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'Buried': un thriller vi seppellirà

Arriva tra rimandi hitchcockiani e kafkiani il film evento dello spagnolo Rodrigo Cortés, girato tutto tra le anguste pareti di una bara, sepolta da qualche parte in Iraq. Ma, assicura il regista alla stampa, "non è un film politico".

» Cinema: Protagonisti Laura Croce - 18/10/2010
Fonte: Immagine dal web

Un giovane regista spagnolo che alla sua opera seconda assurge già all'Olimpo di Hollywood, guadagnandosi l’attenzione di registi come Spielberg e Christopher Nolan; un successo strepitoso al Sundance, una delle manifestazioni più importanti per il cinema indipendente internazionale; una star in ascesa come Ryan Reynolds come unico interprete sullo schermo e, soprattutto, un soggetto che sfida le principali convenzioni del cinema di tensione. 

È con queste premesse altisonanti che è stato presentato al mondo 'Buried', di Rodrigo Cortés: un  thriller girato interamente all'interno di una bara sepolta sotto terra, dove il protagonista del racconto si sveglia senza sapere bene come ci sia finito e senza mezzi per uscirne, salvo pochi attrezzi elementari e un misterioso cellulare con le scritte in arabo. Un'operazione che parte dunque con le carte in regola per dimostrarsi avvincente e coraggiosa. Ma quando si vola troppo vicino al sole, il rischio è sempre quello di precipitare rovinosamente nel mare delle promesse non mantenute. Specie quando si vogliono citare mostri sacri come Hitchcock e quando ci si infiltra in territori minati quali il conflitto in medio oriente e le dubbie strategie umane e militari del Governo statunitense. Il questa intervista il giovane Cortés ci spiega come è nato il progetto e le difficoltà incontrate nel girare questo film:

Rodrigo Cortés, com’è nato il progetto di ‘Buried’, con la sua idea di fondo terrificante e originale?
"L'idea è stata dello sceneggiatore Chris Sparling, ma questa è stata la parte più semplice, dopodiché abbiamo dovuto girare per Hollywood per un anno in cerca di qualcuno che non pensasse che 'Buried' fosse un progetto magnifico, ma irrealizzabile. Tutti se ne tenevano il più lontano possibile mentre io ero attratto proprio dal fatto che sembrasse un progetto senza chance. Mi dicevano 'sarà un piccolo film, sperimentale, da 'museo', mentre io rispondevo 'assolutamente no, sarà come Indiana Jones, solo dentro una cassa da morto' ".

Avete avuto difficoltà a trovare l’attore protagonista?
"Non è stato facile, ma è stato rapido. Tempo fa vidi Ryan Reynolds in un piccolo film con una pessima distribuzione, 'The Nines', di John August. Lo avranno visto forse 5 persone nel mondo, compresa la mamma di Reynolds. Grazie a quel film ho però scoperto un attore capace di esprimere un ventaglio di emozioni immenso attraverso dettagli minimi della propria fisicità e della propria fisionomia. È un interprete con un senso perfetto  del timing: mai visti prima tempi così perfetti tranne che in Cary Grant. Lui è come uno Stradivari, la sua è una musica. Ha anche dei perfetti tempi comici, il che è si è rivelato ideale per un film come 'Buried', la cui struttura in fondo è molto simile a quella di una commedia dove il protagonista viene maltratto in continuazione da tutti. Tornando a Reynolds, la prima volta che lesse il copione ne fu entusiasta, ma pensava anche lui che si trattasse di un'idea irrealizzabile, forse adatta per un libro. Qualcosa però gli doveva essere scattato, perché chiese di vedere il mio primo film. Così gli mandai quello più una memoria di 15 pagine su ''Buried', e quando ci incontrammo a Los Angeles per discuterne, dopo 20 minuti ci stavamo già salutando con una stretta di mano e un accordo sul film. Perciò è andata così, in modo ridicolmente semplice".

L'idea che il protagonista nella bara sia un ostaggio nelle mani di rapitori iracheni è nata da uno spunto di cronaca?
"No, i criminali non sono così creativi. Fortunatamente. I sequestri di solito sono più rapidi ed efficaci, vanno subito al sodo. 'Buried' è solo un thriller ad altissima tensione, pieno di suspense e anche di action, ma tutto chiuso dentro una cassa. È un film che vuole essere un’esperienza fisica. Non va visto solo con gli occhi ma con la pelle, i muscoli e il sangue. L’idea è che lo spettatore esca dalla sala desiderando di avere un massaggio intensivo e con due chili di meno".

Quali sono state le difficoltà incontrate dal punto di vista tecnico?
"La cosa più importante per un film come 'Buried' è evitare il senso comune e la logica: sarebbero la sua morte. La prima idea che ho avuto ben fissa in mente è stata quindi evitare di pensare alla cassa e ai suoi limiti, che altrimenti sarebbero stati una restrizione troppo grande. Se avevo bisogno di un carrello, di  un travelling a 360°, della macchina a mano o di altri espedienti classici per creare un’emozione, non rinunciavo mai  a usarli. I trucchi comunque sono stati vari. Uno, non pensare al film 'dentro alla cassa', ma come se fosse un thriller girato per le strade di Los Angeles. Due, usare tutti gli strumenti del cinema. Tre, risolvere i problemi uno alla volta man mano che si presentavano. Abbiamo infatti costruito sette casse diverse per rendere ogni movimento di camera possibile. Una bara aveva le pareti mobili, in modo che la macchina da presa potesse avvicinarsi per i primi piani inquadrando però sempre la cassa sullo sfondo; una era particolarmente lunga, in modo da permettere i carrelli; una era rinforzata in modo che il protagonista la potesse colpire con forza; un'altra era pensata apposta per consentire la caduta della sabbia. Tutto è stato costruito in modo da permetterci ogni piano impossibile".

Anche Tarantino ha ambientato la scena forse più famosa di 'Kill Bill' in una bara, sottoterra.
"Nel film di Tarantino si fa un uso magnifico di fotografia e suono, ma è solo una scena di 6 minuti, ''Buried'' invece ne dura 90. Purtroppo quando si fa un film  come questo non  ci sono molti modelli  in circolazione a cui ispirarsi. Gli unici potrebbero essere Hitchcock e le sue opere più sperimentali, come 'Prigionieri dell'oceano'. Ma rispetto a quel film, in 'Buried' ci sono ancora meno possibilità: gli unici strumenti a disposizione sono la luce, il movimento, l'attore e il suo personaggio. L'obiettivo è fare in modo che l'universo che ruota intorno al protagonista entri tutto nella bara senza che la macchina da presa o il racconto si spostino mai da lì dentro. Hitchcock rimane comunque il Maestro, colui che ha fatto già tutto, lo ha fatto prima e lo ha fatto meglio, e che mi ha insegnato la regola fondamentale: lo spazio e il tempo fisico non contano, esistono solo lo spazio e il tempo filmico e quelli si dilatare a piacimento".

In 'Buried' si parla molto dell'Iraq, della situazione umana sia dei 'terroristi', sia degli occidentali che vanno lì assolutamente impreparati rispetto alla realtà che gli aspetta. Si può parlare di antimilitarismo?
"No, non intendevo affrontare questi temi nel mio film. Parlando sempre in termini hitchcockiani, L'Iraq in 'Buried' è il Mc Guffin, vale  a dire un semplice pretesto per far andare avanti la trama. Di sicuro mi interessava anche la posizione umana di ciascuno dei personaggi, ma le verità politiche cambiano ogni tre giorni, per cui ho cercato storie con una forte capacità metaforica. Non faccio filtrare le miei idee nel film, anche perché non sono sicuro di avere una mia opinione precisa a riguardo. Quello che posso dire è che il vero nemico, in 'Buried', non sono la guerra o i rapitori iracheni, ma la mediocrità dell’uomo burocratico. È qui che scatta anche l’immedesimazione con il protagonista: tutti abbiamo passato ore attaccati a un telefono cercando di cambiare compagnia telefonica, avere un'informazione o sporgere un reclamo. Sono ore estenuanti in cui ti rimbalzano da una voce registrata all'altra, e quando finalmente riesci a parlare con qualcuno di umano, ti accorgi che l'unica cosa che gli preme è passarti a qualcun'altro. 'Buried' mette in luce che chi prende le decisioni oggi, lo fa senza assumersi alcuna responsabilità. Come in una commedia kafkiana, anche se le risate che suscita sono risate un po' colpevoli".