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Marea nera: Pagnotta, Cnr: "Ogni anno 200mila tonnellate di greggio finiscono in mare"

Il ricercatore Irsa: "Molto spesso lo scarico di idrocarburi avviene in attività di routine, e non per incidenti", come quello del Golfo del Messico. Ecco perchè il Cnr lancia il progetto Primi, per monitorare le emissioni abusive delle petroliere.

» Inquinamento e Rifiuti Valentina Marsella - 07/05/2010

Dopo la Louisiana, la Florida e l'Alabama, anche il Mississipi ha decretato lo stato d'emergenza a seguito della marea nera di petrolio fuoriuscito dalla piattaforma Deepwater Horizon, che minaccia sempre più da vicino le sue coste. "Questa fuga di petrolio rappresenta una grave minaccia per il nostro ambiente e la nostra economia", ha dichiarato il governatore dell'Alabama, Bob Riley, in una nota. Dal canto suo, il governatore del Mississipi, Haley Barbour, ha annunciato di aver proclamato lo stato di emergenza "per aiutare il governo locale e le agenzie federali a lavorare insieme, con maggiore efficacia, contrastando questa gigantesca marea".

Il gigante petrolifero Bp, che si è assunto tutte le responsabilità per l'accaduto, ha fatto notare che la compagnia non ha provocato direttamente il disastro. Parlando alla Bbc, l'amministratore delegato dell'azienda, Tony Hayward, ha dichiarato che Bp pagherà tutti i danni causati dal disastro, ma ha aggiunto che la colpa reale è di qualcun altro. "In termini di responsabilità - ha detto Hayward - ci tengo ad essere chiaro: non è stato un incidente provocato da noi, anche se è nostra responsabilità risolvere il problema della perdita". Non era di Bp, infatti, l'attrezzatura che ha causato il danno, ma della ditta Transocean, gestore della piattaforma di Deepwater Horizon. 

Transocean non si sbilancia: "Aspettiamo di avere tutti i dati, prima di trarre conclusioni", ha detto il portavoce dell'azienda, Guy Cantwell. Riguardo la risoluzione del problema, le previsioni del colosso dell'energia non sono confortanti. Ci potrebbero volere almeno tre mesi per individuare il punto del pozzo petrolifero da cui è scaturita la perdita ed isolarlo. Dopo aver tamponato con una valvola comandata da un robot la terza e più piccola falla da cui sgorga la marea nera, Bp ha fatto scattare 'l'operazione cupola': ha cominciato a muovere la struttura di cemento e acciaio, simile a una torretta medievale, con cui si spera di fermare il geyser di greggio che sgorga negli abissi e che ha raggiunto il paradiso naturale delle Isole Chandeleur. 

Costruita dalla Wild Well Control, la 'cupola' è un'imponente struttura alta 12 metri pesante 98 tonnellate: deve arrivare a circa 80 chilometri dalla costa. C'è grande mobilitazione negli Usa per tentare di arginare il diffondersi della marea nera nel golfo del Messico: compagnie specializzate nel fermare le fuoriuscite di petrolio stanno arrivando, con i propri esperti, dalla Costa Ovest e dall'Alaska. Da più parti si diffonde l'allarme di un ecosistema braccato dal greggio. Le spiagge della Louisiana sono abitate da tartarughe marine, pellicani, aironi, rondini di mare, sterne e piviere che si nutrono delle ostriche di cui sono coperti i fondali. 

Il mare è ricco di balene e delfini, e anche di tonni e gamberi sui quali si regge l'industria ittica, quella resa famosa dal peschereccio 'Bubba Gump' del film 'Forrest Gump'. Tutto questo patrimonio ecologico rischia di essere annientato dalla gigantesca macchia di petrolio spinta da venti a 20 nodi diretta verso le coste e le oasi ambientali del delta del Mississippi, parchi nazionali designati dalla Audubon Society come aree ornitologiche protette: le isole Chandeleur, il Breton National Life Refuge, le Gulf Islands National Seashore in Louisiana e in Mississippi, il Delta National Wildlife Refuge e il Pass-a-Loutre Wildlife Management Area. 

I danni che potrebbero verificarsi, ci fa notare Romano Pagnotta dell'Istituto di ricerca sulle acque (Irsa) del Cnr, "sono variabili, e dipendono da tanti fattori. Dal pericolo che la marea raggiunga la costa, da quanto possa penetrare all'interno delle paludi. Variabili che condizionano gli effetti del fenomeno. E maggiore è la fuoriuscita del greggio, più lunghi sono i tempi per ripristinare l'ecosistema. Si tratta di un'operazione complessa – ci spiega il ricercatore – perché pulire le coste rocciose richiede dei tempi, quelle sabbiose altri. Di regola, comunque, ci vogliono anni per riportare l'ecosistema allo stato in cui si trovava prima dell'incidente". 

Se invece ci si accontenta, aggiunge Pagnotta, e cioè "se si ripristina un ecosistema accettabile, non proprio così come era, i tempi si accorciano". Il problema più allarmante, prosegue l'esperto dell'Istituto di ricerca sulle acque, "è che la fuoriuscita continua, e non si sa per quanto tempo. Gli esperti parlano della chiusura del pozzo nell'arco di tre mesi. Ora si tentano di intrappolare gli idrocarburi con la cupola, un'operazione mai tentata a quella profondità, ma potrebbe avere successo, evitando danni incomparabili".

Proprio nelle ore in cui si sta fronteggiando l'emergenza, e in risposta a quanto sta avvenendo a livello globale in relazione all'inquinamento del mare da idrocarburi, il Cnr reagisce presentando il progetto 'Primi', acronimo di 'Progetto pilota inquinamento marino da idrocarburi'. "Si tratta di un progetto – fa notare ancora Pagnotta - che non previene questi fenomeni, come del resto è accaduto nel caso della marea nera. Ma nel Mediterraneo i quantitativi di petrolio riversati in acqua sono consistenti: basta pensare che ogni anno, secondo vecchie stime, sono 600mila le tonnellate di idrocarburi sparse nelle acque mediterranee. Stime più recenti parlano di 200mila tonnellate di idrocarburi riversati in mare durante attività routinarie e non in caso di incidenti". 

Nel Mediterraneo, spiega il ricercatore, la "concentrazione di idrocarburi è di 38 milligrammi per metro cubo, contro gli 0,8mg nel Golfo del Messico, naturalmente prima della marea nera. Questo fa capire come la concentrazione di idrocarburi in circolazione, pur in assenza di incidenti, sia ingente. E il progetto punta a verificare le emissioni abusive delle petroliere, contenendo così il fenomeno e monitorando le direzioni e i percorsi che compiono gli idrocarburi una volta versati in mare". Il presidente del Cnr, Luciano Maiani, aggiunge che il Progetto pilota "è interessante anche perché, in linea di principio, è esportabile in qualsiasi tratto di mare del globo ove esistano i dati di supporto per il trattamento delle immagini ed i modelli di circolazione necessari al suo funzionamento". 

'Primi' è un sistema composto da 4 moduli: osservazione, previsione, archivio e interfaccia utente. Rispetto ad altri sistemi osservativi, la novità risiede nel fatto che il 'modulo osservazione' utilizza più piattaforme Synthetic Aperture Radar (Sar) e ottiche, che garantiscono la massima copertura possibile dei mari italiani. Le informazioni su eventuali oil spill rilevati vengono poi trasmesse al 'modulo previsione' che, mediante modelli matematici di circolazione marina, produce una previsione a 72 ore sulle future posizioni degli oil spill osservati, nonché sulle loro caratteristiche". Anche gli studiosi dell'Istituto di metodologie per l'analisi ambientale (Imaa) del Cnr, stanno monitorando il fenomeno in queste ore.

"L'estensione della macchia – fa notare Teodosio Lacava dell'Imaa - è stata abbastanza rapida, costante ed intensa per tutto il periodo della fuoriuscita. Certamente la dispersione a larga scala dipende molto dalle correnti in superficie, ed è per questo che c'è un allarme generalizzato negli Usa sui rischi ambientali che si corrono". In questi casi, spiega Lacava, l'istituto opera in due ambiti: "Prima di tutto attraverso il riconoscimento dell'anomalia termica superficiale, in questo caso determinata dall'esplosione della piattaforma. Con tecniche avanzate, utilizzando dati ad alta risoluzione temporale, si può risalire all'esatto momento dell'esplosione". 

"In secondo luogo - prosegue - possiamo monitorare la macchia dell'oil spill, come e dove si muove, attraverso dati acquisiti a differenti lunghezze d'onda dello spettro elettromagnetico. Soprattutto attraverso le caratteristiche di riflessione e/o retrodiffusione, perché la macchia riflette e/o retrodiffonde in modo diverso dalla superficie del mare, e inoltre possiamo individuare l'anomalia termica, dovuta al contrasto in inerzia termica tra l'olio ed il mare". 

Le denunce legate alla marea nera nel Golfo del Messico sono già un quarantina, tra le quali oltre 30 sono 'class actions', cioè cause collettive, contro i presunti responsabili del disastro e a difesa delle migliaia di persone danneggiate dal greggio che fuoriesce dal pozzo della Bp. In base alle indicazioni raccolte dalla stampa locale di Lousiana, Mississippi e Texas, le class actions già avviate, alle quali stanno aderendo pescatori ed allevatori di ostriche, operatori turistici di barche e proprietari di condomini per turisti, hanno soprattutto nel mirino la Bp e la Transocean, la società svizzera proprietaria della piattaforma esplosa.


LINK
- Istituto di ricerca sulle acque (Irsa) - Cnr
- Imaa Cnr