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'Essential killing': intervista a Jerzy Skolimowski

I segreti del film sull'essenza dell'omicidio che ha conquistato Venezia guadagnandosi il Premio Speciale della Giuria e la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile.

» Cinema: Protagonisti Laura Croce - 26/09/2010
Fonte: Immagine dal web

In un paesaggio desertico, un uomo con barba e turbante da talebano fugge disperatamente da un manipolo di soldati americani viene catturato, torturato, incappucciato e vestito con le tute arancioni che tutti abbiamo imparato a conoscere tramite le guerre in Iraq e Afghanistan. Un film di guerra? Un film di denuncia o d'azione? Niente di tutto questo: 'Essential killing', del regista polacco Jerzy Skolimowski, ha conquistato il Premio Speciale della Giuria della 67a Mostra del cinema di Venezia utilizzando un incipit sconcertante per poi sfociare in un racconto classico, solo visivamente molto curato, di fuga, sopravvivenza e lotta contro la natura selvaggia. 

Da un deserto di rocce e sabbia, che sa di amara attualità, a un deserto asettico di neve candida, dove ogni riflessione sociale si diluisce in un discorso iper-estetizzante (volendo anche molto superficiale) sull'istinto primordiale all'omicidio e alla sopraffazione. Protagonista assoluto, un Vincent Gallo che pure ha conquistato il Festival aggiudicandosi la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile. In questa intervista Skolimowski ci racconta cone è nata l'idea di questo film, del sodalizio artistico con Gallo e dell asua lunga assenza dal grande schermo:

Come si è evoluto il progetto del film? Nelle note di regia dice di essersi ispirato a un episodio di cronaca: la scoperta di un sito operativo della CIA in Polonia, non lontano da casa sua.
"In effetti una delle mie intenzioni era elaborare un progetto che mi permettesse di lavorare come nel mio film precedente, girato letteralmente intorno a casa mia, circondato dalla foresta. Una comodità davvero unica. Poi si è scoperto che la zona era sorvolata da molti aerei militari che trasportavano prigionieri mediorientali in una base segreta della CIA in Polonia, a 20 km dalla mia foresta. Questo è stato il primo incipit del film". 

Poi cosa è successo?
"Un giorno ho sbandato con la macchina e mi sono ritrovato da solo nella natura, con molti animali intorno, e ho pensato che una cosa del genere sarebbe potuta accadere a chiunque, compreso uno di quei prigionieri. Così  ha cominciato a prendere forma la mia storia. Non volevo assolutamente fare un film politico: odio la politica e il cinema che ne parla, il mio racconto si concentra su tutt'altro. Narra di un individuo che lotta per sopravvivere. La politica è ridotta a qualche minima informazione indispensabile. Per questo per le prime scene del film ho scelto un'ambientazione ambigua, che potrebbe essere in Iraq o in Afghanistan. Ma in realtà si tratta di un poema, di una favola nera su di un uomo che si ritrova con braccia e gambe incatenate a meno 35 gradi in una foresta innevata".

Come è arrivato alla scelta di non utilizzare mai il dialogo?
"La scelta si è imposta da sola. Sulle prime avevo pensato di inserire una scena girata tutta in pashtun, dove  il protagonista Vincent Gallo tenta di chiamare la moglie con il cellulare trovato sul corpo di uno dei Marines uccisi, poi ho pensato che avvolgere il film nel silenzio sarebbe stato più interessante: non avevo bisogno di nessun dialogo".

Il titolo 'Essential killing' è interessante, ambiguo. Come è arrivato a un titolo così semplice al tempo stesso così pregnante?
"Ho subito intuito la necessità di un titolo che esprimesse in pieno la terribile condizione di chi si trova a dover salvare la propria vita. Fino a che punto si può arrivare, qual è il confine? Questa è l'essenza dell'omicidio, l'essenza dell'uccidere".

È stato difficile lavorare esclusivamente sui silenzi e sul corpo dell'attore?
"In generale le condizioni di lavoro sono state molto ardue. La maggior parte del film è stato girato a -35° in alta montagna, dove non puoi arrivare nemmeno col Gatto delle nevi. Dovevamo praticamente arrampicarci fino al set: tutta la troupe ha sofferto molto per la situazione, è stato di sicuro il film più difficile che abbia mai fatto. Vincent Gallo ha avuto il compito più ingrato di tutti, dovendo correre scalzo nella neve a quelle temperature".

Come si è trovato con Vincent Gallo?
"È stato davvero grande. A volte era difficile lavorare con lui ma ne è valsa la pena. Quando ho visto il risultato finale e quanto è stata fenomenale la sua prova, ho capito di aver fatto davvero la scelta giusta, nonostante tutte le divergenze sul set. D'altra parte Vincent è un attore che persegue l'immedesimazione totale con il proprio personaggio, e dovendo interpretare un ruolo così alienato,  in lotta con il mondo intero, spesso ha tenuto lo stesso atteggiamento nei confronti della troupe, forse a volte anche esagerando".

Come ha scelto le location?

"Con grande cura, ero consapevole che la natura avrebbe avuto una parte fondamentale in 'Essential killing': praticamente è lei l'altra star del film. Così ho cominciato a collezionare piccoli pezzi, come se fossero carte da gioco: un bel paesaggio di qua, un bel tramonto di là, però per lo più andavo a istinto. Non sapevo ancora bene  in che ordine avrei usato le scene, ma intanto le mettevo da parte".

Perché ha scelto un personaggio simile, così complesso come protagonista?
"Forse perché gli somiglio un po'. Sono un solitario come lui".

In effetti come autore tende a isolarsi, non ha praticamente nessuna relazione con il cinema europeo.
"Già, non sono per niente un personaggio pubblico, vivo nella foresta e non partecipo affatto a eventi o serate mondane. Preferisco rimanere isolato e ne faccio tesoro. È il mio carattere, ed era così perfino prima, quando vivevo a Malibu". 

Lei è stato per ben 17 anni senza fare cinema, come vi è tornato?
"Circa 20 anni fa decisi di  abbandonare la regia perché ero molto arrabbiato con me stesso per gli ultimi due film che avevo girato, davvero mediocri. Allora pensai di prendermi una pausa in attesa che mi tornasse 'l'appetito' per il cinema. Non progettavo uno stop di addirittura 17 anni, pensavo che sarebbero stati al massimo 3 o 4. Poi ho cominciato a dipingere, che è sempre stata la mia vera passione, e lentamente mi sono trovato in una vera carriera professionale da pittore, con tutti gli impegni del caso: mostre, fiere, vendite ecc. Così ho soddisfatto la mia necessità di essere riconosciuto come un artista di talento e a quel punto mi sono detto 'ok, sei pronto per tornare al cinema', perché ero sicuro che non avrei più fatto un film mediocre. E così è andata".

I colori giocano un ruolo fondamentale all'interno del film. Sono colori per lo più essenziali come il rosso, il blu, un'immensa distesa di bianco. Ha sviluppato un approccio pittorico anche come regista?
"Sì, certo, anche se non si tratta di una scelta poi così volontaria. Semplicemente, ho trasportato la mia estetica di pittore nel film in maniera istintiva".

Anche i sogni ricorrono e sembrano avere una parte importante in 'Essential killing'.
"Fanno  parte anche loro del mio dipinto, ho creato un film che rievoca la dimensione della  pittura. Perciò anche i sogni rientrano nella poetica di questo 'quadro filmato' ".

Allontanandoci un attimo dal film, che rapporti ha con Roman Polanski?
"Siamo grandi amici da molti anni, sono rimasto in contatto con lui per tutto il periodo in cui si è trovato nei guai in Svizzera. Sua moglie, Emmanuelle Seigner, ha un ruolo molto importante - seppur breve - nel mio film, proprio in virtù della nostra amicizia".