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Lingua italiana: la comunicazione aziendale sceglie l'Itanglese

Rispetto al 2000 l'uso di parole straniere è aumentato del 773%. Una uona parte degli italiani si tratta di una tendenza eccessiva e fastidiosa, mentre altri la interpreta come un segno di modernità. Lo rivela uno studio di Agostini Associati.

» Costume Redazione/GC - 11/12/2009

Italiano? No, grazie. Meglio l'Itanglese! Nelle aziende nostrane si utilizzano sempre più parole prese in prestito dal mondo anglossassone, ritenute maggiormente efficaci, immediate e rapide, creando così una vera e propria lingua.

Una tendenza aumentata oggi del 773% rispetto al 2000. Termini come 'leader', 'mission', 'partners', 'conference call', 'brainstorming', 'location' sono entrati nel nostro dizionario e non se ne può più fare a meno. A rivelarlo una ricerca, condotta da Agostini Associati, società italiana che si occupa di traduzioni, chiamata appunto itanglese.

Il motivo è semplice. Dalla scuola al mondo degli affari, dallo sport alla tecnologia l'inglese è riuscito ad imporsi, sin dal secolo scorso, come la lingua ufficiale, a livello mondiale, per comunicare. Inoltre l'Italia è uno dei paesi dove si importano il maggior numero di parole e acronimi. All'inizio poteva essere interpretato come una specie di pigrizia letteraria (quante volte si usa hotel invece di albergo), mentre oggi lo stato di globalizzazione dell’economia impone alle aziende di adattarsi, anche se questo accade più difficilmente in nazioni come la Francia, dove il campanilismo è imperante.

La ricerca è stata condotta confrontando le traduzioni dall'italiano verso altre lingue, nel 2000 e nel 2008. Analizzando oltre 100milioni di termini, tutti provenienti da documenti di origine aziendale o istituzionale, si è scoperto che "la densità dei termini anglosassoni all’interno del testo d'origine italiano può arrivare fino al 35% del totale", afferma Alessandro Agostini, socio e responsabile commerciale di Agostini Associati. "È  curioso notare - prosegue - che spesso alcune parole inglesi che abbiamo importato nell'uso corrente vengono poi usate con un significato diverso da quello di origine; c'è insomma una sorta di 'italianizzazione' che crea dei dubbi crescenti agli stessi traduttori anglosassoni".

Look, business e fashion sono, nell'ordine, i tre termini più utilizzati, secondo lo studio. È nelle traduzioni di marketing che l'uso di queste parole è più frequente, con sola eccezione della seconda adatta ad ogni situazione. E sempre nelle versioni che riguardano le strategie pubblicitarie si trovano altri termini che rientrano nella classifica delle prime 10. Al quarto posto c'è 'performance', seguita da 'competitor' (utilizzata anche nei documenti di vendita), 'annual report' (prevalentemente per finanza e bilanci) e 'mission' (risorse umane). A chiudere la classifica tre termini del settore acquisti, marketing e vendite: 'buyer', 'brand' e 'switch' (che viene spesso trovato anche nei manuali, specie di apparecchiature tecniche o tecnologiche).

Ma cosa ne pensassero gli italiani di questo fenomeno? Un sondaggio su internet, commissionato dalla stessa Agostini Associati, ha rivelato che quasi un terzo degli intervistati si è mostrato favorevole a questo cambiamento, interpretato come un segnale di modernità, mentre il 34% ne ha una percezione negativa, ritenendolo eccessivo e fastidioso. Gli altri si sono dimostrati neutrali, anche se l'83% del campione ha notato questo aumento, contro l'1% che non se ne è accorto e il 15% che non ha notato un uso sproporzionato di parole inglesi.

Molte volte è quasi difficile ignorare questi termini, entrati ormai nell'uso comune e usati senza conoscerne il reale significato, anche se il nostro lessico ci riserva un dizionario talmente vasto da far invidia. E chissà cosa direbbe oggi Dante Alighieri di questa novità. Proprio lui che è considerato il padre dell'italiano, ma anche colui che ha combattuto, ribellandosi, alla lingua di allora, il latino.


LINK
- Lo studio di Agostini Associati