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Biomasse, Italia tra le migliori per l'agroforestale, ma indietro sul recupero dei rifiuti.
In un rapporto del Politecnico di Milano si studia il panorama nel nostro Paese rispetto a questa fonte di energia rinnovabile, potenzialmente molto utile, ma al centro di tanti problemi.
Fonte: Immagine dal web
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Un settore variegato e complesso, con punti di forza e altrettanti di debolezza. Quello delle biomasse in Italia è un mondo vasto di cui si parla poco, soprattutto rispetto al forte peso sulla quantità d'energia prodotta a livello nazionale, molto superiore, ad esempio, a quella prodotta dai comparti del fotovoltaico e dell'eolico. Pochi giorni fa il governo ha pubblicato l'atteso decreto sulla tracciabilità della biomassa per regolare l'erogazione degli incentivi per gli impianti, mentre, alla fine del mese scorso, è stato pubblicato un interessante dossier, il 'Biomass Energy Report', a cura dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, uno strumento utile per dipingere un quadro generale del settore nel nostro Paese.
Come emerge dal rapporto, l'Italia riveste un ruolo non marginale a livello europeo per quanto riguarda lo sfruttamento delle biomasse agroforestali e del biogas e, nel contempo, ha una posizione molto più debole nel campo del recupero energetico dei rifiuti e dei biocarburanti. Anche il sistema di incentivazione, in alcuni comparti, è inadeguato e alcune filiere andrebbero potenziate.
LE BIOMASSE AGROFORESTALI
Il risultato migliore è nel settore delle biomasse agroforestali: i più importanti Paesi per capacità di produzione in Europa sono Germania, Francia, Svezia e Finlandia, responsabili di oltre il 50 per cento dell'energia complessiva prodotta attraverso questa fonte. L'Italia, dal canto suo, con 7mila 558 megawatt di potenza complessiva installata (pari alla metà di quella tedesca), si colloca al quinto posto. Nella Penisola, il contributo delle biomasse agroforestali alla produzione totale di energia elettrica da fonti rinnovabili si aggira sul 20 per cento, a fronte del 30 per cento circa di Germania e Finlandia. Nel corso del 2009, le biomasse agroforestali hanno contribuito alla produzione di energia primaria nel nostro Paese per il 2,7 per cento del fabbisogno totale, una risultato non marginale, soprattutto se confrontato con altre fonti energetiche rinnovabili, quali il fotovoltaico o l'eolico che pesano, come evidenzia il rapporto, rispettivamente per lo 0,05 per cento e lo 0,6 per cento del fabbisogno elettrico totale.
Gli impianti alimentati a biomassa agroforestale sono utilizzati per ottenere due tipologie di produzione: energia termica ed energia elettrica. Le strutture per la produzione di energia elettrica sono di grande taglia, superiore ai 5 MWe1. A fine 2009, in Italia, erano in esercizio oltre 100 impianti di questo tipo, per una potenza installata complessiva di oltre 500 MWe, con la Calabria in testa, dove si è molto investito in questa risorsa.
Gli impianti destinati alla produzione di energia termica, invece, si distinguono in due gruppi: il primo è quello dei sistemi ad uso prevalentemente residenziale, ossia stufe o caldaie a pellet (un combustibile ricavato dalla segatura essiccata e poi compressa in forma di piccoli cilindri) di taglia normalmente inferiore a un MWt2, un segmento che vede l'Italia leader in Europa con il superamento, nel 2009, del milione di unità. Il secondo segmento è quello dei sistemi di teleriscaldamento, che hanno potenze di media comprese tra 1 e 20 MWt e sono utilizzati per fornire calore a utenze collegate alla rete. Nel nostro Paese, oggi, sono in funzione oltre 200 centrali di questo tipo, soprattutto al Nord.
Un impianto standard, con taglia nominale di 20 MWe, utilizzato per sola produzione di elettricità, richiede un investimento complessivo di circa 60 milioni di euro, che corrispondono a circa 3mila euro al kW di potenza elettrica installata. Per l'incentivazione alla realizzazione di impianti a biomassa agroforestale per la produzione di energia elettrica, esistono due sistemi alternativi che si applicano a impianti di taglia differente: i Certificati Verdi per centrali di taglia superiore a un MWe, e la tariffa omnicomprensiva per taglie inferiori a 1 MWe.
Il rapporto del Politecnico di Milano giudica più vantaggiosa la tariffa omnicomprensiva, in quanto assicura un ricavo certo e predefinito per ogni kWh prodotto (pari a 0,28 €/kWh), nell'arco di 15 anni. C'è incertezza, invece, sul funzionamento del sistema dei Certificati Verdi, dato che il loro prezzo è oggi noto all'investitore solo fino al 2010, grazie all'intervento del Gestore dei servizi elettrici (GSE), dopo di che saranno le leggi di un mercato dei Certificati Verdi non ancora consolidatosi a determinare il ritorno sull'investimento. Non esistono, secondo il rapporto, meccanismi efficaci per incentivare la produzione di energia termica attraverso impianti alimentati a biomasse.
IL BIOGAS
Altro grande protagonista dell'universo biomasse è il biogas, un gas combustibile ottenuto dalla digestione anaerobica di diversi substrati organici, tra cui fanghi di depurazione dal trattamento di acque reflue civili e industriali, frazione organica in discarica, frazione organica dei residui solidi urbani (FORSU), scarti dell'industria agro-alimentare e della macellazione, residui colturali, deiezioni animali e colture energetiche. L'investimento specifico per l'intero impianto a biogas agricolo va dai 2mila 500 ai 4mila 500 euro al kW, in funzione della taglia. Una seconda importante classe di impianti è rappresentata dal biogas da discarica che, grazie al maggior numero di motori installati, dà potenze nominali generalmente oltre il MW, ben al di sopra della media degli impianti agricoli.
Il sistema di incentivazione alla realizzazione di impianti a biogas in Italia è del tutto analogo a quello in vigore per gli impianti alimentati a biomasse agroforestali. A livello europeo sono installati più di 3,4 gigawatt di potenza elettrica in impianti alimentati a biogas, il che porta la produzione annua complessiva a oltre 22 terawatt/ora. Il Paese leader in Europa è la Germania, l'Italia è in terza posizione e riveste un ruolo importante nel mercato: nel 2009 sono stati superati i 450 MW di potenza complessiva installata con circa il 70 per cento in riferimento a impianti alimentati da biogas da discarica.
I RIFIUTI SOLIDI URBANI
Altro grande settore nell'ambito delle biomasse è quello dei rifiuti solidi urbani, sviluppatosi enormemente a partire dal 2000 quando, con la direttiva 2000/76/CE, recepita in Italia attraverso il decreto legislativo n. 133 dell'11 Maggio 2005, si sono poste limitazioni molto stringenti al ricorso alle discariche per lo smaltimento dei rifiuti. Anche se il provvedimento emanato nel nostro Paese non sancisce con chiarezza la priorità del recupero energetico dei rifiuti, vengono regolati gli impianti di termovalorizzazione dal punto di vista sia ambientale che della sicurezza per la salute umana.
Tutti gli impianti, dunque, devono ottenere l'Autorizzazione integrale ambientale ma, si denuncia nel rapporto, anche se la procedura per il rilascio da parte della Regione competente non è particolarmente complicata, realizzare un impianto per il recupero energetico di rifiuti è molto complesso, a causa del lungo processo per venire a patti con le comunità locali. Intercorrono, a volte, più di 5 anni tra il progetto preliminare e l'avvio dell'impianto.
Sul fronte degli incentivi, dal 1992 è in vigore in Italia il meccanismo più conveniente d'Europa secondo il dossier, il cosiddetto CIP 6, che riconosce per 8 anni dall'entrata in funzione dell'impianto e per la sola energia elettrica prodotta dal recupero energetico dei rifiuti, un prezzo di cessione alla rete predeterminato su base annuale, di gran lunga superiore a quello di mercato. Nonostante il CIP 6 sia stato sospeso con D.M. del 24 gennaio 1997 a partire dal 31 dicembre 1996, sono ancora presenti impianti che beneficiano di questo schema di incentivazione, ma dal 2010 saranno meno di 20 su un totale di 53 gli impianti che avranno ancora questo diritto, mentre gli altri stanno passando ai Certificati Verdi. Considerando un impianto con 200mila tonnellate di capacità annua di trattamento rifiuti, una potenza elettrica di 20 MW e 7mila 800 ore di funzionamento annue, l'investimento complessivo è nell'ordine dei 6 milioni di euro al MWe, con costi di gestione operativa pari a oltre un milione di euro l'anno.
Il volume di rifiuti solidi urbani avviato a recupero energetico nell'Unione europea ha avuto una media, negli ultimi tre anni, di 53 milioni di tonnellate, circa il 22 per cento del totale di rifiuti prodotti, ossia 240 milioni di tonnellate, e nel 2009 sono stati prodotti quasi 14mila GWh. Lo scorso anno, in Italia, si sono prodotte 32,8 tonnellate di rifiuti, corrispondenti a circa 550 chili per ciascun abitante: solo il 14% per cento di questi rifiuti, pari a 4,59 milioni di tonnellate, è effettivamente avviato al recupero energetico, mentre oltre il 53 per cento è smaltito nelle discariche e il riciclo non supera il 10 per cento del totale. I 53 impianti per il recupero energetico di rifiuti trattano complessivamente 6,8 milioni di tonnellate l'anno, cui corrisponde una potenza termica di 2mila 816 MWt e una elettrica di 730 MWe.
LINK:
-Il “Biomass energy report”
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