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Geronzi è a cavallo del Leone alato. Ma non può volare
Il banchiere di Marino diventa presidente di Generali, ma i suoi avversari in Mediobanca ne neutralizzano le ambizioni più grandi. Le deleghe operative restano ai confermati Perissinotto e Balbinot. Ecco le speranze del governo e gli intrecci finanziari.
Fonte: Immagine dal web
Non tutto è andato come voleva. Per adesso i progetti più ambiziosi, le manovre politiche più spregiudicate, restano nel cassetto. Tuttavia l'operazione di 'aggancio' del Leone alato è al sicuro. Cesare Geronzi salta in sella a Generali e ne diviene presidente dopo tre anni trascorsi alla guida di Mediobanca.
GERONZI ALLA GUIDA, MA SENZA PIENI POTERI. Già il 30 marzo scorso la banca d'affari, azionista di maggioranza della compagnia assicurativa triestina, ha formalizzato la lista dei 19 consiglieri che saranno votati il prossimo 24 aprile dall'assemblea di Generali. Ne esce un incastro di nomi, interessi ed equilibri che permette a Geronzi di completare il trasloco di cui già da tempo si vociferava, ma che non gli consente di fare il bello e cattivo tempo come sperava.
I GUAI GIUDIZIARI. Il banchiere di Marino, si sa, deve affrontare diverse grane giudiziarie. È indagato per il crac Cirio e soprattutto è accusato di bancarotta dai magistrati dell'affaire Eurolat-Parmalat. I criteri di onorabilità imposti ai dirigenti bancari gli avrebbero creato qualche problema di incompatibilità. Nel settore assicurazioni, invece, le maglie dei codici etici sono un po' più larghe. Geronzi, dunque, passa dal 'controllore' Mediobanca alla 'controllata' Generali e tira un sospiro di sollievo. Eppure i suoi avversari a Piazzetta Cuccia sono riusciti a fargli terra bruciata intorno.
PAGLIARO A MEDIOBANCA. Intanto il presidente uscente non potrà contare sul fedelissimo Marco Tronchetti Provera quale suo successore. Su quella poltrona siederà invece il coriaceo Renato Pagliaro, un manager che da sempre rappresenta l'identità della banca e che certamente ne conserverà gelosamente l'indipendenza rispetto a qualunque ingerenza esterna. Pagliaro, assieme ad Alberto Nagel, è l'uomo che da tempo getta sabbia negli ingranaggi della macchina di potere di Geronzi. E proprio i due super dirigenti hanno fatto in modo che i piani dell'ex patron di Capitalia non si realizzassero appieno.
NIENTE DELEGHE AL BANCHIERE DI MARINO. Geronzi non avrà deleghe operative, che rimarranno agli amministratori delegati confermati: Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot. Il primo assumerà la carica di group ceo, mentre in capo al secondo si concentreranno tutti i poteri sul ramo assicurativo. I vicepresidenti di Generali saranno invece lo stesso Nagel e Vincent Bollorè, che entra così a Trieste. Nel cda da 19 membri ci sono anche le conferme di Francesco Gaetano Caltagirone, Diego Della Valle, Paolo Scaroni, Lorenzo Pellicioli, Ana Botin, Leonardo Del Vecchio, Alessandro Pedersoli, Reinfried Pohl e Petr Kellner (autore pochi giorni fa dell'ultima operazione di mercato con l'acquisto di 4,7 milioni di azioni Generali per un valore di 83,4 milioni di euro).
LE AMICIZIE. Ma chi è che avrebbe preferito un Geronzi con le mani libere? Da tempo si parla di un'amicizia sempre più stretta con Giuseppe Guzzetti, il 'boss' delle fondazioni bancarie e delle casse di risparmio. Ottimi sono i rapporti anche con banchieri del calibro di Giovanni Bazoli. Però è sul fronte politico che le relazioni si fanno davvero interessanti, soprattutto con pezzi da novanta del governo Berlusconi che rispondono ai nomi di Giulio Tremonti e Gianni Letta.
I 'BISOGNI' DI PALAZZO CHIGI. Va ricordato che Generali è una gallina dalle uova d'oro, un forziere da 400 miliardi di euro che potrebbe far comodo a Palazzo Chigi qualora ci fosse la necessità di salvare alcuni asset industriali strategici che rischiano di finire in mani straniere: per esempio Telecom (minacciata dagli spagnoli) o Alitalia (che potrebbe far gola ad Air France). Poi ci sono i grandi investimenti tipo il Ponte sullo Stretto, l'Expo milanese o le possibili Olimpiadi del 2020.
LA LEGA E LE FONDAZIONI DEL NORD. Inoltre, si sa che Geronzi e la Lega Nord hanno un nemico comune: quell'Alessandro Profumo che vuole accentrare i poteri in Unicredit e che il Carroccio ha criticato duramente, chiedendo un maggiore vincolo del credito alle esigenze territoriali. Gli amministratori 'lumbard' hanno l'ambizione non velata di controllare le fondazioni bancarie del Nord attraverso gli enti locali. E di influire, mediante le fondazioni, sulle scelte strategiche dei colossi bancari di cui le fondazioni stesse sono forti azioniste. Generali, dunque, potrebbe fare in qualche modo da collante tra gli interessi bancari, quelli delle fondazioni e la sete di egemonia economica del nuovo 'dominatore' leghista. Certo, Geronzi in questa fase avrà pochi margini di manovra e soprattutto non potrà mettere mano al suo progetto più caro: la fusione Mediobanca-Generali cui Berlusconi in persona guarderebbe con grande interesse.
IL BUBBONE DEGLI INTRECCI AZIONARI. Sullo sfondo di questi nuovi intrecci politico-finanziari, resta il panorama asfittico del capitalismo italiano, che è come una stanza piccola e chiusa in cui il tarlo dei conflitti di interessi divora la mobilia polverosa. Mediobanca è il primo azionista di Generali ed ha anche la maggioranza del patto di sindacato Rcs (cui partecipano, tra gli altri, Generali e Pirelli). Il Leone di Trieste è uno dei soci forti del patto di Mediobanca e insieme controllano Telecom tramite Telco. Ma Generali è anche secondo azionista di Intesa San Paolo e fa parte del patto di sindacato Pirelli, assieme alla stessa Mediobanca e a Intesa. Nel patto di sindacato Pirelli figura la Fonsai di Ligresti, che sta dentro al patto di sindacato Rcs. E Unicredit, che è prima azionista di Mediobanca con circa il 9 per cento? Piazza Cordusio ha poco meno del 5 per cento di Generali, ma Generali detiene a sua volta una piccola partecipazione in Unicredit. Ci sarebbe da impazzire se si volessero elencare tutti gli incroci, le concatenazioni, le sovrapposizioni che tengono insieme le stanze dei bottoni dell'economia italiana. Una situazione che persino l'Antitrust ha giudicato più volte insostenibile, uno scenario cui la nomina di Geronzi garantisce piena continuità.
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