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Cinema e immigrazione: la lenta evoluzione della nostra filmografia più recente

"Le leggi contro gli stranieri influenzano il ritardo della nostra cinematografia", afferma Sonia Cincinelli, autrice del saggio 'I migranti nel cinema italiano'.

» Cronaca Cinema Laura Croce - 19/05/2010

Rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Inghilterra e Germania, l'Italia – come noto – è in netto ritardo sul tema dell'immigrazione, fenomeno più recente da noi e soprattutto molto trascurato, in tutti i campi. Non c'è solo una legislazione contestata da più parti, una scuola ancora impreparata alla multietnicità e un'opinione pubblica in preda alla fobia della sicurezza. Si sente la mancanza di modelli e rappresentazioni culturali attraverso i quali poter elaborare un vissuto quotidiano sempre meno italo-centrico. E il cinema non fa eccezione: lo dimostra, tra l'altro, 'Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio', film italiano sconclusionato, tratto dall'efficace romanzo di uno scrittore di origine algerina. Il film, nonostante nasca come riflessione sui migranti, non riesce a porli al centro del racconto, dipingendoli come eco sfocato e anonimo di macchiette nostrane nevrotiche e irritanti.

Anche nella filmografia italiana ci sono stati precursori (pochi), che hanno scandagliato il problema con sguardo diverso, più o meno all'avanguardia e interessante. Di questi ultimi parla il libro 'I migranti nel cinema italiano', studio della giovane critica cinematografica Sonia Cincinelli su un corpus di opere che, negli ultimi 20 anni, ha messo a fuoco il tema dell'immigrazione: da 'Pummarò' di Michele Placido del 1990 a 'Come un uomo sulla terra' di Andrea Segre, Riccardo Biadene e Dagmawi Yimer del 2009, passando per 'La sconosciuta' di Giuseppe Tornatore, i film di Francesco Munzi, Carlo Mazzacurati e Silvio Soldini, senza dimenticare la memoria dell'emigrazione italiana all'estero, celebrata da 'Nuovomondo' di Emanuele Crialese.

Locandina del film di Giorgio Diritti, 'Il vento fa il suo giro'Sonia Cincinelli, nel libro parli di molti film indipendenti. Quanto conta l'indipendenza nel cinema italiano che si occupa di migranti?
"Quando vengono trattate queste tematiche l'indipendenza conta tantissimo. Tra i film che cito nel libro ne vorrei ricordare in particolare due: 'Le ferie di Licu', di Vittorio Moroni, e 'Il vento fa il suo giro', di Giorgio Diritti, da poco salito alla ribalta grazie alla vittoria, ai David di Donatello, della sua ultima opera, 'L'uomo che verrà'. Questi due film sono l'esempio più interessante di produzione e distribuzione indipendente. Per 'Il vento fa il suo giro', addirittura, ogni persona che ha contribuito a realizzare il film si è anche occupata di finanziarlo, e ne possiede una piccola parte".

I protagonisti, nel tuo libro, non sono i personaggi dei film in quanto tali, ma piuttosto è il vissuto umano spesso drammatico che emerge dal racconto.
"I personaggi di questi film sono tutti estremamente legati alla realtà: stiamo parlando di un cinema che si porta dietro la grande tradizione del neorealismo. E questo è al contempo un peso e un arricchimento. Devo però precisare che, nonostante il loro stretto rapporto col reale, questi personaggi risulterebbero più veritieri se raccontati da un occhio straniero, rispetto a quello italiano. Preferirei vedere film di registi che vivono in Italia ma provengono da Asia, Africa e altre parti del mondo, come d'altra parte avviene in altre cinematografie europee".

Alcuni dei registi da te citati, da Soldini a Mazzacurati, al primo Placido e a Garrone, sono partiti dalla tematica dell'immigrazione con film che potremmo definire 'underground', diventando in seguito registi di fama internazionale. A volte questo percorso è passato per un'omologazione verso i maggiori difetti narrativi ed estetici del cinema italiano.
"Sì, un caso eclatante è Silvio Soldini, la cui opera nel libro viene descritta come coraggiosa perché, già nel 1993, con 'Un'anima divisa in due', raccontava l'amore tra una Rom e un italiano. E parlare di nomadi in questo modo non ti rende certo simpatico in una società come quella di allora e anche di oggi, profondamente segnata dal razzismo. Dopo quel film, tuttavia, il regista ha subito una graduale deriva commerciale, evidente anche nell'ultimo 'Cosa voglio di più', che pretende di misurare la precarietà attraverso una banale crisi di coppia. Ma non è di certo l'unico: sempre più spesso i registi, compresi quelli che sono stati all'avanguardia sul tema dell'immigrazione, compiono scelte dettate per lo più dal mercato".

Anche per questo, ultimamente, si moltiplicano i documentari che trattano il tema. C'è differenza tra l'approccio dei film di non-fiction e quelli di finzione?
"Devo confessare di essere una vera amante dei documentari sull'immigrazione perché, secondo me, si pongono in maniera ancora più alternativa e coraggiosa rispetto ai film di finzione. Attualmente sono la voce italiana più importante di controinformazione".

Quali sono i rischi estetici e stilistici in cui incappa il cinema italiano nel parlare di un tema così importante e delicato come l'immigrazione?
"Ci sono film che parlano di immigrazione senza scadere per forza nella banalità e nella sciatteria. Esistono opere, citate nel libro, che provano l'esatto contrario, come 'Lettere dal Sahara', di Vittorio De Seta: un regista che parla del reale senza rinunciare alla bellezza dell'immagine. Anche il primo Matteo Garrone con 'Terra di mezzo' sposa decisamente una vena onirica, avvicinandosi al realismo arcaico di Pasolini e creando una vera poetica. In generale, in questi film i registi tendono sempre a imprimere il proprio stile e la propria visione del mondo, e c'è chi lo fa meglio e chi lo fa peggio. Ho notato che sull'immigrazione ci sono soprattutto drammi, mentre è rarissimo trovare commedie".

Anche su cinema e immigrazione l'Italia si dimostra fanalino di coda rispetto ad altri Paesi europei. Un ritardo giustificabile solo per ovvi motivi storici?
"In realtà sono convinta che il problema riguardi anche le nostre leggi 'repressive' sull'immigrazione, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, che vedono i migranti solo come un problema. Questo contribuisce a relegare in secondo piano i registi e i film che se ne occupano, costretti a rimanere in un mercato di nicchia".

C'è differenza tra i film sull'immigrazione dei primi anni 2000 e quelli di oggi? È cambiato l'approccio del nostro cinema al problema immigrazione?
"Per quanto riguarda lo sviluppo del cinema girato in digitale, devo dire che non ha portato grandi cambiamenti, a livello di linguaggio filmico. C'è però una maggior consapevolezza riguardo a come trattare il tema. Ormai ci sono tantissimi libri e informazioni sull'immigrazione, per cui i registi, pur essendo italiani e non potendo per forza di cose capire fino in fondo cosa significhi essere straniero nel nostro Paese, possono comunque addentrarsi nell'universo dei migranti.

Quanto razzismo serpeggia nel 'politicamente corretto'?
"Questa è una tematica interessante: di sicuro, nei film indipendenti i cineasti hanno la libertà di poter esprimere davvero il proprio mondo, mentre i film finanziati dallo Stato (basta veder il cambiamento del regista Francesco Munzi, da 'Saimir' a 'Il resto della notte', sostenuto anche da fondi pubblici) c'è un cambiamento sostanziale di prospettiva. Sembra quasi che gli stessi autori mettano dei paletti a livello di contenuti, per cui capita spesso che serpeggi un'ombra. Se non si può parlare proprio di razzismo, è evidente che, a livello di immagine trasmessa, come dimostro nel libro, in questi film si tende pericolosamente ad accostare la figura dell'immigrato a quella del criminale".