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Intercettazioni: il Governo modifica il ddl, nuove regole per giornalisti, editori e pm

Passano in Commissione Giustizia le novità: il pubblico ministero dovrà avere in mano gravi indizi di reato, niente tabulati e microspie, multe per gli editori fino a 464mila euro. I giornalisti rischiano il carcere, ma se la cavano pagando un'ammenda.

» Giustizia e criminalita' Valentina Marsella - 21/05/2010

Tra battaglie parlamentari, polemiche e manifestazioni di piazza, passano le nuove norme del disegno di legge (ddl) sulle intercettazioni. In questi giorni, a dare il primo via libera alle leggi che inaspriscono le condanne per i giornalisti (con un emendamento approvato di cui si è annunciato il ritiro) e puniscono gli editori con una multa che potrà arrivare fino a 464mila euro, la Commissione Giustizia del Senato ha approvato quella che è un'autentica riscrittura delle regole in materia. Più di qualcuno l'ha già chiamata legge 'bavaglio', ma quello che appare certo è che sta per cambiare la storia delle inchieste giudiziarie in Italia.

Lo strumento fondamentale di indagine, che ha portato a brillanti risultati in passato e inferto duri colpi alle organizzazioni criminali, non sarà più quello di prima. Le intercettazioni cambiano volto, un volto che a tanti, troppi, non piace affatto. Dai magistrati, all'opposizione, alla stampa, ognuno contesta per vari motivi il sapore amaro di un ddl che attacca la libertà di informazione e le esigenze di indagine. La battaglia sulle intercettazioni inizia in una seduta notturna, durante un acerrimo scontro tra maggioranza e opposizione.

Alla fine si è voltata pagina, dopo decine di interventi e voti continuamente rinviati. Nuove norme per registrare una telefonata, mettere una microspia, richiedere un tabulato. In particolare, è stato votato l'emendamento del governo che riscrive interamente l'articolo 266 del codice di procedura penale. Quello che stabilisce cosa deve fare un pubblico ministero, un giudice, quanto può durare un ascolto e quali sono le condizioni per disporlo. Ecco, nel dettaglio, cosa cambia nel volto del prezioso strumento di indagine.

GRAVI INDIZI DI REATO IN MANO AL PM. Il pubblico ministero dovrà avere in mano "gravi indizi di reato". E se l'aula del Senato e poi la Camera in terza lettura, dovessero confermare le nuove norme, accanto ai "gravi indizi" il pm dovrà contare su "specifici atti di indagine" che provino la responsabilità dell'indagato o di altre persone che si vogliono controllare. Un punto denunciato dai più noti magistrati: il riferimento è all'articolo 192 del codice di procedura penale, che disciplina la valutazione della prova. Con le regole imposte dal Governo, il pubblico ministero avrà l'onere di ottenere le pezze d'appoggio contro l'indagato ancora prima di richiedere l'intercettazione dalla quale, invece, dovrebbe venire lo stesso materiale di prova.

TABULATI E MICROSPIE: per gli uni e le altre varranno le stesse regole rigide. Niente tabulati, ma una documentazione che non violerà la privacy come le intercettazioni pubblicate sui giornali senza prove preventive. E niente cimici, a meno che il pm non sia certo che proprio in quel luogo non si stia commettendo o non si commetterà un reato. Insomma, una difficile montagna da scalare per gli inquirenti nella ricerca della verità.

DURATA BREVE DEGLI ASCOLTI. Paletti e ancora paletti: la durata "breve" degli ascolti e la necessità di rivolgersi non solo al gip, che magari lavorava nello stesso palazzo, ma al tribunale collegiale del capoluogo di distretto. Come ha denunciato l'Associazione nazionale magistrati (Anm), una scelta "incomprensibile e destabilizzante". Oggi gli ascolti possono essere prorogati finché necessario ai fini dell'indagine. Con le nuove regole non potranno superare i 75 giorni, 30 per la prima fase, poi di 15 in 15 giorni con continue richieste di conferma. Ogni volta il pm dovrà mandare le carte ai tre giudici che, per iscritto, dovranno confermare il nulla osta motivandone l'effettiva necessità.

MARCIA INDIETRO SU INASPRIMENTO PENE A GIORNALISTI. I giornalisti continuano a rischiare il carcere se pubblicano le intercettazioni, ma la condanna può essere evitata pagando un'ammenda. Questo il risultato del ritiro dell'emendamento al ddl intercettazioni che era stato presentato dal relatore Roberto Centaro (Pdl). Ecco, in sintesi, il raffronto tra il testo del ddl e quello dell'emendamento ritirato. Nel ddl, riguardo la pubblicazione delle interecettazioni, è previsto che il giornalista che pubblica il contenuto di intercettazioni (integrali o riassunte non fa differenza), rischia l'arresto fino a 30 giorni, ma la condanna si può evitare pagando un'ammenda da 2mila a 10mila euro (a meno che non si sia recidivi). Mentre, nell'emendamento Centaro, l'arresto non era evitabile. Il testo prevedeva, per i giornalisti che avessero pubblicato intercettazioni, la condanna a due mesi di carcere oltre al pagamento di un'ammenda da 4mila a 20mila euro. La condanna comportava anche la sospensione temporanea dalla professione. 

PUBBLICAZIONE NOTIZIE SU INDAGINI. Secondo il nuovo ddl, è vietato pubblicare notizie di un procedimento penale in corso. Il giornalista che firma un articolo contenente questo tipo di informazioni rischia un'ammenda da mille a 5mila euro. Mentre, nell'emendamento del relatore, Centaro inaspriva le sanzioni. Il cronista rischiava fino a 12 mesi di carcere, evitabili, se non si era recidivi, pagando 10mila euro di ammenda . 

REGISTRAZIONI FRAUDOLENTE E FUORI ONDA. Nel ddl non si dice nulla a proposito dei giornalisti che pubblicano il contenuto di registrazioni carpite senza il consenso dell'interessato (come quelle della escort Patrizia D'Addario a Palazzo Grazioli). Nell'emendamento Centaro, invece, era previsto l'arresto di due mesi e un'ammenda fino a 20mila euro; ma un subemendamento di Li Gotti (Italia dei Valori), ''salvava'' i giornalisti professionisti. 

NOMI E FOTO MAGISTRATI. Il ddl stabilisce che, chi pubblica nomi o immagini di magistrati titolari di un'inchiesta, rischia l'arresto fino a 30 giorni, evitabile con il pagamento di un'ammenda da mille a 5mila euro mentre, nell'emendamento ritirato, erano previsti due mesi di carcere evitabili con un'ammenda da 2mila a 10mila euro. L'emendamento in questione, (1.2008) aveva suscitato non poche polemiche ed è probabilmente per questo che il Pdl ha fatto marcia indietro.

PER EDITORI MAXI MULTE FINO A 464MILA EURO. La Commissione Giustizia del Senato ha bocciato gli emendamenti soppressivi della norma che prevede il pagamento per gli editori di una somma compresa tra i 64mila 500 ai 464mila 700 euro. Per questa norma, la Federazione italiana editori giornali (Fieg), ha espresso 'contrarietà e preoccupazione'.


LINK: 
-Il testo del ddl intercettazioni