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Lingue del mondo: "Idiomi soffocati dalla 'dittatura' dell'inglese"

Una forte politica di sostegno linguistico e un predominio economico durato decenni hanno fatto sì che l'inglese si sia affermato come lingua internazionale, ma quali sono state le conseguenze?

» Europa Maria Fusca - 11/12/2009

Anche le lingue, se abbandonate a sé stesse, possono languire e poi lentamente estinguersi. È quanto denunciano le associazioni dei 4 continenti davanti alla sconcertante intrusione dell'inglese nei vocabolari di tutto il globo. L'uso massificato e sempre più esclusivo di questo idioma, infatti, rappresenta una forte minaccia per l'ecosistema linguistico-culturale della terra: si stima la scomparsa del 90-95% delle loquele mondiali entro la fine del secolo in corso. 

Di fronte a un tale declino culturale, apparentemente inevitabile, in molti ricominciano a parlare di Esperanto, il codice artificiale sviluppato alla fine dell'800 dall'oftalmologo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof nato per sorpassare i confini e creare una vera comprensione tra i popoli. Uno strumento di comunicazione parallelo a quello materno, semplice ma espressivo, appartenente all'umanità e non ad una nazione.

Dietro la diffusione dell'anglico idioma c'è una vera e propria politica di sostegno, prima di tutto finanziario, che non conosce corrispettivi in alcun altro Stato. La Gran Bretagna finanzia a fondo perduto il British Council (l'istituto di promozione della lingua inglese) con numeri esorbitanti: nel biennio 2005-2006 ben 275 milioni di Euro. Di fronte a simili cifre fanno quasi sorridere i 2 milioni di euro che la nostrana Accademia della Crusca (tra l'altro decisamente meno nota del British Council nella Penisola stessa) riceve dal governo.

Eppure questo colonialismo glottologico non conviene a nessuno, se non alla stessa Gran Bretagna.  Lo dimostrerebbe anche uno studio pubblicato nel 2005 dall'università di Ginevra, il Rapporto Grin (dal nome del professore che l'ha redatto) su 'L'insegnamento delle lingue straniere come politica pubblica'. Secondo il documento infatti, il Regno Unito guadagnerebbe ogni anno tra i 17 e i 18 miliardi di euro grazie alla posizione dell'english speaking all'estero. Vendita di prodotti legati all’apprendimento della materia, risparmio sulle traduzioni e sull'insegnamento degli idiomi stranieri (del tutto marginale nei paesi anglofoni) sarebbero le voci di risparmio. Ma il rapporto non termina qui e indica tre scenari glotto-economici di riferimento: 'solo inglese', 'multilinguismo', ed 'esperanto', concludendo che "lo scenario 'esperanto' appare come il più vantaggioso, dato che porterebbe a risparmi, per tutta l'Europa, pari a 25 miliardi di €/anno".

Non si tratta solo di una questione economica però. "Nelle nostre università lo sviluppo del gergo britannico sta sempre di più soppiantando l'italiano negli insegnamenti specifici - spiega Giorgio Pagano dell'Associazione radicale esperantista - a Prato, per esempio, interi corsi di ingegneria tessile sono gestiti solo in quella lingua con il risultato che l'italiano non esiste praticamente più come percorso alternativo".  "L'idea originaria dell'Europa - continua il segretario - era quella di procedere su un doppio binario: una 'parola' internazionale e un'altra locale. Ma l'inglese lì dove è stato diffuso non ha che fagocitato le espressioni locali".

A cinque anni dalla diffusione del Rapporto Grin però, nessun governo europeo sembra aver colto la sfida e proposto una discussione al Parlamento di Strasburgo. Il comportamento dell'Italia da questo punto di vista, è emblematico di quello che è stato il declino di interesse sulla tematica da parte degli Stati UE.

"Fino al 1995 l'Italia era molto avanti in questo settore - prosegue Pagano -  siamo stati il primo Paese a dirigere uno studio a carattere nazionale e ad emanare un programma al riguardo che poi non ha avuto esito. Noi stiamo cercando di riportare l'attenzione sull'argomento organizzando convegni e facendo richieste. Al momento siamo in attesa di essere ricevuti dal Ministro Gelmini per discutere delle assunzioni dei ricercatori, dei finanziamenti delle università e delle retribuzioni del corpo docente, perché non  privilegino solo le produzioni in lingua inglese".

L'attuale ministro dell'istruzione infatti, come già il suo predecessore, ha puntato molto sull'accento British nell'ultima riforma. Alle scuole medie, per esempio, le ore di insegnamento della materia sono passate da tre a cinque, prendendo definitivamente il sopravvento sulla seconda lingua comunitaria che da obbligatoria è divenuta facoltativa.

"Nelle scuole c'è un problema anche di apprendimento - conclude il segretario dell'associazione - l'inglese ha un'ortografia e una dizione irregolare: parole molto simili possono essere pronunciate in modo molto diverso. In base a una ricerca della rivista Science del 2001 risulta che nei Paesi anglosassoni il numero di bambini dislessici è doppio rispetto all'Italia: 8% contro 4%".

"Che la maledizione di Babele possa colpire le loro lingue" tuonava JRR Tolkien, l'esimio docente di filologia dell'università di Oxford nel 1943, di fronte alla notizia che già all'epoca un ottavo della popolazione mondiale parlava la sua favella. Una sfida in più per un continente, l'Europa, che punta a formare l'unione pur nel rispetto delle identità nazionali.


DOCUMENTI
- Studio francese 'L'enseignement des langues étrangères comme politique publique'


LINK
- British Council
- Accademia della Crusca
- L'Associazione Radicale 'Esperanto'