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Elettrosmog: Vecchia, "paure infondate, spesso frutto del principio di precauzione"

Cellulari: unico effetto riconosciuto è quello del riscaldamento, ma la potenza è troppo bassa per procurare danni. Per il dirigente di ricerca dell'Iss "i disturbi lamentati dalle persone sono psicosomatici". Discorso diverso per le linee elettriche.

» Inquinamento e Rifiuti Gianluca Colletta - 10/05/2010

Con il termine elettrosmog si indicano spesso cose molto diverse tra loro. Si può parlare di linee elettriche o di telecomunicazione, basate su frequenze rispettivamente di 50 Hertz e 900 MegaHertz. "Parliamo di due campi completamente differenti – spiega il professore Paolo Vecchia, dirigente di Ricerca presso il Dipartimento di tecnologie dell'Istituto superiore di sanità (Iss) -. Di conseguenza, anche gli effetti non possono essere paragonati l'uno all'altro, devono essere considerati separatamente. Non a caso sono diverse anche le risposte del mondo scientifico".

Partiamo dal primo, quali pericoli per la salute possono derivare dalle linee elettriche?
"Se parliamo dei campi a bassa frequenza, già a partire dagli anni '70 diversi studi epidemiologici hanno indicato una correlazione tra leucemie infantili e vicinanza alle linee elettriche, specie dell'alta tensione. Oggettivamente, le analisi hanno dimostrato questa correlazione con una certa coerenza . Da questo risultato, che ha destato molta attenzione e preoccupazione, sono passati 30 anni e da allora sono state portate avanti molte ricerche su animali e colture cellulari, per verificare se all'epidemiologia, che è una pura statistica, potesse affiancarsi una spiegazione scientifica". 

Quali sono stati i risultati?
"Risultati paradossali e sconcertanti. C'è stata coerenza sull'epidemiologia, ma senza alcuna prova convincente sulla relazione di causa-effetto, e non è stata trovata nessuna spiegazione plausibile sulla causa dell'insorgenza dei tumori. Siamo di fronte a un paradosso di incertezza della scienza. Tutto questo si è tradotto in una classificazione, da parte dell'Agenzia internazionale della ricerca sul cancro, di agenti possibilmente cancerogeni per l'uomo, ultimo di tre livelli, dopo quelli sicuramente cancerogeni e quelli probabilmente cancerogeni. È la categoria più bassa, quella secondo la quale non si può escludere il cancro, più come eventualità che come fatto concreto. Come Iss abbiamo compiuto una valutazione quantitativa del fenomeno. In Italia abbiamo 400 casi di leucemia infantile ogni anno. Ciò si tradurrebbe, se malauguratamente i campi fossero cancerogeni, in un dato: le linee ad alta tensione possono generare un caso su 400, mentre gli elettrodomestici e i circuiti che abbiamo in casa potrebbero essere i responsabili di una decina di casi".

Per quanto riguarda il settore delle telecomunicazioni, cioè cellulari e ripetitori?
"La situazione è più chiara, ma più inquietante dal punto di vista della percezione del pubblico. Gli studi degli ultimi tempi si sono concentrati moltissimo sulla telefonia cellulare e, parlo sempre come sintesi globale, né l'epidemiologia, né le ricerche su animali o su colture cellulari, hanno indicato effetti. Gli studi sono coerenti, anche se ovviamente la scienza non può dare la certezza della non esistenza di qualche cosa, comunque tutti gli studi forniscono risultati tranquillizzanti, anche sugli effetti a lungo termine".

Molte volte, però, gli studi sono accusati di parzialità, perché finanziati dalle stesse multinazionali della telefonia che producono questi apparecchi.
"Questo è un argomento che viene sollevato sempre. Effettivamente c'è stato un grosso contributo dell'industria di settore. Però occorre fare una distinzione importante. Ci sono ricerche condotte proprio dall'industria, altre finanziate direttamente da questa ma, nella maggior parte dei casi, quando si ha un contributo dal settore privato si stabiliscono garanzie. Si creano dei fondi ciechi in cui l'industria deposita i soldi, che vengono affidati ad un ente senza che i finanziatori abbiano possibilità di intervento. Anche gli standard dell'Unione Europea, che non finanzia più del 50 per cento della ricerca, prevedono che una parte degli stanziamenti debbano essere versati dagli stati nazionali o dai privati. Secondo la mia esperienza è una preoccupazione comprensibile, sulla quale è giusto vigilare, ma abbastanza infondata".

Come valuta la sentenza del tribunale di Brescia che ha stabilito, per un lavoratore, una relazione tra il cancro e le ore che passava al cellulare per svolgere i propri compiti?
"In base a quanto affermato prima e alla conoscenza scientifica, la valuto molto male. Ho letto varie volte la sentenza e vi sono molte cose sulle quali non sono d'accordo. Tra l'altro, la patologia al centro della discussione non è mai stata osservata e chiamata in causa, mentre in questo caso, siccome si sviluppa nella testa, viene assimilata al tumore del nervo acustico che riguarda una zona molto vicina. In particolare, per quanto riguarda il nervo acustico, è stato condotto uno studio che ha trovato una relazione, mentre altri 13 non hanno riscontrato niente di analogo. Dal punto di vista scientifico, quindi, non posso condividerla, dal punto di vista legale le cose stanno diversamente, perché la sentenza si basa sul fatto che gli studi non possono escludere un effetto cancerogeno".

Per quanto riguarda i ripetitori, molte persone che abitano nelle vicinanze lamentano disturbi del sonno, nausea, mal di testa. Inoltre è provato che i campi elettromagnetici provocano un riscaldamento del corpo…
"Le frequenze di cui parliamo sono le cosiddette microonde, che tutti conoscono per via del forno. Effettivamente le frequenze di funzionamento di un telefonino sono molto vicine. L'unico effetto noto dei campi elettromagnetici è proprio quello di riscaldare i tessuti. Si tratta però una questione di potenza. Quando facciamo una telefonata col cellulare la quantità di onde elettromagnetiche che il nostro corpo assorbe, per lo più concentrate sulla testa, è da 100 a mille volte superiore a quella che possiamo assorbire da un'antenna fissa, per quanto vicina possa essere, perché il campo si abbassa notevolmente all'aumentare della distanza. Qualche decina di metri è sufficiente a ridurre il campo a livelli bassissimi, assolutamente non in grado di riscaldare il corpo".

In questo caso, però, viene contestato il lungo periodo di esposizione.
"Ma il riscaldamento non c'entra nulla. È stata la prima preoccupazione dei ricercatori, riferita al telefonino, perché ponendosi vicino alla testa avrebbe potuto riscaldare il cervello. Gli studi hanno dimostrato che il riscaldamento esterno dell'orecchio non supera il decimo di grado. Effetti come mal di testa, insonnia o altro, lamentati soprattutto da persone che si dichiarano sensibili ai campi elettromagnetici, qualora effettivamente esistano, sono dovuti a qualche altro fattore. Qui la ricerca è molto chiara. Quando queste persone accettano di sottoporsi a degli studi, vengono posti vicino a una sorgente di onde (ma non sanno se il campo sia acceso o spento) e si sentono male senza che ci sia un'associazione tra le due cose. Si tratta, molto probabilmente, di un effetto psicosomatico innescato dalla preoccupazione, più che un problema di campi elettromagnetici".

Esiste, in Italia, un'analisi epidemiologica del fenomeno, con dati forniti dai medici di base, che probabilmente possono avere una visione più chiara delle aree interessate da antenne e dei pazienti?
"Che io sappia, no. Potrebbe essere un'interessante raccolta di informazioni, più che altro per documentare lo stato di disagio della popolazione. Se si parla però di vere e proprie indagini epidemiologiche, non credo che dati del genere possano essere utili. Il problema più grande che riscontriamo, su questo tipo di analisi, è dovuto al fatto che per poter fare studi di questo genere bisogna quantificare il tempo dell'esposizione. Non basta sapere che una persona abita vicino ad una linea o un'antenna, ma occorre verificare quante ore trascorre dentro casa e se altri fattori possono influenzare determinate patologie, nel caso vi siano".

Secondo lei, la paura di molte persone è generata dal cosiddetto principio di precauzione adottato da alcune leggi in materia?
"Assolutamente. E di questo abbiamo prove scientifiche, con analisi sociologiche a dimostrarlo. Per ovviare questo tipo di preoccupazioni, molte volte le leggi amplificano tali paure, causando l'effetto opposto, tanto che gli esperti francesi raccomandano di abbandonare non solo le raccomandazioni precauzionali che ci sono state negli anni, ma anche il concetto di sito sensibile. Se non c'è prova che i campi elettromagnetici facciano male, non c'è motivo di adottare particolari restrizioni".


LINK
- Le pagine del sito dell'Iss dedicato all'argomento