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Cinema e videogiochi: Prince of Persia e il total entertainment

Dal videogame allo schermo, ecco l'ultimo mito della cross-medialità targato Disney.

» Cronaca Cinema Laura Croce - 09/06/2010
Fonte: Immagine dal web

Totalmente irrealistico, esoticheggiante, sfrontatamente pop, auto-compiaciuto e un tantino supponente. Questo è 'Prince of Persia', il nuovo kolossal dal gusto mediorientale della Disney, che ha deciso di trasporre sul grande schermo uno dei videogiochi più famosi di sempre, che si è evoluto negli anni insieme al computer e alle sue applicazioni ludiche. E, proprio per questa sua natura, può senza dubbio essere considerato come un prodotto estremamente efficace, capace di recuperare tutti gli elementi distintivi del videogame originale, per trarne una storia spettacolare e di largo consumo, che è quasi assurdo giudicare secondo i parametri utilizzati per le normali opere cinematografiche.

Non è certo la prima volta che un videogioco arriva sul grande schermo: basta pensare alla mini saga dedicata a Lara Croft e Tomb Rider, che ha fatto la fortuna di Angelina Jolie, o a 'Street Fighter'. Questo Prince of Persia ricalca i loro modelli, cercando anche un guizzo narrativo per estrapolare i personaggi, i combattimenti e le scenografie dal contesto originale, e farne un nuovo classico di avventura, al pari di tante altre produzioni hollywoodiane. Molti membri del team di realizzatori, tra i quali il produttore Jerry Bruckheimer, vengono infatti dalla trilogia disneyana  de 'I Pirati dei Caraibi', di cui si cerca senza troppe remore di mutuare alcuni caratteri portanti, come l'alternanza tra action, romanticismo e verve comica, affidata nel film all'improbabile sceicco interpretato da Alfred Molina e alle schermaglie amorose tra i protagonisti Jake Gyllenhaal e Gemma Aterton.

I due, rispettivamente uno dei tre Principi di Persia e la misteriosa Principessa di Alamut, sono costretti dagli eventi a condividere un avventuroso viaggio nel deserto persiano per proteggere il magico pugnale che comanda le leggendarie Sabbie del Tempo, un antico dono degli dèi che permette a chi ne è in possesso di riavvolgere la storia e cambiare il corso degli eventi. Da qui un succedersi di peripezie rocambolesche, che porterà i due ad apprezzare il reciproco valore e diventare finalmente padroni del proprio destino.

Se non fosse pensato per attirare un pubblico già affezionato al videogame, sarebbe un prodotto così piatto e banale da perdersi nel marasma di blockbusters hollywoodiani. Un ennesimo tentativo di unire la consapevole supponenza di Indiana Jones con i nuovi, insopportabili must del politically correct (come il ruolo salvifico affidato all'unico personaggio di colore e alla donzella super-tosta di turno). Il film si impossessa di tutte le caratteristiche del videogioco moderno unendole ad altre - poche - dell'originaria versione degli anni '90 creata per il Ms-Dos.

Se una volta i videogiochi e i film ad essi ispirati tendevano a rimanere nel confine di un immaginario per appassionati,  'Prince of Persia' conferma, se ce ne fosse bisogno, che ormai i due mondi del videogame e del cinema si sono alleati sotto la bandiera di un intrattenimento pensato per un pubblico generico di giovani. Un intrattenimento in qualche modo totale e totalizzante, per di più, qui, virato in salsa disneyana, con tanto di buoni sentimenti a profusione e happy ending forzato. Ma questo, a ben vedere, succedeva già con l'ormai atavico e kitchissimo 'Dungeons & Dragons - Che il gioco abbia inizio' (2000), che in realtà ha molti punti in comune con 'Prince of Persia', per quanto la qualità del primo sia evidentemente di fattura inferiore.

Oltre alla giovane età dei personaggi (non potrebbe essere altrimenti, dato il target), c'è la curiosa tendenza ad affidare il ruolo del cattivo ad attori di grande spessore, come Jeremy Irons in 'Dungeons & Dragons' e Ben Kingsley in quest'ultima produzione Disney: forse perché i malvagi dei videogiochi, come quelli delle favole, sono troppo stereotipati e potenzialmente ridicoli  per essere affidati a chicchessia. E in effetti, stavolta, anche il ruolo principale è stato assegnato ad un ottimo interprete drammatico come Jake Gyllenhaal, palesemente sprecato nei panni di belloccio un po' rozzo. Il passaggio sembra però obbligato, visto il tentativo di creare un nuovo genere di intrattenimento di larghissimo consumo, con una dignità propria di film oltre che di adattamento. 

Tornando a 'Dungeons & Dragons', un'altra caratteristica comune ai due film, molto significativa, risiede nel finale, in cui le tragedie e le perdite subite dai personaggi nel corso del racconto sono annullate dalla vittoria del protagonista, che riporta tutto allo stato di partenza, senza però il cattivo. Questo perché la peculiarità forse più importante del videogame è proprio l'idea che le storie, e anche la morte, siano reversibili: possono essere riscritte a partire dalle abilità acquisite poco a poco dal giocatore e quindi virate verso la vittoria e il lieto fine assoluti. Non è solo semplice interattività: si tratta di una rivoluzione dal punto di vista narrativo, che sconvolge gli schemi mentali con cui da sempre  l'uomo racconta se stesso, cioè con un inizio, uno svolgimento e una fine tendenzialmente lineari. 'Prince of Persia' eleva all'ennesima potenza questo ribaltamento, perché la trama si basa proprio su un oggetto magico capace di riportare indietro il tempo e far ripartire la storia da diversi punti strategici. 

Si tratta comunque di un prodotto Disney che fa breccia nella dittatura monolitica dell'intrattenimento. Gli esperti chiamano lo sconfinamento delle tecnologie e dello stile del videogame nel cinema cross-medialità: forse, nella maggior parte dei casi, si potrebbe ribattezzarlo 'cross-banalità' ma, perfino nell'appiattimento culturale di 'Prince of Persia' si può intravedere qualche possibile sviluppo consapevole della logica narrativa del videogioco, e soprattutto delle sue conseguenze ancora inesplorate sul modo in cui verranno raccontate le favole (e dunque verrà percepito il mondo) del futuro.