Cronaca » Mondo » Americhe

Giornalisti freelance: se il dovere di informazione finisce dietro le sbarre

Il rapporto annuale del Cpj, rivela: "Fino a dicembre 136 reporter finiti in prigione. Il 9% in pił rispetto al 2008. A detenere il primato di carceriere da 11 anni, la Cina, seguita da Iran, Cuba, Eritrea e Birmania".

» Americhe Valentina Marsella - 16/12/2009
Titolo: Il documentarista Dhondup Wangchen, incarcerato in Cina nel 2008 dopo aver intervistato i tibetani
Fonte: www.cpj.org

Giornalisti con la 'G' maiuscola, coraggiosi, che senza tutele varcano confini a rischio per il dovere di informare, racconatando, spesso, verità oltremodo scomode. In tre anni il numero dei freelance arrestati nel mondo è quasi raddoppiato, a riprova del fatto che i reporter 'liberi' da vincoli contrattuali, sono particolarmente vulnerabili ad una pena detentiva, poichè non sempre supportati a livello legale ed economico dal mezzo di informazione per cui lavorano in quel momento. 

Una realtà rimarcata nero su bianco dal rapporto annuale del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (Cpj). Le cifre, aggiornate allo scorso primo dicembre, parlano di un autentico bollettino di guerra, con 136 giornalisti e fotoreporter finiti in manette in tutto il mondo, il 9% in più rispetto al 2008. La Cina è al primo posto, con 24 arresti, seguita da Iran (23), Cuba (22), Eritrea (19) e Birmania (9). Il rapporto evidenzia, inoltre, come sia salito il numero dei giornalisti on-line finiti in prigione, sono stati 68, contro i 51 della carta stampata e 17 per radio e tv.  Ed è proprio la Cina a detenere da 11 anni il record di 'carceriere' peggiore. Il caso emblematico, riportato tra le pagine del sito web di Committee to Protect Journalists (Cpj), riguarda il documentarista Dhondup Wangchen, incarcerato in Cina dopo aver intervistato i tibetani. 

Jayaprakash Sittampalam Tissainayagam, editorialista dello Sri Lanka [Fonte: Committee to Protect Journalists]Dopo aver realizzato una serie di filmati in Tibet ed averli poi spediti ai colleghi d'oltreoceano, Dhondup Wangchen è stato arrestato nel 2008 perchè accusato di incitamento al separatismo. Nei 25 minuti di filmato intitolato 'Jigdrel' (Leaving Fear Behind), i tibetani parlano della loro vita sotto il dominio cinese. Nel portale dell'associazione Cpj anche la mappa dei 'freelance under fire', ossia finiti sotto il fuoco di un diritto-dovere d'informazione negato in una cronistoria che inizia a partire dal 2000. Non solo: Cpj pubblica una vera e propria guida alla sicurezza per i professionisti che si muovono nelle zone 'sotto il fuoco': una prima parte è dedicata alle aree di rischio, seguita da una serie di regole per la formazione del giornalista. Dai corsi per la sicurezza a quelli biochimici, dalle vaccinazioni ai kit sanitari, fino all'abbigliamento e al comportamento da tenere nelle diverse aree di attività.

Tra tutte le storie elencate nel rapporto, anche quella di Jayaprakash Sittampalam Tissainayagam, editorialista dello Sri Lanka arrestato e condannato a 20 anni di prigionia il 31 agosto scorso. È stato accusato di atti di violenza e discriminazione razziale per alcuni articoli da lui pubblicati in favore dei diritti dei Tamil e contro la guerra in una rivista mensile del Nord Est nel 2006 e 2007. Per questo motivo le autorità locali lo hanno incriminato anche per raccolta di informazioni a fini di terroristici e di antistatalismo. 

Nel report si sottolinea che i giorni in cui i giornalisti "inviati in missioni pericolose potevano contare su poderose organizzazioni editoriali per sostenerli, sono ormai una cosa del passato". "Al giorno d'oggi - spiega il Cpj, che ha sede a New York - i reporter in prima linea sono sempre più spesso freelance: la crescita di pubblicazioni on-line ha aperto la porta ad una nuova generazione di reporter". E se, come nel caso Tissainayagam,  l'accusa di antistatalismo è la più frequente nell'imprigionare i giornalisti, il report evidenzia come si sta assistendo ultimamente a un "allarmante aumento del numero di casi in cui i governi stanno scavalcando il giusto processo". "In 39 casi - si spiega - più di un quarto del censimento generale, le autorità competenti non hanno rivelato alcuna accusa formale. Tale praticaè utilizzata in Paesi come l'Eritrea, l'Iran e gli Stati Uniti". 

Dal punto di vista detentivo, sono almeno 20 i giornalisti "prigionieri in località segrete". "Molti sono in custodia del Governo eritreo - rivela il dossier - che ha rifiutato di confermarlo, anche se i suoi detenuti sono ancora vivi.  Relazioni on-line non confermate hanno detto che tre giornalisti eritrei sono morti in carcere". Tra i freelance iraniani, spicca la storia di Fariba Pajooh, 28 anni, traduttrice del giornale spagnolo El Mundo, finita in carcere a Teheran con l'accusa da parte del regime di "propaganda contro la repubblica islamica d'Iran". Poi c'è Cuba, con  22 scrittori ed editori dietro le sbarre e la Birmania, il quinto Paese peggiore in fatto di stampa finita in gabbia.

Tra i reporter birmani, il Cpj ricorda il noto caso della video-giornalista conosciuta dal pubblico come 'T': una lettera per riconoscerla, emblema di una professione che in certe zone si fa in incognito. Appartenente alla Voce democratica della Birmania (DVB), organizzazione indipendente e media agency birmana, 'T', ha dato vita al documentario 'Orphans of the Cyclone Birmania', girato in segreto con la collega 'Z' in Myanmar, tra  maggio 2008 e marzo 2009. Le due video-reporter, hanno filmato le storie dei tanti bimbi resi orfani dagli effetti devastanti del ciclone Nargis, in lotta per la sopravvivenza nei villaggi distrutti: a distanza di un anno le giornaliste sono tornate a visitare gli stessi bambini. Il loro lavoro ha vinto l'edizione 2009 del Sony professional impact Award. 

Ma oltre ai freelance imprigionati, lo speciale di Committee to Protect Journalists scrive nero su bianco le cifre dei giornalisti uccisi nell'anno in corso: 68 nel 2009 e 795 dal 1992. Tra le missioni internazionali del Cpj, quella di fornire assistenza alle famiglie delle vittime del massacro il 23 novembre scorso a Maguindanao, una provincia delle Filippine, che ha visto morire 30 giornalisti. Una tragedia avvenuta nel corso delle elezioni: da allora il Comitato chiede giustizia per le vittime. E poi c'è la situazione critica della Somalia dove sono nove, ad oggi, i freelance uccisi, rendendo questo Paese uno dei più pericolosi al mondo per la stampa e il più sanguinoso in tutta l'Africa.

LINK
Rapporto sui giornalisti freelance finiti in prigione nel mondo
- La mappa dei 'freelance under fire'