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Carcere: Capece, "Agenti psicologi? Si, preveniamo ogni anno 600 suicidi".
Il leader del Sappe risponde al capo del Dap sul ruolo dei poliziotti nel monitorare i disagi dei detenuti: "Si doveva puntare di più su educatori e psicologi. Dovrebbero triplicarci lo stipendio". Le proposte per abbattere il 'killer' sovraffollamento.
Fonte: Immagine dal web
Agenti penitenziari, non solo custodi delle celle, ma anche psicologi improvvisati pronti a prevenire i disagi dei detenuti. Sono tanti i suicidi nelle carceri che hanno contraddistinto questi primi due mesi del 2010, e il Capo dell'amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, ha sottolineato come la polizia penitenziaria, oltre al classico ruolo di custode, sia preziosa nel cogliere in tempo i segnali del detenuto che manifesti insofferenza.
Agenti psicologi, dunque? "È un compito che già svolgiamo - ci racconta Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe - perché, ogni anno, gli agenti riescono a salvare almeno 600 reclusi dal suicidio. Se vogliono paragonarci a degli psicologi, lo facciano pure. Il poliziotto vive a contatto con i detenuti 24 ore su 24, e riesce certamente a monitorare i vari stati di umore dei carcerati. Ma se pensiamo che la media è di un agente per cento detenuti, per quanto possa essere 'dinamica' la sorveglianza, è impossibile tenere d'occhio tutti".
Il problema, spiega Capece, è quando si vuole "strumentalizzare il ruolo dell'agente in un sistema carente dal punto di vista degli educatori e degli psicologi penitenziari. Al poliziotto, a questo punto, dovrebbe essere pagato il triplo dello stipendio, che è di 1300 euro, perché è sorvegliante, educatore e psicologo allo stesso tempo. Un po' come avviene per i colleghi delle carceri tedesche, che hanno uno stipendio base di 2500 euro a mese; un discorso che andrebbe a uniformare la condizione di tutti gli agenti dei Paesi Ue".
La carenza di psicologi ed educatori, è dovuta al fatto che, fa notare il leader del Sappe, "l'amministrazione penitenziaria ha investito poco per l'area trattamentale, perché è prevalsa sempre la necessità di sicurezza, aumentata con l'acuirsi dei livelli di sovraffollamento negli istituti di pena. Quando la legge 354 del '75 ha istituito la figura di educatori e psicologi, si doveva puntare maggiormente sull'area trattamentale, perché sarebbe stato d'aiuto ai poliziotti penitenziari". Ad oggi, il numero di suicidi del 2010 è arrivato a quota 13: un fenomeno, sottolinea Capece, legato strettamente al "sovraffollamento che riduce gli spazi di vivibilità in cella. Noi diciamo si all'approvazione dello stato di emergenza del piano carceri, ma vogliamo vedere risultati concreti. È inutile disquisire sulle strutture galleggianti o altro".
Il Sappe infatti, nel convegno di qualche giorno fa, organizzato per discutere la questione sovraffollamento (durante il quale Ionta ha parlato del ruolo di monitoraggio preventivo dei disagi dei detenuti da parte degli agenti), ha rilanciato la proposta di realizzare il sistema modulare di sicurezza detentivo, già attivo negli Usa e in altri Paesi: "Si tratta – spiega Capece – di un sistema modernissimo di sicurezza costruito in acciaio, capace di contenere 600 posti e realizzabile, chiavi in mano, in sei mesi. Un sistema dotato di ogni confort, con celle da due posti massimo e con costi ridotti: per un carcere in cemento armato da 700 posti ci vorrebbero 100 milioni di euro, mentre con il sistema modulare che ha la stessa capienza, ce ne vorrebbero solo 20 milioni".
Questo sistema, inoltre, fa notare il leader del Sappe, non ci sono le bombolette del gas, ma piani cottura. Un vantaggio, se si pensa che gran parte dei suicidi avvengono inalando gas, anche se l'impiccagione resta la prima scelta di morte. Inoltre, le bombolette da campeggio sono pericolose anche per gli agenti, perché potrebbero essere usate contro di loro". Capece torna sulla proposta di creare ipotetiche carceri galleggianti: "La Fincantieri ha realizzato due progetti – rileva – dove però si evidenzia che queste strutture avrebbero elevati costi di manutenzione, oltre al fatto che per realizzarne una da 600 posti, ci vorrebbero anche qui 100 milioni di euro. Dunque, una soluzione poco economica, realizzabile in almeno due anni.
Il sovraffollamento va combattuto: "Noi spingiamo sull'istituto della messa in prova e sull'introduzione in Italia dell'uso del braccialetto elettronico. Al convegno di qualche giorno fa è venuto un funzionario del ministero della Giustizia inglese che ha mostrato un filmato sull'uso del braccialetto: in Gran Bretagna sono 19mila 500 i detenuti che lo indossano fuori dal carcere, con risultati più che brillanti. Ci vuole solo un atto di coraggio dell'amministrazione penitenziaria e del Governo. Perché il braccialetto elettronico – conclude - è senz'altro uno dei sistemi deflattivi più concreti".
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