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I narratori del male: il fascino perverso del crimine in tv e al cinema

Fanno vendere giornali e pubblicità in tv: cronaca nera, processi mediatici, biografie di assassini e mafiosi imperversano sui media. Qualcuno grida al pericolo emulazione e alla banalizzazione del 'male', altri scongiurano il rischio di censura.

» TV e Radio Paola Simonetti - 26/07/2010

Neanche il tempo di cominciare le riprese del suo ultimo film, qualche mese fa, che Michele Placido ha dovuto iniziare a difendersi dalle polemiche. Come per 'Romanzo criminale', fortunata pellicola diretta nel 2005, l'attore-regista ha dovuto rispondere alle accuse di mitizzazione, nel film ancora in lavorazione, 'Il fiore del male', di uno dei più noti ed efferati banditi italiani, Renato Vallanzasca, che tra gli anni '70 e '80 si macchiò di sette omicidi, tre sequestri di persona e un numero incalcolabile di rapine a mano armata; crimini per i quali sta scontando una condanna complessiva a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione.

Nessuno ha ancora visto il film, ma i nervi scoperti delle famiglie di coloro che caddero sotto la sua ferocia hanno fatto sollevare proteste in anticipo sul rischio di veder riprodotto sullo schermo, attraverso il volto di Kim Rossi Stuart, un eroe, certamente negativo, ma troppo affascinante. Un timore forse legittimo derivante da quello stesso fascino che, già a suo tempo, Vallanzasca seppe esercitare su molte donne italiane, attratte dai suoi occhi chiari e i modi sfacciati, tanto da arrivare ad attribuirgli il soprannome di 'Bel René'.

"È un errore fare un film su un personaggio che sta scontando 260 anni di carcere per rapine, sequestri e omicidi - ha dichiarato Gabriella Vitali, vedova di Luigi D'Andrea, ucciso da Vallannzasca e dalla sua banda il 6 febbraio del 1977 -, dovrebbe pagare i suoi debiti circondato dal silenzio, invece, come è già successo tante altre volte, viene messo sotto i riflettori".

il bandito Renato Vallanzasca in un'immagine degli anni '70Per ora a nulla sono valse le rassicurazioni di Placido: "Sarà tutt'altro che una 'beatificazione' delle sue gesta – ha detto il regista-, seppure lui si sia contraddistinto per alcuni slanci di grande generosità, alla Robin Hood, donando per esempio parte dei proventi delle sue rapine alle famiglie dei detenuti. Sarà un percorso di 'delitto e castigo'. Noi seguiremo il suo percorso tragico cercando di capire, ma senza nessuna esaltazione del personaggio. Anzi, il messaggio sarà profondamente critico e doloroso".

Qualunque sia la verità, il caso specifico riapre il capitolo che a tempi alterni, in Italia, solleva polemiche a non finire: la 'seduzione' che la narrazione cinematografica, come quella televisiva, per sua stessa natura è in grado di amplificare o creare attorno a fatti o personaggi criminali.

Gli esempi in passato non sono mancati: clamore e proteste sollevò la messa in onda circa tre anni fa della fiction 'Il capo dei capi', biografia di Toto Riina, considerata dal fascino sinistro dai parte dei suoi detrattori, ricostruzione storica doverosa dai suoi sostenitori, la rimozione della quale rappresenterebbe vera e propria censura. Stessa atmosfera ha avvolto la serie tv 'Romanzo criminale', ripresa sull'onda del successo del film firmato da Placido, in cui personaggi di rara violenza, sarebbero stati dipinti come eccessivamente seduttivi, bellocci, con un che di perversamente eroico. 

La locandina della miniserie di Canale 5 del 2007Una questione, quella della riproposizione mediatica della violenza e dei sui protagonisti, che verte su fattori cultural-filosofici, ma anche di costume e che sconfina dalla sola biografia del criminale di turno. Investe, piuttosto, secondo gli studiosi di settore, una tendenza tutta moderna che vede la criminalità non solo come un tema da narrare in modo romanzesco, accattivante, 'vendibile', ma anche su cui dibattere, argomentare e mettere in piedi veri processi mediatici, in cui esperti, testimoni, criminologi, magistrati e giornalisti sentenziano presunte verità, giudizi, analisi.

E se il fascino della cronaca nera non è certamente cosa dei giorni nostri, perché collegato all'istinto umano di scavare nel lato oscuro della propria natura, i modi con cui la cronaca nera viene propinata, a detta degli specialisti, sono del tutto riconducibili alla nostra epoca: quella fondata sulla cultura dell'immagine, televisiva soprattutto, ovvero il mezzo più diffuso e pervasivo, in grado di influenzare e calamitare trasversalmente e con più forza l'attenzione dell'opinione pubblica.

Di qui il rischio, paventato da molti, non ultimo don Ciotti, presidente dell'associazione Libera, impegnata da anni nella lotta a tutte le mafie, di emulazione negativa o anche solo di 'banalizzazione' del male, con un conseguente appiattimento del giudizio morale e del senso critico, su una sorta di generalizzata spettacolarizzazione della ferocia umana.

Un fenomeno questo tanto più grave, a detta proprio di Ciotti, quanto più si fa portatore di una sorta di 'deresponsabilizzazione' del cittadino difronte all'illegalità: "L'importante è non parlare di mafie attraverso vicende fortemente romanzate e spettacolarizzate - ha avuto modo di ribadire nel presentare la rassegna cinematografica 'Libero cinema in libera terra', evento di forte impegno sociale nei luoghi confiscati alla criminalità organizzata-: quando si tratta di temi così delicati, la rappresentazione deve stimolare conoscenza, l'assunzione di responsabilità, ma anche la speranza".