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Alfa Romeo: tra cinema e musica, la gloria che fu e il sogno di un riscatto

Molti film raccontano il mito del Biscione, basta ricordare 'Il Laureato' e lo splendido Duetto guidato da Dustin Hoffman. La storia del marchio divenne leggenda nel dopoguerra con Giuseppe Busso. E ora gli alfisti soffrono.

» Cronaca economica Ulisse Spinnato Vega - 01/07/2010
Titolo: Alfa Romeo 2500
Fonte: immagine dal web

"Signora Robinson voi state cercando di sedurmi, non è così?", diceva Ben Braddock, alias Dustin Hoffman, nel film 'Il Laureato'. Una pellicola 'cult' degli anni '60, un capolavoro che fece epoca e che sedusse, appunto, un'intera generazione di ragazzi, grazie alle musiche di Simon&Garfunkel e anche grazie alla macchina su cui Ben sfrecciava lungo le larghe highways americane: un'Alfa Romeo Duetto.

L'Alfa e la celluloide: un binomio lungo e fruttuoso. Le Giulietta Spider e Sprint divennero regine del cinema italiano tra i '50 e i '60. Mentre la Nuova Giulietta, la Giulia e l'Alfetta, in uso allora alle forze dell'ordine, furono protagoniste di tutti i film nostrani, 'poliziotteschi' e non, negli anni '70-'80. Come dimenticare le lunghe sequenze di spettacolari inseguimenti tra agenti e malviventi per le vie di Roma o Milano, nei vicoli di Napoli o su qualche statale tortuosa e panoramica? Erano pellicole come 'Roma violenta' o 'La polizia incrimina, la legge assolve', ai tempi di Maurizio Merli e Franco Nero. Cinema di genere, oggi venerato dagli alfisti, che esaltava le doti stradali di quelle fantastiche macchine. 

Giulietta Sprint 1954

E non parliamo poi della musica leggera. Spesso le canzoni pop hanno ricordato la leggenda della antica fabbrica lombarda di automobili: dal Nuvolari di Lucio Dalla che 'con l'Alfa rossa fa quello che vuole' ai Planet Funk che in un loro testo scrivono 'Alpha' invece di 'Alfa' (errore veniale e perdonato dagli alfisti), passando per l'Alfetta di Rino Gaetano che diventa simbolo di una società consumistica disposta a tutto "per un litro di benzina". Infine c'è l'arte: con stampe, dipinti, fotografie, sculture e installazioni molti grandi nomi del panorama internazionale contemporaneo si sono sbizzarriti nel celebrare il primo secolo di vita del marchio italiano. Basta visitare questo sito per averne un assaggio. 

Giulietta Spider 1960

Certo, dalla prima 24Hp del 1910 il Biscione ne ha fatta di strada. Il grande salto però avviene nel secondo dopoguerra con il lavoro del geniale progettista Giuseppe Busso. Già poco prima del conflitto, Busso era entrato in Alfa sotto l'ala del celebre ingegnere Orazio Satta Puliga e poi era stato alle dipendenze dello spagnolo Wilfredo Ricart durante la guerra. Gli anni della crisi e del ritiro del Biscione, dal 1933 al 1937, sono ormai alle spalle: con la ricostruzione, l'Italia si avvia verso un miracolo economico fatto di tanti miracoli tecnologici. Uno lo compie proprio Busso, che sviluppa la meccanica dei modelli che faranno la storia dell'Alfa Romeo. Dalla 1900 alla Giulia, dalla Giulietta alla Nuova Giulietta del 1977. E poi come dimenticare il portentoso motore V6 che prese il suo nome e sarà utilizzato per oltre un quarto di secolo.

Secondo gli alfisti il rumore del 'Busso' 6 cilindri resta ancora oggi una musica celestiale. Un canto inconfondibile. L'emblema di una superiorità tecnologica sulla concorrenza straniera che si concreta anche in un altro motore: il bialbero 4 cilindri che ha 'gorgheggiato' nel cofano delle vetture del Biscione dal 1954 al 1998, in pratica fino all'Alfa 155 (resa celebre in mezza Europa dal telefilm 'Il Commissario Rex'). In fondo, anche il mito Ferrari nasce da una costola della leggenda di Arese, se si considera che il giovane Enzo Ferrari iniziò a correre proprio in Alfa Romeo quasi un trentennio prima di fondare il Cavallino rampante. 

Dustin Hoffman sul Duetto Alfa Romeo nel film 'Il laureato'

Oggi l'amore per l'Alfa trascende il possesso di una vettura del Biscione. Ci sono tanti non alfisti che ne desiderano una. E tanti ex alfisti di mezza età che, pur avendo cambiato marchio per necessità o per disamore, hanno nostalgia di ciò che questo brand ha rappresentato fino a 25 o 30 anni fa. Eh sì, perché gli alfisti 'autentici' raramente apprezzano ciò che Fiat e il suo avvento (datato 1986) hanno significato per l'Alfa Romeo. Quello di Arese è un brand che rappresenta un modo di essere e uno stile di vita. L'amore dei fan è intriso di un nazionalismo che reagisce al dominio tedesco dell'ultimo ventennio nei segmenti medi, ma quello stesso amore si vena spesso di rancore per il gigante della famiglia Agnelli.

La casa del Lingotto, infatti, avrebbe consumato il delitto, il sacrilegio: salvando l'Alfa Romeo dal fallimento, ne avrebbe sacrificato il carattere sportivo e i contenuti tecnologici (a partire dalla mitica trazione posteriore) sull'altare delle esigenze commerciali. Insomma, la ruggente Alfa Romeo si sarebbe imborghesita fino a diventare 'Alfiat'. Una crasi, un nomignolo dispregiativo che arriva proprio dal partito degli alfisti delusi, quelli che rimpiangono il predominio meccanico degli anni '60, '70 e forse anche '80, l'epoca in cui la Giulia berlina e coupé o l'Alfetta 1600 primeggiavano rispetto alle eterne rivali tedesche.

Erano i bei tempi andati in cui l'Alfa Romeo faceva status symbol, mentre la Serie 5 Bmw era una volgare macchina 'da papponi' e i giganteschi trabiccoli Mercedes erano auto da 'marocchini' oppure da mafiosi vecchio stampo. Oggi l'alfista prova sentimenti di invidia o ammirazione repressa per Audi e Bmw (meno per le Mercedes: vocazione troppo poco 'sportiva'). Lo stile Alfa, il design, le linee, non si discutono, ma c'è la diffusa sensazione di aver perso terreno nei confronti delle odiate 'cruccomobili' (simpatici nomignoli da raduno, non ce ne vogliano gli amici tedeschi).

Dov'è finita l'ispirazione per esperimenti geniali come la Montreal o la clamorosa e ineguagliabile Alfa 33 Stradale? E per rivoluzioni ingegneristiche come il ponte De Dion alle sospensioni? Certo, un'altra corrente di alfisti fa notare che le ultime creature del Biscione sono molto migliorate in termini di allestimenti, affidabilità, qualità e tenuta degli assemblaggi. E mette in evidenza, se fosse necessario ricordarlo, che la Fiat ha salvato l'Alfa Romeo dal baratro. Eppure agli alfisti 'duri e puri' interessano poco queste vecchie storie industriali che vedono di mezzo l'Iri e le scelte della politica, storie tornate a galla con l'attualità del caso Pomigliano.

I duri e puri sono quelli delle 'scodate' con la trazione posteriore, quelli del sempre evocato 6 cilindri 'Busso' (che Dio lo abbia in gloria), quelli che "l'ultima vera Alfa è stata la 75", quelli cui brillano gli occhi se sentono parlare di cilindrata 1750, quelli che "la nuova Giulietta è solamente una Bravo ricarrozzata". Ciascuno di loro definisce amorevolmente la propria creatura, anche tra quelle di ultima generazione, 'gattona', 'nasona' o 'panterona'. Poi, però, quando vede un'Alfetta o una Giulia Gtv, dice: "Ah! Le Alfa di una volta erano le Alfa di una volta...".

Sull'interessamento di Volkswagen per il Biscione, infine, gli alfisti continuano a dividersi in due fazioni. Da una parte gli anti-Marchionne arrabbiati, che sperano in una cessione ai tedeschi per un vero rilancio. Dall'altra parte i nazionalisti a oltranza, che non sopporterebbero di vedere l'Alfa Romeo nelle mani del 'nemico' teutonico che per giunta già possiede anche Audi, uno dei marchi concorrenti più odiati-amati.

Ecco, gli alfisti veri vivono questa sorta di strana ambivalenza emotiva, sospesi tra la nostalgia di un passato glorioso e la speranza di un futuro riscatto. Nel mezzo c'è il presente. E il presente è l'amore per la loro Alfa, un sentimento che è come una barca in viaggio tra due lidi, una barca il cui motore è l'orgoglio di guidare italiano. "Senza cuore, saremmo solo macchine", dice l'ultimo spot della casa di Arese. Il cuore degli alfisti batte da cento anni e all'avvenire chiede soltanto di battere sempre più forte.