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In fuga dai disastri, il dramma dei profughi del clima

Organizzazioni ed esperti avvertono: "I cambiamenti climatici creano maggiori migrazioni delle guerre". Una vera emergenza, che vede quasi 50 milioni di rifugiati. Nel 2050 il loro numero potrebbe quadruplicarsi.

» Cronaca Natura e Ambiente Valentina Marsella - 11/01/2010

Peggio di una guerra. I cambiamenti climatici ogni anno costringono milioni di persone a fuggire dalla propria terra natale. Disastri naturali, alluvioni e uragani, siccita': fenomeni che rendono impossibile restare nel proprio paese di origine, dove ormai ci si sente come imprigionati. Da qui al 2050 i profughi del clima potrebbero superare i 200 milioni: per ora, in base a stime sul 2010, se ne contano almeno 50 milioni, escludendo i 192 milioni di persone che non vivono nella terra di nascita, pari al 3 per cento della popolazione mondiale.

I rifugiati, vittime dei disastri ambientali, sono ritenuti dagli esperti il fattore piu' importante per la migrazione, dagli eventi meteorologici estremi e dalle guerre per il controllo delle materie prime del territorio. Sulle pagine del New York Times, alcuni esperti hanno bollato il fenomeno come "una vera emergenza". E infatti ormai da anni, come ha evidenziato piu' volte l'Organizzazione per le migrazioni (Iom, International organization for migration), le migrazioni climatiche non si arrestano: gia' nel 1990 si contavano 25 milioni dei cosiddetti profughi ambientali, in sofferenza per la situazione critica delle rispettive terre causata da inquinamento, desertificazione, siccita' e disastri naturali. 

Anche l'Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), il gruppo di scienziati che studiano i cambiamenti climatici su mandato dell'Organizzazione delle nazioni unite (Onu), ha osservato che proprio la migrazione umana potrebbe essere uno degli effetti peggiori dell'impatto del global warming. Dal riscaldamento globale alla siccita', dall'innalzamento del livello dei mari alle inondazioni costiere. Secondo lo Iom, una persona ogni 45 nel mondo è a rischio sfollamento a causa delle trasformazioni del clima. E il degrado economico e politico non contribuisce a migliorare la situazione. A detta di alcuni analisti, addirittura, si puo' creare "un circolo vizioso che rafforza il degrado".

Ne è un esempio, la migrazione illegale dal Messico verso gli Stati Uniti, che sembra riguardare un milione di persone ogni anno: una fuga in parte causata dalle condizioni di declino ecologico di un paese in cui il 60 per cento del territorio è classificato come in forte degrado. Parlando di emergenza sulle pagine del New York Times, gli esperti hanno fatto notare come le calamita' naturali abbiano da sempre provato l'umanita'. Ma nella prospettiva di un peggioramento del clima, lo scenario futuro appare davvero nero. Nei prossimi decenni, decine di milioni di persone potrebbero diventare 'rifugiati ambientali' nei paesi piu' poveri. Persone che "hanno perso tutto", come riferisce Rabab Fatima, rappresentante dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) per il sud-est asiatico. 

Tra le terre piu' esposte c'è senz'altro il Bangladesh, in cui la capitale Dacca (12 milioni di abitanti e circa 400.000 persone che vi si riversano ogni anno, la megalopoli piu' a rischio dopo Giacarta e Manila), è gia' la principale destinazione dei rifugiati bengalesi colpiti da disastri meteorologici. Quest'area è tra quelle destinatarie delle risorse (pari a circa 100 milioni di dollari l'anno) stabilite al vertice Onu a Copenaghen per cui pero' bisognera' aspettare il 2020. Sono quattro, secondo l'agenzia per la migrazione, i punti fondamentali per liberare questi 'prigionieri' del clima: riconoscimento da parte della comunita' internazionale del problema, politiche contro la vulnerabilita', mantenimento alto del livello della ricerca e aiuto ai Paesi in via di sviluppo. 

Sulla necessita' di fare piu' sforzi per affrontare il complesso problema delle migrazioni ambientali e originate dai devastanti effetti dei cambiamenti climatici, ha molto insistito l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), versione italiana dello Iom. Celebrando lo scorso 18 dicembre la Giornata Internazionale del Migrante, l'Oim ha messo in luce come nessuno sappia veramente "quante persone siano gia' emigrate volontariamente o siano state costrette a farlo dal cambiamento climatico o dal degrado ambientale". William Lacy Swing, direttore generale dell'Oim, ha fatto notare che "queste migrazioni sono in larga misura interne o dirette verso paesi limitrofi, e si tratta di un fenomeno in crescita". 

Numerosi paesi asiatici, ad esempio, stanno cercando di gestire le massicce migrazioni dalle aree rurali alle citta' che si verificano in seguito alle inondazioni che distruggono i mezzi di sostentamento agricoli, forzando le persone a spostarsi verso aree urbane sovrappopolate, con gravi conseguenze a livello infrastrutturale, dei servizi pubblici e della salute. Il lento processo di degrado ambientale attira meno attenzione rispetto ad eventi estremi quali le inondazioni e le tempeste; tra il 1979 e il 2008, circa 1,6 milioni di persone, specialmente in Africa, hanno subito le conseguenze di periodi di siccita', piu' del doppio di quanti sono stati colpiti dalle tempeste. 

Nel 2008, secondo i dati stilati dall'ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) e dal centro di monitoraggio dei rifugiati (Idmc, Internal displacement monitoring centre), oltre 20 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case per disastri legati alle trasformazioni climatiche, un dato pari a circa quattro volte il numero di profughi causati dalle guerre. Nel complesso, circa 36 milioni di persone in tutto il mondo, tra i quali i 15 milioni di cinesi della regione del Sichuan, colpita dal sisma del maggio del 2008, che ha causato almeno 70mila vittime. Come termine di paragone, l'Idmc ha messo in evidenza che, sempre nel 2008, sono stati circa 4,6 milioni i profughi a causa di violenze e guerre. 

LINK
- Indagine Onu 2009
- Ipcc
- Iom