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Vittime del dovere: l'agente Schio, quando il 'sacrificio' diventa servizio per gli altri

Il poliziotto, che dal '95 è su una sedia a rotelle per un agguato criminale mentre era di pattuglia, ha creato l'associazione Fervicredo. "Non rimpiango nulla - dice - e non ho mai avuto ripensamenti sulla scelta di indossare la divisa".

» Europa Valentina Marsella - 13/05/2010

Servire lo Stato, a costo della propria vita. Indossare una divisa significa accettare di poter morire per quella professione. Che a volte è vissuta come un lavoro qualunque per arrivare a fine mese, ma in molti casi è un'autentica missione. E se in un agguato criminale si rischia la vita, non si rimpiange mai la propria scelta. La testimonianza è quella di Mirko Schio, agente di polizia che nel '95, in servizio di pattugliamento a Marghera, ha visto cambiare il corso della propria vita in pochi istanti. Aveva fermato un'auto sospetta in compagnia di altri due agenti: e infatti, dal veicolo è partita una raffica di colpi provenienti da armi da guerra, che ha raggiunto i tre poliziotti. Un agente è rimasto miracolosamente illeso, il secondo, colpito al cuore, ce l'ha fatta. Ed è sopravvissuto anche Schio, bersagliato da svariati colpi all'addome, ma non camminerà più. 

"Sono finito in carrozzella – ci racconta l'agente di polizia – ma ho avuto la fortuna di sopravvivere. Né io, né altri colleghi rimasti infortunati in servizio, abbiamo mai avuto un ripensamento sulla scelta di indossare quella divisa. Rifarei esattamente tutte le cose che ho fatto, perché quando si decide di diventare poliziotti, si accetta il rischio di morire o rimanere feriti sul lavoro. Certo, ognuno spera sempre che non capiti, ma si muore di malattia, per tante altre cause, e in altri incidenti sul lavoro. Non ho rimpianti, nessuno di coloro che si trovano nelle mie condizioni credo ne abbia. Ma a fare male sono altre cose, come la riconoscenza e l'attenzione che spesso vengono a mancare da parte delle Istituzioni e di alcune persone". 

Ma Schio non si è sentito solo quando, dopo l'incidente, gli amici, i colleghi e il sindacato Coisp lo hanno sostenuto. Anzi, da questa solidarietà e unione, è nata l'Associazione 'Feriti e vittime della criminalità e del dovere' (Fervicredo). Nel '99, a Venezia, Schio e altri colleghi hanno voluto dare un segnale, sull'onda di una reazione emotiva al grave fatto accaduto, ultimo di una serie di episodi criminosi che hanno sconvolto il Veneto nell'ultimo decennio del Novecento. Perché per i tre poliziotti, che all'epoca avevano una media di 25 anni, dopo l'attentato era iniziato un autentico calvario, fisico e morale. Segnati per sempre nel corpo e nello spirito, quei ragazzi si erano resi conto che nemmeno per loro, difensori della legalità dello Stato, esistevano automatismi, uffici preposti efficienti e ben informati, persone preparate per aiutarli a districarsi nel dedalo della burocrazia e della giurisprudenza. 

Prima di allora, racconta Schio, "non esistevano associazioni dedicate alle vittime del dovere, ma solo a quelle provocate da atti terroristici. E ciò sulla scia di vari episodi, tra i quali l'uccisione del commissario Albanese. Volevamo aprire questa nuova parentesi per essere vicini alle famiglie di colleghi e di tutte le forze dell'ordine, e abbiamo ufficializzato il nostro impegno con l’associazione che oggi conta ben 700 famiglie iscritte, sparse nelle varie regioni italiane". Da allora, fino a oggi, sono state innumerevoli le leggi e leggine, nate sempre sull'onda di violenti fatti di sangue. Un meccanismo normativo "farraginoso – fa notare il presidente di Fervicredo, che oggi abita alla periferia di Mestre – che ha creato disparità nelle disparità: quello che ci preme di più è che venga riconosciuta l'equiparazione delle vittime del dovere, a quelle della criminalità organizzata e del terrorismo". 

Con la legge 407 del '98, spiega Schio, sono state dettate nuove norme in favore di chi cadeva per mano di organizzazioni criminali o terroristiche: "E questo ha creato una maggiore disparità con le altre vittime, del dovere o del servizio. Poi, dal '98 ad oggi, una marea di leggi, regolamenti, c'è stata una rincorsa nella normativa, e anche la nostra categoria ha iniziato ad avere benefici previdenziali, risarcimenti, vitalizi, assistenza legale e psicologica. Di recente, presso la presidenza del Consiglio, è stato istituito un tavolo tecnico per la totale equiparazione delle vittime del dovere alle altre, in tempi brevi". 

La strada intrapresa sembra quella giusta, ma secondo il presidente dell'associazione, c'è ancora molto da fare: "Vorremmo che i benefici che spesso vengono dati a orfani e vedove – dice – non si trasformassero in danno per queste persone: come nel caso della figlia di un vigile del fuoco deceduto, che ha seguito le orme del padre, che è stata inviata a centinaia di chilometri di distanza da casa, da Palermo a Milano, o il caso di una vedova con due figli piccoli, che è stata trasferita da un capo all'altro dell'Italia. E ancora, la storia della figlia di un membro della forestale che, seguendo la strada del padre, è stata spostata da Assisi a Viareggio. Queste famiglie vivono in una condizione di angoscia e sofferenza terribile, ed essere trapiantati altrove aggiunge dolore alla perdita del proprio caro. La polizia è quella che, in assoluto, ha avuto sempre un'attenzione particolare verso questo aspetto".

Quando una perdita, fa notare Schio, "dipende dalla cattiveria altrui, vedersi consegnare una medaglia d'oro e poi essere dimenticati il giorno dopo non è facile". Ecco perché l'assistenza, soprattutto psicologica, in questi casi è fondamentale. "La mia consolazione – racconta l'agente vittima dell'agguato di Marghera – l'ho trovata nell'appoggio degli amici, dei colleghi e del sindacato. Non esiste un'assistenza psicologica gratuita per i familiari, e invece l'aiuto dello specialista, senza che questo sia a carico della famiglia che ha subito la perdita, è fondamentale soprattutto per gli orfani. E poi la nostra società – aggiunge -  non è come quella americana, in cui andare dallo psicologo è come fare la spesa. Da noi chi lo fa viene etichettato come pazzo". 

Una forma di assistenza automatica sarebbe fondamentale. La Polizia, prosegue Schio, ha creato la figura dei Pari, persone che si occupano di assistere psicologicamente chi abbia subito traumi. E poi ci sono i call center istituiti presso il ministero dell'Interno e quello della Difesa, ma forniscono solo informazioni sulle pratiche da aprire o sui benefici, non assistenza psicologica. 

La battaglia principale dell'associazione è che "siano cancellate tante assurdità legislative: tante norme accavallate sulle equiparazioni – dice – hanno creato scompiglio. Ad esempio, la Finanziaria 2007 per il 2008, ha riconosciuto ai figli maggiorenni non a carico della vittima un vitalizio maggiore, rispetto a quanto previsto per le vedove e gli orfani a carico. Il figlio maggiorenne ha diritto a 500 euro, vedove ed orfani a carico della vittima, 258 euro. Ecco che questa incoerenza degli assegni va sanata. Un altro esempio: le vedove delle vittime del lavoro hanno la pensione esentata da Irpef, mentre le vedove delle vittime del dovere e dei deceduti in servizio pagano la tassa. Stiamo lavorando per risolvere questi aspetti, e l'ultima finanziaria ha accantonato cifre da utilizzate per sanare queste disparità". 

A  gravitare nell'associazione, non sono solo le famiglie di militari, ma anche di civili venuti a contatto con la brutalità del crimine in ogni sua manifestazione. Vittime di reati di varia natura, familiari di persone cadute per mano criminale e persone comuni che si ritrovano negli ideali di solidarietà, di ascolto, di sostegno e trasmissione della memoria che l'associazione si è prefissa. Nasce da qui il motto 'La forza di ri-vivere'. 

LINK 
- Fervicredo