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Pensioni: l'Ue bacchetta l'Italia, dal 2012 equiparare l'età delle donne nella Pa

Ultimatum della Commissione europea al nostro Paese, dopo la condanna, nel 2008, della Corte di Giustizia che parlava di violazione del principio di parità retributiva. In un regime dove ancora c'è discriminazione (65 anni gli uomini, 60 le colleghe).

» Previdenza Valentina Marsella - 03/06/2010

Era il 13 novembre del 2008, quando la Corte di Giustizia Europea aveva condannato l'Italia per il regime pensionistico dei dipendenti pubblici che prevede che le donne vadano in pensione a 60 anni, mentre gli uomini a 65. Pronunciandosi sulla base di un ricorso della Commissione Europea, la Corte del Lussemburgo aveva bacchettato la normativa italiana sottolineando che così veniva violato "il principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore". 

Ebbene, a distanza di due anni, nulla appare cambiato, o meglio, i passi che ha fatto l'Italia in questa direzione non sono sufficenti a colmare questo vuoto. Ecco perché la Commissione europea è tornata all'attacco, inviando all'Italia una nuova richiesta di equiparare l'età pensionabile di uomini e donne. O meglio, l'Ue invita il Belpaese a rispettare quella sentenza della Corte europea di giustizia del 2008 che ci intimava di innalzare l'età pensionabile delle dipendenti pubbliche, portandola a 65 anni, lo stesso livello previsto per i colleghi maschi. Pena un nuovo deferimento. 

Questo era anche il punto di vista della Commissione quando ha aperto nel 2005 la procedura di infrazione contro l'Italia. Nel giugno dello scorso anno, l'esecutivo Ue ha inviato una lettera di costituzione in mora perché il Belpaese non aveva adottato disposizioni giuridiche nuove che fossero in linea con la sentenza. Nella sua risposta a Bruxelles, il nostro Paese aveva notificato il varo di nuove disposizioni che introducono gradualmente, fino al 2018, un'età pensionabile identica per tutti i dipendenti pubblici. 

E la manovra economica appena approvata dal governo prevedeva l'equiparazione dell'età della pensione per uomini e donne nella Pubblica Amministrazione, ma in modo graduale, con entrata definitiva a regime solo nel gennaio 2016. La norma tuttavia è scomparsa dalla versione definitiva della manovra, e quindi la completa equiparazione rimane fissata al 2018, mentre la Commissione Europea insiste sul termine del 2012. Insomma, l'Italia ha introdotto nuove disposizioni per adeguarsi alla sentenza, ma l'esecutivo Ue sostiene che le norme varate, che porterebbero gradualmente nell'arco di 8 anni ad una equiparazione dell'età pensionistica, fanno persistere il trattamento discriminatorio. È stata così inviata un'ulteriore lettera di costituzione in mora nei confronti dell'Italia, sollecitando le Autorità a rispettare la sentenza. 

Secondo quanto precisato da un portavoce della Commissione a Bruxelles, "l'Italia ha due mesi per rispondere" alla nuova richiesta dell'esecutivo Ue e "per comunicare cosa farà: se non cambierà la legislazione potremo chiedere alla Corte di condannarla". Dopo aver precisato che il nostro Paese dovrà "conformarsi immediatamente" alla legge europea, equiparando l'et pensionabile di uomini e donne, il portavoce ha poi espresso l'auspicio che "non si arrivi" ad una condanna della Corte e che "l'Italia cambi la legislazione". Proprio a questo proposito, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi incontrerà lunedi' a Lussemburgo la commissaria Viviane Reding per trattare sulla richiesta europea di ridurre la gradualità nel pensionamento delle donne del pubblico impiego. 

"Cercherò di agire al meglio per una soluzione che sia definitiva" ha detto Sacconi, anticipando di voler chiedere di "rendere più flessibile il fondo sociale europeo". L'obiettivo del ministro è quello di capire "quanto sia cogente la richiesta europea e quanto minacci di tradursi in infrazione". Per Sacconi infatti la gradualità attuata per il pensionamento delle dipendenti pubbliche era stata già trattata con convinzione da parte del governo italiano. Secondo quanto si ricorda a Bruxelles, la parità retributiva tra le donne e gli uomini è consacrata dall'art.157 dei trattati. Per quanto riguarda le pensioni da lavoro, questo significa che l'età pensionabile deve essere la stessa per gli uomini e per le donne. 

La Corte di Giustizia europea ha confermato a più riprese che le pensioni dei funzionari pubblici vanno considerati alla stregua di retribuzioni e di regimi professionali. Nella sentenza C 46/07 della Corte di Giustizia, i giudici lussemburghesi spiegavano che l'andare in pensione prima, "non compensa gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici donne e non le aiuta nel loro lavoro né pone rimedio ai problemi che possono incontrare nella loro vita professionale". 

Pertanto, avevano fatto notare, la legge 23 ottobre 1992 n.421, che definisce il regime pensionistico dei dipendenti pubblici, andrebbe riformata, dal momento che ha istituito "un regime professionale discriminatorio", e viola il principio generale della parità di trattamento, garantito dall'art.141 CE (ma anche dalla Costituzione italiana). La legge 421/92, fornisce il quadro giuridico del regime pensionistico che si applica ai dipendenti pubblici e agli altri lavoratori del settore pubblico nonché ai lavoratori che in passato avevano prestato servizio per un ente pubblico. Un regime gestito dall'Istituto nazionale della previdenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica (Inpdap). 

Il decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503, ha disciplinato più in dettaglio alcuni aspetti del regime pensionistico gestito dall'Inpdap. L'articolo 5, dice che i dipendenti pubblici hanno diritto alla pensione di vecchiaia nell'ambito del regime gestito dall'Inpdap alla stessa età prevista dal sistema pensionistico gestito dall'Inps per le categorie generali di lavoratori. L'età normale per il pensionamento di vecchiaia nell'ambito di quest'ultimo sistema è di 60 anni per le donne e di 65 per gli uomini. E su questo punto si era basata la difesa italiana, ma la replica è quella di adeguarsi agli standard europei, a partire dal 2012. 

DOCUMENTI
- Sentenza C 46/07 della Corte di Giustizia 
- Legge 23 ottobre 1992 n.421
- Decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503