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Ricerca: un appello per migliorare il Piano Nazionale del ministero

Per il professore Riccardo Barbieri le priorità da affrontare sono: la non separazione della ricerca di base da quella applicata; le modalità di concorsi e assunzioni; la frammentazione dei finanziamenti; le borse di studio per i giovani.

» Cronaca Lavoro Gianluca Colletta - 19/01/2010

Finanziare la ricerca scientifica non è un lusso, ma una necessità per lo sviluppo di un Paese. Sono in tanti a scendere in campo a favore della ricerca nel tentativo di migliorare il Piano Nazionale in via di definizione. Tagli ai fondi e precariato rischiano di provocare danni gravissimi. Per questo il professor Riccardo Barbieri, ordinario di Fisica Teorica alla Scuola Normale di Pisa, insieme ad altri 57 ricercatori italiani ha deciso di lanciare un appello, pubblicato sul sito www.ricercadibase.it.

Professore, cosa non va nel Piano Nazionale della ricerca?
"Molto dipende da come verrà implementato. Le cose, senza fare un processo a priori, che occorre dire sono diverse. Innanzitutto la questione del costo zero. Senza un adeguato finanziamento alla ricerca di base, come diciamo nel nostro appello, non c'è nessuna strada. Secondo poi, è molto importante che nel fare un programma a medio-lungo termine, è necessario che siano coinvolti degli esperti del campo, italiani e stranieri, senza distinzioni, e responsabilizzati con un mandato chiaro. Non sto facendo nessuna difesa della corporazione, ma sto dicendo che chi conosce quali sono le necessità e i modi di far funzionare la ricerca, sono gli esperti. E in questo ci auguriamo che la nostra richiesta venga accolta".

Cos'altro ancora?
"Come altro fatore, anche questo molto importante, noi diciamo, sempre come auspicio: chi separa la ricerca pura e quella applicata sbaglia. Le ragioni sono due e ovvie. Ce n'è una storica, tutte le grandi applicazioni del passato provengono da ricerche senza una finalità originale ben determinata. Oggi inoltre la distinzione tra le due modalità è molto labile. Ci sono continuamente interazioni. Nella formulazione finale del Piano Nazionale della ricerca mi auguro non ci sia una separazione molto rigida. La parola chiave da utilizzare è 'ricerca di base' che è facilmente definibile all'opposto, ovvero cosa non è: quella determinata da un progetto predefinito con un obiettivo stabilito, a breve termine. Se ci si concentrasse su quest'ultima per riorganizzare la ricerca in Italia sarebbe un errore".

Quali sono i vostri suggerimenti in merito?
"Abbiamo, proprio per questo motivo, stilato un documento in 5 punti. Potrà essere cambiato. Come c'è scritto sul nostro sito vogliamo inviarlo al ministro entro la fine del mese, ma siamo aperti a suggerimenti e critiche. La nostra idea è di evitare che la ricerca di base sia a costo zero. Inoltre, il meccanismo di reclutamento delle Università, diversamente dagli enti, relativamente più autonomi e meglio organizzati, è obsoleto. Ci vuole coraggio. Nelle facoltà scientifiche, non mi permetto di parlare di cosa ci vuole per l'università in generale, anche perché delle regole universali sono oggi problematiche da affrontare, bisogna ridare autonomia ai dipartimenti per quanto riguarda le assunzioni. Io non ho dubbi che in passato ci siano state nomine improprie. Per questo va inserita una valutazione ex-post, dichiarata a priori, per evitare che vengano fatte delle scelte sbagliate".

Per quanto riguarda i finanziamenti, invece?
"Non si regge il sistema  per cui almeno 50 università in Italia hanno delle scuole di dottorato nelle scienze, perché non possono essere internazionalmente competitive. Uno sforzo di indirizzo di localizzazione delle risorse in sedi relativamente selezionate è importante e inevitabile. Serve una concentrazione dei finanziamenti che va fatta a livello centrale, scegliendo delle strategie, ma coinvolgendo gli attori della ricerca, che hanno dimostrato di saperla fare. Non si possono fare delle cose senza il coinvolgimento degli esperti".

Nel vostro documento parlate anche di borse di studio…
"Riteniamo che bisogna finanziare, per durata e importo internazionalmente adeguati, i corsi di laurea e di dottorato in ambito scientifico. Non è tanto drammatico che ci sia un grande numero di giovani che vanno fuori (i miei studenti alla Normale di Pisa sono circa il 90%). Se sono bravi e trovano all'estero chi li assume, non c'è niente di male. Quello che è intollerabile è che non c'è modo di avere un flusso opposto di ricercatori che ritornano in Italia. Per questo ci vogliono dei meccanismi pensati ad hoc. Chi conosce il mercato internazionale sa che sono cose che si fanno col tempo, con un piano di medio lungo termine, coinvolgendo persone che conoscono il problema. Non c'è un sistema pronto ad accoglierli soprattutto in termini di stipendi e laboratori. Questo è un fatto che si è determinato negli ultimi 15-20 anni. Probabilmente dal punto di vista della ricerca di base è il problema più importante".

Quali prospettive ci sono per la ricerca in Italia, se non dovessero essere apportate le modifiche che chiedete?
"Sono disastrose. Se questo dovesse essere confermato si brucerà il terreno fertile di produzione di ricerca che, come diciamo anche nel nostro documento in base anche a quello che abbiamo visto in altri paesi, sarebbe molto difficile ricostruire. Non  si può pensare di togliere dai piedi un'intera generazione di fisici, matematici, biologi e informatici pensando poi che tanto c'è tempo per ripensarci in futuro. Non è così che funzionano le cose. Per la natura delle competenze della formazione che ci vuole, se si perde la continuità, a ritornare indietro si fa una grandissima fatica".

LINK
- L'appello per la ricerca di base (pdf)