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Dalai Lama: l'incontro con Obama, tra polemiche e giochi di potere

La massima carica religiosa buddista ricevuta dal Presidente americano. Forti proteste del governo cinese che paventa un'ulteriore incrinatura nei rapporti tra i due paesi. Anche in passato tensioni per le visite in Italia e Francia.

» Americhe Redazione/GC - 18/02/2010

Un incontro a porte chiuse nella Map Room e non nello Studio Ovale, dove solitamente i presidenti americani ricevono i leader internazionali. Un incontro vietato alla stampa, niente foto di rito, niente dichiarazioni. Un cerimoniale senza clamore per il carattere non ufficiale della visita. La stessa Casa Bianca, infatti, ha più volte sottolineato che Barack Obama ha voluto incontrare il Dalai Lama nella sua veste di leader spirituale.

Un evento tanto discusso quanto voluto dallo stesso presidente americano che ha inevitabilmente inasprito le tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina da tempo in discussione su diversi temi, sopratutto anche a causa della questione del nucleare iraniano. 

Le pressioni cinesi sulla Casa Bianca sono state fortissime, anche se la massima autorità religiosa del mondo buddista ha sempre incontrato tutti i capi di stato americani. La visita è stata giudicata un errore, mentre ha lasciato perplessi l'esplicita richiesta di annullarla, cosa mai accaduta sotto il governo dei presidenti Bush, padre e figlio, e di Bill Clinton, oltre la minaccia, neanche troppo velata, di un "ulteriore peggioramento nelle relazioni tra i due Paesi".

La decisione di Barak Obama di ricevere comunque il Dalai Lama, ritenuto da Pechino un "lupo in abiti da monaco", che gira per il mondo fungendo da cassa di risonanza per propagandare le istanze separatiste del Tibet, ha incarnato invece un sentimento diffuso negli Stati Uniti dove, secondo il sondaggio di ieri di Cnn e Opinion Research, tre quarti della popolazione vorrebbe che il Tibet fosse indipendente dalla Cina. Questo però, senza danneggiare i rapporti internazionali tra i due paesi che la maggioranza degli americani vuole mantenere saldi. 

Sono soprattutto ragioni di carattere economico, secondo gli addetti ai lavori, quelle che si nascondono dietro la rabbia cinese. La vendita di armi Usa a Taiwan, il rispetto dei diritti umani in Cina, il tasso di cambio dello Yuan, la censura di Internet, sono solo alcuni dei contenziosi di difficile soluzione tra i due stati. Su tutto però, c'è la questione del nucleare iraniano. La Cina ha stipulato accordi commerciali con Teheran per 70 miliardi di euro, per la fornitura di energia, ed è contraria ad imporre pesanti sanzioni che metterebbero in crisi le industrie cinesi, oltre all'economia iraniana.

Anche in passato le visite del Dalai Lama non sono passate inosservate ed ogni volta la Cina ha minacciato di interrompere i rapporti economici se l'autorità religiosa fosse stata accolta dalle istituzioni. In Italia, nel 2007, il Governo non organizzò nessun incontro ufficiale e molte polemiche nacquero per il rifiuto dell'allora Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, a far entrare il leader buddista nell'emiciclo di Montecitorio. Successivamente il Dalai Lama è venuto a Roma per ben due volte nel 2009 e, in una delle due occasione, gli è stata consegnata la cittadinanza onoraria nella Capitale.

Francia non è andata meglio con un'accoglienza piuttosto fredda. Dopo un'iniziale disponibilità del Presidente Nicolas Sarkozy, che aveva scatenato l'ira dei cinesi, una missione istituzionale all'estero di 12 giorni ha fatto saltare l'incontro tra i due. L'unico contatto con un membro del governo è stato quello con il ministro degli esteri Bernard Kouchner, che ha detto "è sempre il benvenuto in Francia", durante l'inaugurazione di un tempio buddista a Roqueredonde, nel sud della Francia, e Carla Bruni, moglie del capo dell'Eliseo, ha portato i saluti del marito durante un colloquio privato.

Osannato dalle folle di tutto il mondo, sembra che il Premio Nobel per la pace, più che un'autorità religiosa, sia per la Cina una terribile minaccia. Così capi di Stato di tutto il mondo si trovano spesso costretti ad operare un compromesso tra diritti umani e rapporti economici.