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L'esercito dei bamboccioni, per scelta o combinazione

Il caso di un 40enne che ha chiesto al padre, chirurgo miliardario, di essere mantenuto con 2mila euro al mese, è uno dei tanti adulti che pesano ancora sulle spalle dei genitori. Il 72,8% dice l'Istat, soprattutto maschietti.

» Famiglia Valentina Marsella - 05/02/2010
Titolo: blogs.myspace.com/emmaengkvist

Quarant'anni suonati, salute da leoni e una laurea in ingegneria. Quello che si direbbe un uomo da sposare, ma lui non è proprio dell'idea. Perché a mantenerlo deve pensarci papà. Come non tirare in causa i tanto decantati bamboccioni osservando la vicenda di G.F., classe 1969, che ha citato in giudizio il padre, un chirurgo miliardario di fama internazionale, per ricevere la paghetta mensile? E che paghetta: 2mila euro di mantenimento e 57mila euro di arretrati, giusto per pareggiare i conti con il passato. 

Sembra uno scherzo, eppure è accaduto: nel 2008 il Tribunale di Milano ha respinto la domanda dell'ingegnere che non vuole proprio staccarsi dai pantaloni del danaroso papy. Ma non contento, l'esigente ragazzo, ha fatto ricorso in appello contro il verdetto del primo giudice. Anche qui, niente di fatto: la Corte milanese, ha confermato che "l'appellante aveva ormai 40 anni, era laureato in ingegneria...e che per età, capacità lavorative e professionali...(doveva già essere) indipendente economicamente". Eppure neanche questa volta l'ingegnere si è dato per vinto: andrà fino in fondo, ricorrendo in Cassazione, con l'aiuto degli avvocati Anna Orecchioni e Giacinto Canzona. 

Furbo il ragazzo, che sa già di trovare terreno fertile presso la Suprema Corte: forte dei precedenti giurisprudenziali che hanno stabilito che non sussiste alcun limite di età per il mantenimento dei figli adulti, ha molte speranze di vincere. Non è infatti la prima volta che i giudici di piazza Cavour difendono i diritti dei figli, anche se in età all'apparenza non più verde, stabilendo che il genitore deve provvedere al loro sostentamento. Certo, l'ingegnere avrà esagerato nella richiesta di 2mila euro, ma se il suo stile di vita è stato quello fino ad oggi, non è improbabile che la richiesta sia accolta. 

È di pochi giorni fa la notizia di un artigiano trentino, condannato dal Tribunale di Bergamo (dove adesso vive con una nuova famiglia) a pagare gli alimenti alla figlia 32enne, iscritta fuoricorso da 8 anni alla facoltà di Filosofia, avuta da una moglie dalla quale aveva divorziato. Il papà aveva smesso di pagarle il mantenimento quando lei aveva 29 anni, poiché non si decideva a laurearsi. La scelta unilaterale di interrompere i pagamenti non è però stata considerata legittima dal giudice. Il sessantenne trentino ha dovuto versare alla figlia bambocciona 12mila euro, comma che comprende gli arretrati, nonostante fino a tre anni fa avesse versato alla figlia l'assegno di mantenimento, come il Giudice di Pace di Trento aveva imposto nella sentenza di divorzio dalla moglie, "fino a quando la figlia non fosse stata autosufficiente".

Precedenti casi sono stati esaminati anche da altri tribunali che hanno poi sentenziato in maniera difforme a quello di Bergamo. Il Tribunale di Milano, ad esempio, ha respinto la domanda dell'ingegnere 40enne che ha presentato ricorso in Cassazione. Così pure il Tribunale di Roma, con sentenza emessa nel 2006, passata in giudicato, ha accolto il ricorso di un padre 60enne divorziato, che non voleva più corrispondere il mantenimento alla figlia 30enne fuoricorso. In questo caso, il padre  aveva deciso di intentare una causa davanti al Tribunale Civile di Roma per ottenere, a seguito della modifica delle condizioni di divorzio, l'annullamento dell'assegno di mantenimento di oltre 500 euro che ogni mese, da circa dieci anni, versava alla ex moglie per il mantenimento della ragazza. 

Nel ricorso il padre sosteneva che la propria figlia non aveva più diritto ad avere l'assegno perché si era dimostrata svogliata all'università andando fuori corso di parecchi anni. Inoltre, la ragazza, anche se non lavorava autonomamente, poteva contare sulla proprietà di un villino che il padre stesso le aveva donato. Un anno e mezzo di causa, poi la decisione del Collegio della Prima Sezione del Tribunale Civile di Roma, che ha accolto pienamente il ricorso stabilendo non solo che la ragazza trentenne non doveva essere più mantenuta dal padre, ma anche affermando per la prima volta il principio contenuto nella L. 54/06 che se il figlio maggiorenne 'vuole i soldi' da uno dei genitori non può chiederli attraverso l'altro, ma deve intentare una causa autonomamente. 

Insomma, si è bamboccioni, secondo la definizione coniata dall'ex ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa, per quei figli che in età adulta restano a casa con mamma e papà, per scelta o per una serie di combinazioni, ma comunque da mantenere. Un termine riportato in auge anche dal ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che ha provocatoriamente lanciato la proposta di una legge anti mammoni, prevedendo di obbligare per legge i figli ad uscire di casa a 18 anni. Ma ha anche ammesso di essere un ex bamboccione: "Sono arrivato a 30 anni che non ero capace di rifarmi il letto – ha detto -  e fino a quando non sono andato a vivere da solo era mia madre che la mattina me lo rifaceva. Di questo mi sono vergognato". 

Una situazione comune a molti giovani che, senza prospettive e guadagni, restano a casa con i genitori. Perché lavoro non se ne trova, gli appartamenti costano troppo e comunque essere coccolati, lavati e spesati in tutto, non è certo un sacrificio. L'esercito dei bambinoni a lunga scadenza è sempre popoloso, soprattutto se si pensa alla crisi economica e alla disoccupazione che avanza.

L'Istat, che ha intervistato in due riprese 10mila figli tra i 18 e i 39 anni, prima nel 2003 e poi nel 2007, ha messo nero su bianco un fenomeno sempre più significativo: il 72,8 per cento di loro, alla fine, è rimasto sulle spalle della famiglia, e solo il 20,8 ha cambiato domicilio. Qualcuno dei presunti bamboccioni ce l'ha messa tutta, dimostrandosi volenteroso nel togliere le tende da casa, ma su 100 che nella prima indagine statistica avevano dichiarato di essere sicuramente pronti al grande passo, soltanto la metà (53,4 per cento) sono davvero andati a vivere da soli. 

Tra quelli che si sono spesso ripetuti 'Forse me ne vado', solo uno su quattro (24,2 per cento), ha davvero traslocato iniziando a camminare con le proprie gambe. Neanche a dirlo, l'esercito dei mammoni è composto soprattutto dai maschietti, più restii a lasciare il 'nido': tra i 30 e i 34 anni, nel 2003, 4 su 10 non avevano ancora spiegato le vele verso i lidi dell'indipendenza, contro la metà delle loro coetanee. "La permanenza dei giovani in famiglia – hanno spiegato gli esperti di statistica - è uno dei principali problemi del Paese". 

Tra gli ostacoli che impediscono l'autosufficienza, soprattutto quelli economici: il difficile accesso al mercato del lavoro e a quello abitativo. Ma non solo. È anche un fatto di mentalità: molti mammoni lasciano la casa familiare solo dopo aver trovato un'alternativa valida a sostituire coccole e cucina materna: quando cioè arriva il momento del matrimonio (un 43,7 per cento che diventa 57,5 nel Mezzogiorno). Questo forse resta il movente principale per spiegare le vele. Meno sentita, solo nel 28,1 per cento dei casi, è l'esigenza di indipendenza, più sentita salendo verso Nord (38,4 per cento). 

All'affermazione 'questa casa non è un albergo', il 47,8 per cento dei 18-39enni si giustifica dicendo di non avere abbastanza soldi. Ma un 44,8 per cento ammette che sta bene così perché ha comunque la giusta libertà. In un'Italia piena di 40enni attaccati alle gonne di mamma, l'orientamento della Cassazione è di assicurare comunque ai figli un contributo in denaro finché non abbiano raggiunto l'autonomia economica, "purché ciò non dipenda da un atteggiamento di inerzia o ingiustificato rifiuto del lavoro". Per la Suprema Corte, lo stop agli alimenti può avvenire soltanto se i figli sono scansafatiche e, "posti nelle concrete condizioni di addivenire alla autosufficienza, non ne abbiano tratto profitto per loro colpa" (sentenza 8227/2009).  L'età non conta, non basta. Ma a volte qualcuno, pur di non perdere l'assegno di mantenimento, ne approfitta. 

LINK
- Sentenza 8227/2009
- Legge 54/06