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I narratori del male: Biagio Proietti, "leggete, non limitatevi a guardare"
Sullo strapotere della tv nel veicolare film e informazione sul crimine, l'opinione di uno dei più prolifici sceneggiatori di gialli italiani. "La letteratura è più sana, ma una buona sceneggiatura sa costruire anche una buona televisione".
Titolo: Biagio ProiettiFonte: angolonero.blogosfere.it
Soggettista, sceneggiatore, regista, giallista. Biagio Proietti, romano, classe 1940, del fronte narrativo 'noir' ha scandagliato tutte le forme. Ne conosce metodologia, trucchi, punti deboli. E seppure la televisione e il cinema lo hanno catturato a lungo negli ultimi 30 anni, non nasconde la sua predilezione per la parola scritta. Quella con la quale ha amato ripercorrere spesso, con qualche nota di invenzione, i famosi delitti italiani.
E ammette: "Il male è da sempre molto più affascinante del bene. Io ne sono rapito, ma non per il puro piacere del male in sé, quanto per l'interesse verso il 'dietro la facciata', per così dire l'altra faccia della luna dell'evento criminale e del soggetto che lo attua. Qualcuno che è spesso insospettabile, non riconoscibile come autore di un crimine prima che lo compia. È molto facile nascondere il male in apparenze 'per bene' ".
Proietti, quali sono le differenze nel raccontare attraverso la letteratura pura e la sceneggiatura per film e fiction?
"I principi sono sempre gli stessi. L'importante è raccontare una storia e raccontarla bene. Sicuramente le tecniche sono differenti e anche il tipo di pubblico che fruirà la storia. In realtà le virtù essenziali devono essere le medesime: la cadenza ritmica, l'interesse. 'Acchiappiare' l'attenzione del pubblico e portarlo per mano fino alla fine".
Ma per rendere questo interesse valido nel racconto per immagini c'è sempre necessità di 'eroicizzare' il cattivo, rendendolo più interessante di quello che è nella ferocia?
"La risposta è complessa. Secondo me non sarebbe necessario, anche se molti lo fanno. Io, ad esempio, tendo a costruite alcuni cattivi che mi ispirano facendoli diventare più dubbiosi, meno ottusamente feroci. Non per redimerli, quanto per renderli più complessi, come d'altro canto è la natura umana. Non c'è dubbio, tuttavia, che anche questo può diventare un espediente narrativo efficace, che consente di trasformare il criminale in un soggetto imprevedibile e dunque più interessante".
Le polemiche che si sollevano spesso in casi di riproposizioni di fatti e personaggi criminali reali, sono quelle relative anche alle famiglie delle vittime, che si sentono mal rappresentate, se non dimenticate. Nello scrivere una storia di questo tipo ci si pone mai un problema di tipo morale?
"Anche qui non può esserci una risposta univoca. Tutto dipende dalla bravura e dalla serietà degli autori. Un esempio davvero buono è la ricostruzione televisiva del 'mostro di Firenze', dove protagonista era il padre di una delle ragazze uccise, interpretato da Ennio Fantastichini. Un personaggio molto più affascinante del 'cattivo', perché positivo nel suo coraggio di andare avanti e battersi per la verità. Nel caso di 'Romanzo Criminale' di Placido erano tutti cattivi, e le vittime contavano davvero poco. Ma è doveroso ricordare che alla base c'è un romanzo tratto dalle vere carte di un magistrato".
C'è il rischio di cadere in un cinismo fine a se stesso: è proprio necessario, per scopi narrativi?
"Sono dell'opinione che sia sempre bene parlare dei fatti reali. Se il prodotto risulta brutto, lo si accantona. Ma censurare o bollare a prescindere mi sembra scorretto. Risollevare interesse su fatti realmente accaduti può generare risvolti positivi nell'opinione pubblica. Non c'è dubbio che una buona scrittura della sceneggiatura dia spessore e serietà al racconto, anche se la ferocia è rappresentata a tinte forti: ci sono casi in cui la violenza sceneggiata bene si commenta da sé. Un esempio egregio è il film 'Sarcafe' del 1983, scritto da Oliver Stone e diretto da Brian De Palma, dove c'è grande abbondanza di violenza ma il personaggio interpretato da Al Pacino, nonostante il suo fascino, non perde nulla della misera decadenza e distruzione, che si trasforma, di fatto, anche in un giudizio implicito".
Con l'imperversare di fenomeni mediatici dedicati alla cronaca nera non c'è il pericolo di una banalizzazione del male?
"A mio avviso vanno fatte le debite distinzioni. Il rischio maggiore è nei tg e nelle trasmissioni tv, in cui si invitano ospiti e testimoni di un fatto a dare opinioni, giudizi, commenti che sembrano documentati ma non lo sono affatto. Ecco allora che quello che viene proposto come 'reale' non lo è neanche in questi casi, perché fortemente filtrato da autori, conduttori, scelte narrative e personaggi a cui vengono poste domande, che se fossero diverse porterebbero il discorso su percorsi diversi. Certamente si parla troppo di delitti e cronaca nera. E credo che la presenza dei minori davanti alla tv, dovrebbe farci impensierire".
Il delitto è stato da sempre al centro della letteratura e del teatro. La prepotenza dell'immagine, oggi, è la vera disfunzione?
"Credo proprio di sì. È stato questo elemento anche ad estremizzare, devo dire in modo eccessivo per i miei gusti, alcuni elementi del delitto: il sangue, il pulp. Io, che di televisione ne ho fatta tanta, non ho mai amato il sangue come presenza tangibile della violenza. Mi ha sempre affascinato più il risvolto psicologico, il concetto di morte e il dolore che provoca in chi la vive. Credo che la letteratura, su questo aspetto, sia di gran lunga più salutare di altri mezzi: leggere è filtrare con il pensiero e la fantasia. E a tutti dico: leggete, non limitatevi a guardare".
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