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Pomigliano: vincono i sì, ma è robusto il fronte contrario

Al referendum sull'intesa con Fiat, i favorevoli si fermano al 62,2 per cento. Il 36 per cento riconducibile a Fiom dice no. I sindacati: "Il Lingotto rispetti comunque gli impegni". Ma si teme un dietrofront. Sullo sfondo la soluzione della NewCo.

» Crisi economica Ulisse Spinnato Vega - 23/06/2010
Fonte: immagine dal web

Fiat puntava a un consenso 'bulgaro': il 90, forse il 95 per cento di 'sì' sull'accordo siglato lo scorso 15 giugno con i sindacati in merito al rilancio di Pomigliano d'Arco. Al referendum tra gli operai dello stabilimento campano, la maggioranza si è espressa in effetti per il via libera all'intesa. Tuttavia è mancato il plebiscito auspicato dall'Ad del Lingotto Sergio Marchionne.

POMIGLIANO: VINCE IL SI, MA NON DILAGA. I favorevoli si sono fermati al 62,2 per cento. E quel 36 per cento di contrari – che per lo più fanno capo alla ribelle Fiom – potrebbero pesare molto sulla conflittualità interna alla fabbrica 'Giambattista Vico'. Esultano i sindacati che avevano sottoscritto l'intesa, mentre il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi parla di un Paese che diventa adesso più moderno. Tuttavia la Fiat potrebbe giudicare insoddisfacente il risultato, non abbastanza largo da garantire i 700 milioni di investimenti che Torino vuole fare su Pomigliano per spostare dalla Polonia in Campania la produzione della nuova Panda, con l'obiettivo di 280mila esemplari da sfornare ogni anno a partire dall'autunno 2011.

"FIAT RISPETTI GLI IMPEGNI". Il timore di un disimpegno del Lingotto è avvertito sia dai sindacati favorevoli al Piano sia dalla pur critica Cgil, che comunque aveva dato l'ok all'accordo senza però riuscire a convincere la Fiom. Fim e Uilm chiedono adesso a Marchionne di tenere fede agli impegni presi e Susanna Camusso, vice segretaria nazionale di Cgil, spiega: "La partecipazione al voto era prevedibile come la prevalenza del sì. Chiediamo a Fiat di avviare l'investimento e la produzione della nuova Panda a Pomigliano e di riaprire il tavolo per una trattativa condivisa da tutti".

LE OPZIONI DI MARCHIONNE. La stessa Fiom manda ancora segnali di pace. "Se la Fiat apre una trattativa e si predispone ad una mediazione che rispetti la Costituzione, le leggi dello stato e il contratto – afferma il segretario della federazione napoletana, Massimo Brancato – ci sediamo a un tavolo e siamo disponibili a fare un negoziato". Ora c'è da capire se Marchionne si acconcerà ad accettare un risultato che non è esattamente quello sperato, se lo utilizzerà come pretesto per un dietrofront che in molti ritengono essere il vero, antico obiettivo del super manager oppure se rimetterà in piedi un negoziato per portare dentro anche i duri e puri della Fiom. Resta sullo sfondo la cosiddetta 'terza soluzione': ossia la fondazione di una NewCo che assorba da Fiat tutte le attività di Pomigliano e riassuma i dipendenti della fabbrica dettando le condizioni dell'accordo al di fuori del vincolo del contratto nazionale.

LO STATO DELL'ARTE. In ogni caso siamo a una svolta epocale nella storia tormentata di questa fabbrica che ormai è quasi del tutto svuotata dalla cassa integrazione. La produzione dell'Alfa 147 sta per essere smantellata, mentre dalle linee della 159 escono appena un migliaio di esemplari al mese. Lo stabilimento è un elemento fondamentale nella vita della comunità di Pomigliano d'Arco, rappresenta il 20 per cento del Pil della Campania (indotto compreso), tuttavia dal 2003 a oggi ha perso oltre 2mila e 500 lavoratori e adesso ne conta meno di 5mila e 200.

LA NASCITA DELLO STABILIMENTO. La Fiat di Agnelli e Romiti acquistò questa fabbrica nel 1987 dalle Partecipazioni statali. Ma a costruirla ci avevano pensato la politica e lo Stato a partire dal 1968, con l'allora presidente del Consiglio Aldo Moro che aveva posato la prima pietra. I soldi ce li mise per metà l'Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità (Icipu), che era stato fondato durante il fascismo e negli anni '60-'70 aveva finanziato la grande chimica nel Mezzogiorno. Ci vollero in totale 300 miliardi di lire e le linee iniziarono a produrre nel 1972.

LE CRITICHE DI AGNELLI. Era il tempo dell'Alfasud e dei 15mila lavoratori in più al Meridione. Tuttavia l'Alfa Romeo aveva iniziato la parabola discendente dopo i fasti degli anni '60 e della Giulietta. Intanto, la Fiat criticava la concorrenza dell'auto pubblica, Gianni Agnelli definì Pomigliano "una pazzia" e "un'operazione clientelare in grande stile". Eppure il Lingotto si vide costretto ad investire nel Mezzogiorno per rispondere al competitor statale: nacquero così le fabbriche di Cassino e Melfi. Le cronache iniziarono a raccontare degli alti tassi di assenteismo a Pomigliano, dei furti di pezzi che venivano rivenduti sul mercato nero napoletano, di misteriose epidemie di massa in coincidenza con turni elettorali o partite dell'Italia ai Mondiali di calcio.

L'ERA FIAT. Quando, negli anni '80, l'Iri di Romano Prodi rifiutò un'offerta Ford, la Fiat si sentì chiamata in causa e quasi non poté tirarsi indietro. Fu così che lo Stato si sbarazzò dello stabilimento. Comprando Pomigliano, Agnelli pronunciò la famosa frase: "Ci siamo annessi una provincia debole". Da lì tutti i tentativi del Lingotto di debellare l'assenteismo e migliorare la produttività della fabbrica. Tre anni fa Marchionne provò addirittura a cambiare le cose in modo radicale, a riorganizzare tutto chiudendo lo stabilimento per un paio di mesi. A quanto pare non è bastato. Ora Fiat usa la globalizzazione per mettere i sindacati con le spalle al muro: si faccia come dice Torino oppure la produzione emigrerà altrove, in Polonia o in Serbia, e Pomigliano sarà abbandonata al proprio destino. 


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