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Alessio Boni: l'antidivo gentiluomo

Riservato ma generoso, uno dei più acclamati attori italiani del momento racconta i suoi ultimi lavori, gettando uno sguardo appassionato anche al passato. Un viaggio professionale e umano sull'onda dell'autenticità.

» Cinema: Protagonisti Paola Simonetti - 03/11/2010

Usa una gentilezza oggi tristemente fuori moda. Ogni appuntamento è debito, mancare per lui non è pensabile. Solo un odioso accidente, come la macchina in panne su una strada sperduta, può impedirgli di mantenere una promessa. Salvo poi farsi perdonare donandosi quasi senza riserve. Il tacito accordo è che la vita privata resti fuori, nel rispetto della sua persona. Un patto condivisibile. “I giornalisti sanno essere davvero insopportabili”, dice mantenendo il suo proverbiale garbo.

Alessio Boni, 45 anni, lombardo di nascita toscano di adozione, uno dei più richiesti e acclamati attori di ultima generazione, sa concedersi in prima persona. Ci mette la faccia sin dai primi contatti, niente uffici stampa, niente segreterie. L’autenticità è la sua prassi esistenziale fuori e dentro il set. Un valore che, racconta, ha imparato circa 20 anni fa all'Accademia d'arte Drammatica 'Silvio D'Amico' di Roma, quando il suo mentore era  Orazio Costa. Da lui ha acquisito anche "la capacità di abbracciare e contemplare la vita, per poi restituirla indietro, sulla scena, nella nudità del sentimento". Il turbine delle sue argomentazioni ha un'energia contagiosa, capace di mandare in frantumi la scaletta preconfezionata delle domande. Forse è così che tiene a bada anche i giornalisti molesti.  

Alessio, ti senti a tuo agio come attore in Italia?
"É una lotta costante, faticosa. Perché è un mestiere mortificato. Dilaga una malacultura dell'apparire ad ogni costo, che ha penalizzato i professionisti a beneficio dei furbi. Si dovrebbe tornare a capire che fare questo lavoro richiede formazione, fatica, impegno, anni di duro cammino. Senza perseguire il successo".

Il successo è un valore così deleterio?
"É il più grosso rischio che si corre in questo mestiere. Se ne dovrebbero tenere a distanza gli esordienti così come coloro che la popolarità l'hanno già ottenuta. Può farti dimenticare dove risiedono le radici della vita, della tua umanità, che sono poi le fonti da cui sgorga la linfa necessaria che alimenta questa professione. Quando cominci ad essere più preoccupato degli alberghi a cinque stelle e dei locali esclusivi che del tuo lavoro, allora vuol dire che sei diventato una 'cosa' e hai fallito come attore. I settarismi, a mio parere, sono da bandire. L'onestà e la sincerità verso lo spettatore è il valore che perseguo da sempre. L'unico che abbia un senso nella mia vita professionale e sa generare il rispetto che cerco". 

Tu come resti agganciato alle tue radici?
"Ti basti sapere che mentre ti parlo con l'auricolare cammino a piedi nudi sull'erba del giardino nella mia cascina qui in Toscana. Sto potando i miei ulivi perché a novembre si fa la raccolta delle olive e ho appena salutato il mio amico contadino che mi offre la sua sapiente consulenza. É questo il ritmo di vita che mi consente di essere a contatto con me stesso. Ho scelto questo luogo per restare abbracciato alla natura, l'unica che sia in grado di rigenerarmi prima di passare ad un nuovo personaggio. Ho bisogno di neutralità totale. Non nascondo le mie altre passioni che sono il nuoto, la moto, i viaggi, ma è qui che rinascono tutte le mie più vitali energie. La natura ha una sua perfezione che riesce a penetrare dentro di me. Qui posso sorvegliare senza sforzo il passare delle stagioni e delle ore: quando mi sveglio non tocco neppure l'orologio e so che ore sono guardando la luce del giorno. In città non lo vedi neppure il sole…"

É questa la tua vera libertà.
"Io sto investendo energie e lavoro solo in questa mia casa di campagna. Mai acquistato un appartamento in città. Ne ho uno in affitto a Roma per pura necessità pratica. Questo dove ho scelto di vivere, è il posto magico che cercavo. É un sogno, ed è vietato calpestare i sogni…(mentre parla stacca una prugna dall'albero e la mangia… ndr)".

Parliamo dei tuoi ultimi lavori. Sei reduce dalle riprese in Lituania, dove con la tua collega Vanessa Incontrada hai girato 'I cerchi nell'acqua', che vedremo forse la prossima stagione su Mediaset. Come è andata?
"Per me è stato una sorta di ritorno: in Lituania girai per cinque mesi e mezzo 'Guerra e pace'. Ma questa è stata la prima volta con il regista Umberto Marino e la prima con Vanessa. Mi sono trovato molto bene".

Ti sei misurato con un mistery.
"Un genere inconsueto per la tv: credo faccia un po' paura, dopo  'Il sesto senso' in poi nessuno osa più a riguardo. Questa miniserie ha una sfumatura paranormale che è veramente intrigante. Ti calamita e ti porta fino all'ultima puntata perché vuoi capire come andranno veramente le cose. Sono un fotografo che vive a New York e che torna al paese di origine, con il quale non ha più avuto contatti. Il perché è sconosciuto e pian piano si dipana il mistero. Il pubblico farà delle associazioni con alcuni fatti che lentamente si susseguiranno".

Un genere fino ad ora poco indagato per te.
"Per questo mi ha incuriosito e mi ha fatto dire subito sì. Non è stato il solo personaggio ad attrarmi, l'intera sceneggiatura mi ha intrigato. L'interpretazione peraltro ha comportanto un lavoro complesso. Ci è voluto un attento equilibrio, una particolare armonia: non potevo eccedere, stavo sempre sul filo del rasoio, dovevo far capire, ma non troppo. Umberto in questo è stato straordinario: ha fatto un connubio tra sceneggiatura (che ha scritto lui stesso) e regia, sapendo toccare corde delicatissime. Mi ha guidato dandomi delle indicazioni molto molto pragmatiche, precise su cosa dare e cosa lasciare sospeso. A volte davo per scontate delle sfumature che si rivelavano inopportune per quello che invece era necessario. Sono stato molto contento di questo lavoro, anche per la presenza di attori lituani straordinari, a parte gli interpreti italiani".

É complicato o stimolante lavorare in un cast, una troupe composta da italiani e stranieri?
"Innegabile che in principio occorra ambientarsi, capire le nuove dinamiche di una cultura diversa. Dopo però basta solo uno sguardo per comprendersi. Si crea una sintonia speciale. Il confronto diventa scambio. Anche perché quando si fa il mio lavoro, si passa più tempo sul set con il proprio marito o la propria moglie. La cosa più sorprendente è che anche il macchinista che dava indicazioni in romanesco ha saputo farsi capire dal tecnico lituano che non parlava una sola sillaba di italiano: "Aho! Spostete!", e l'interessato capiva (ride ndr)".

É il linguaggio istintivo degli esseri umani che si incontrano.
"Brava, esatto! E questa la considero sempre una piccola vittoria. A me piace molto quando c'è questo scarto fra esseri umani, l'intesa, l'empatia, la capacità di capirsi al di là della lingua, perchè protesi per lo stesso obiettivo. É un'energia che sale, un motore propulsivo che trasporta tutti".

Ti capita spesso di vivere questa atmosfera sul set?
"Tutt'altro, è cosa davvero rara. L'apoteosi di questa condizione fu 'La meglio gioventù', un vero stato di grazia. Percepivo che tutto andava da sé, in una sorta di magica alchimìa. Ognuno dava il meglio, come probabilmente faceva in ogni film, ma in questo caso la mano di Giordana seppe dare uno scatto in più. Trovò quei 12 attori di primo livello provinando non interpreti, ma persone che potessero incarnare anime. Il valore aggiunto fu questo, ferma restando la bravura di ognuno. La linfa della storia poi ebbe la capacità di trasfondersi nel lavoro sul set. Nessuno volle mai prevaricare l'altro, ci si aiutava, si discuteva, ci si confrontava con una collaborazione straordinaria. Eramo un gruppo che si dava manforte. Nulla sapeva distoglierci, neanche i disagi pratici: una volta ci ritrovammo a cambiarci sotto una tenda, per la mancanza del camper. L'altezzosità che spesso rovina l'atmosfera di un set, lì era completamente assente".

É stata forse questa la forza di un film, che sembra aver marcato un'epoca.
"Credo che la macchina da presa sia in grado di fare la radiografia dei sentimenti. Se due attori hanno litigato sul set, la pellicola lo cattura. Perché quel che vivi come persona ti rimane addosso, anche quando il trucco di copre il viso, quando si riaccendono i riflettori. Non c'è scampo. Lì non ci fu ostilità di sorta, non c'è mai stata in sei mesi di riprese, te lo garantisco. Teneva banco la propensione di tutti a mettersi a servizio totale di un progetto che amavamo. Tra noi attori ci si telefonava a casa ragionando su una scena, un dialogo da recitare il giorno seguente. Per farti capire a che livello la passione girava, ti dico che dopo sei mesi di lavoro (cominciammo a gennaio del 2002 e finimmo nel luglio successivo), Giordana cominciò a montare, ma ad ottobre si accorse che mancavano due scene per lui cruciali alla logica della storia. Mi chiamò per comunicarmelo, avvertendomi anche che i soldi erano già finiti. Senza esitare un solo attimo ci mobilitammo tutti un sabato e una domenica per girare di nuovo. Due giorni straordinari, fatti di un autentico calore amicale e professionale. Li ricorderò a lungo".

Alessio, attualmente sei anche in un lavoro per la regia di Margarethe Von Trotta.

"Sì, è 'Il Viaggio di Teresa', uno di quattro film a se stanti che compongono un bel progetto corale della Rai, prodotto da Claudia Mori dal titolo 'Un corpo in vendita': quattro storie per raccontare e denunciare la violenza sulle donne. Io interpreto il ruolo di un medico che esercita sulla moglie, Stefania Rocca, uno dei tipi di violenza più subdola, quella psicologica. La sfumatura che mi ha interessato leggendo la sceneggiatura è la distruzione di un luogo comune: che il sopruso, la brutalità sia legata ad una condizione di degrado sociale. Questo è assolutamente falso. Il mio ruolo è bestiale, freddo. Vedremo che cosa ne uscirà".

Sei critico con te stesso?
"Guai se non lo fossi. Dentro di me non mi sono mai detto "che straordinario lavoro che ho fatto". Mai accaduto. Non so neanche come si possa formulare un pensiero simile. Sono incline ad una continua ricerca, un continuo contrasto. E da un certo punto di vista è stimolante quando resto deluso da quello che ho fatto, è uno spunto per ricominciare a cercare il meglio".

Sei così analitico anche con il lavoro dei tuoi colleghi?
"Sì, ma sull'eccezionale bravura degli altri sono capace di grandi slanci. Sono avulso dalla competizione che spesso permea questo mondo. Il bello mi piace, perché mi fa sentire arricchito nel profondo, mi fa stare bene". 

La sera torni a casa, ti chiudi la porta alle spalle, vai a letto, occhi al soffitto: fai più bilanci o progetti?
"Bella domanda! Fino a qualche tempo fa decisamente ero più incline ai progetti, ai nuovi propositi. Da un paio di anni, forse proprio da quando sono in questa casa, faccio invece bilanci. Ma dentro non ci sono solo io, ci sono tutti quelli che mi ruotano attorno. É un bilancio generale: mio padre e mia madre, gli amici, coloro che incontro nella vita e che mi colpiscono per come ci stanno dentro alla vita. Se ti conoscessi probabilmente ci saresti anche tu. Gli altri mi hanno sempre incuriosito. Soprattutto i volenterosi, quelli che contro tutto e tutti, dritti come un volo di freccia si buttano verso la perdizione pur di perseguire il loro obiettivo, la cosa che vogliono fortemente realizzare. Come fece Caravaggio. Per fortuna lui è stato così cocciuto!"

E su te stesso tiri le fila in modo positivo?
"Mi considero un privilegiato. Quasi non so dire come mi sia arrivato tutto il buono che ho avuto la fortuna di vivere. Ci sono stati miei colleghi eccelsi usciti dall'Accademia che faticano. E arrivati alla mia età, quando si comincia ad avere famiglia, la frustrazione e i problemi pratici si fanno davvero pesanti, iniziano profonde  crisi. Quando la passione è totalizzante, ma si è costretti a fare altro, la sofferenza è moltissima".

Una cosa però comune a molti tipi di passione.
"Se ti piace scrivere puoi farlo anche in solitudine, per te stesso. Il mestiere dell'attore, purtroppo, non è possibile praticarlo davanti allo specchio: devi avere un pubblico vero. Senza si rischia di appassire".

 
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- Il sito di Alessio Boni