri al 100 per cento dello stipendio, mentre sulle disposizioni per le madri, la legislazione italiana è più avanzata.

» Pari opportunità Silvia D'Ambrosi - 26/11/2010

Lavoro e tutela della maternità. Il confronto è sempre utile e piacevole quando, e non è cosa frequente, si scopre di avere in Italia una legislazione più avanzata che nella media dei Paesi europei. L'occasione di una tale riflessione è stata offerta dalla recente 'Direttiva varata dal Parlamento europeo in materia di congedi di maternità' che si fonda su tre punti fondamentali. I primi due si presentano come fortemente al di sotto dello standard della normativa già in vigore in Italia.

CONGEDO DI MATERNITA'. Il primo obiettivo del Parlamento europeo è stato quello di migliorare le condizioni delle lavoratrici che aspettano un bambino, aumentando le settimane minime di congedo di maternità, retribuite al 100 per cento dello stipendio, da quattordici a venti, innalzando la soglia rispetto alla proposta della Commissione europea, che la fissava a diciotto. In Italia questo è un diritto acquisito già da diversi anni. Occorre, però, rendere omogeneo il provvedimento - relativamente alla retribuzione piena - a tutte le categorie; attualmente, infatti, per alcune tipologie di contratti il contributo è limitato all'80 per cento. Questo primo obiettivo, invece, rappresenta una vera opportunità per le donne tedesche, francesi e inglesi che, diversamente dalle italiane, usufruiscono di congedi meno lunghi e con retribuzioni non piene. La Direttiva ha voluto stabilire le regole minime al livello europeo, lasciando liberi gli Stati Membri di introdurre o mantenere regimi di congedo più favorevoli a quelli della Direttiva stessa.

DIVIETO DI LICENZIAMENTO IN GRAVIDANZA. Secondo obiettivo dell'UE è stato quello di offrire una maggiore protezione per le donne lavoratrici, vietandone il licenziamento per un periodo minino che va dall'inizio della gravidanza ad almeno sei mesi dopo il termine del congedo di maternità. Anche in questo caso, l'Italia può vantare una normativa più avanzata. Infatti, nel nostro Paese il licenziamento è vietato fin quando il bambino non compia un anno di vita. Tuttavia, a fronte della nostra legislazione più "illuminata", i sindacati hanno spesso registrato casi di aggiramento della legge, come quando in sede di colloquio di selezione alle donne viene chiesto di presentare un certificato che attesti che non si è in gravidanza, oppure quando vengono fatte firmare lettere di dimissioni in bianco contestualmente all'assunzione, prontamente utilizzate dal datore di lavoro nel caso in cui la lavoratrice resti incinta. La Direttiva prevede, inoltre, che al rientro dalla maternità si avrà diritto a tornare all'impiego precedente o equivalente mantenendo la stessa retribuzione e categoria professionale, nonché il diritto di chiedere il part-time.

CONGEDO DI PATERNITA'. La vera novità è il terzo obiettivo della 'Direttiva che riguarda il congedo obbligatorio' per i padri del nascituro. I padri dovranno usufruire di almeno due settimane di congedo pienamente retribuito e non cedibile alla madre, essoovvero dovrà essere preso durante le venti settimane del congedo della madre anche se l’unione non è formalizzata dal matrimonio. In Italia, in realtà, già dal 2000 esiste per il padre la possibilità – non c’è obbligatorietà – di prendere tre giorni di congedo alla nascita del figlio e successivamente un periodo al 30 per cento del salario anche durante il periodo di congedo obbligatorio della madre. Attualmente, però, solo un padre dipendente pubblico può usufruire del congedo a retribuzione piena e limitatamente al primo mese. Questa possibilità offerta dalla legge del 2000 è stata in realtà molto poco utilizzata dai padri per ragioni economiche: la riduzione al 30 per cento del salario è troppo grande e vi è preoccupazione su possibili ripercussioni sulla carriera. 

In realtà, il fattore culturale ha giocato, e gioca, un ruolo importante. I padri che decidano di assentarsi per accudire al bambino insieme alla madre temono di essere oggetto di beffe e canzonature nell'ambiente di lavoro. La direttiva mira, allora, anche ad operare un necessario cambiamento culturale e Silvia Costa - europarlamentare che si è personalmente battuta per l'approvazione della Direttiva - sottolinea sul suo sito come "la disposizione abbia un significato simbolico e concreto: il coinvolgimento precoce e l'affiancamento del papà a tante mamme che spesso affrontano da sole, se prive di reti familiari, il rientro a casa con il bimbo, con depressioni ed ansie"". Si tratta, quindi, di un  provvedimento che potrebbe rimuovere "una cultura radicata di ineguaglianza nella distribuzione del lavoro e delle responsabilità familiari, ma anche di ineguaglianze sul posto di lavoro".

La Direttiva è partita dall'idea di concepire strumenti per favorire la crescita dell'occupazione delle donne e della fecondità. Tuttavia, secondo il sito lavoce.info, nonostante in Italia le due disposizioni (venti mesi di congedo maternità e protezione dal licenziamento) siano in vigore da tempo, si continuano a registrare tassi di occupazione femminile bassi (45 per cento) e bassi tassi di fecondità (1,3-1,4 figli per donna). In Gran Bretagna e Francia, invece, dove queste due disposizioni non sono "altrettanto generose, i tassi di partecipazione al mercato del lavoro delle donne con figli superano il 60 per cento". Il fatto è che in questi paesi ciò che "funziona è il sistema di servizi per la conciliazione e quello della agevolazioni fiscali alle famiglie con figli in presenza di maggior opportunità di lavoro per le donne".

La Direttiva contiene comunque norme migliorative delle attuali protezioni in vigore in molti Stati Membri europei, e stabilisce anche di estenderle alle lavoratrici autonome, a quelle domestiche, nonché ai genitori che adottano bambini di età inferiore ai 12 mesi. Infine, congedi supplementari sono previsti, tra gli altri, per i parti plurimi, per quelli prematuri, per le nascite di bambini con handicap e per le madri disabili. Il provvedimento è all'esame del Consiglio Europeo, dove potrebbe trovare la forte opposizione di alcuni Paesi che ritengono la proposta troppo onerosa sul fronte del welfare.


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Miglioramento di sicurezza e salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, o in periodo di allattamento 
Silvia Costa, europarlamentare