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Mafia: storie di madri che hanno abbattuto il muro dell'omertà

A Cinisi, il 7 dicembre, un incontro per ricordare Felicia, madre di Peppino Impastato. Simbolo della ribellione alle regole di Cosa Nostra, come lei, un universo femminile che dal dolore ha trovato la forza di reagire ed avere giustizia.

» Giustizia e criminalita' Valentina Marsella - 04/12/2009

"Io non sento dolore, sento la forza”. Le parole pronunciate dalla madre di Peppino Impastato, politico e conduttore radiofonico siciliano noto per essersi ribellato a Cosa Nostra e al padre mafioso, e che per questo fu ucciso, sono l'emblema di tante donne che dalla tragedia, hanno trovato in se stesse un'imprevista capacità di reazione. Madri coraggio, che hanno trasformato il loro dolore in impegno di lotta attraverso la partecipazione ad iniziative pubbliche, nel corso delle quali hanno trasmesso il significato della propria esperienza e il messaggio sociale portato avanti dai propri figli, ma anche dai propri compagni di vita o parenti caduti vittima della mafia. 

FELICIA BARTOLOTTA IMPASTATO. La madre di Peppino, morta a Cinisi, in provincia di Palermo, 5 anni fa, verrà ricordata nel corso di un'iniziativa che si terrà nel salone comunale della cittadina palermitana il 7 dicembre prossimo, in occasione dell'anniversario dalla sua scomparsa. Un incontro organizzato dal Centro di Documentazione Peppino Impastato, per ricordare la storia di una donna speciale, dalla vita emblematica: divisa tra il marito e il figlio, dopo lìassassinio di Peppino il 9 maggio del 1978, ha rigettato la cultura mafiosa della vendetta, costituendosi parte civile nel procedimento contro i responsabili dell'omicidio, sostenuta dal figlio Giovanni, dalla nuora Felicetta, dai compagni di Peppino e dal Centro di Documentazione dedicato all'eroe di Cinisi. 

Un impegno quotidiano che è riuscito a rovesciare la tesi che voleva Peppino terrorista e suicida, avallata da rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura con il depistaggio delle indagini, come è stato confermato dalla Relazione della Commissione Parlamentare Antimafia approvata nel 2000. Per tanti anni Felicia è stata un punto di riferimento e la sua casa è diventata una sorta di santuario laico, un luogo di pellegrinaggio. La sua storia, e in particolare quella del figlio, è stata raccontata dal film di Marco Tullio Giordana 'I cento passi', vincitore del leone d'oro al festival di Venezia per la migliore sceneggiatura. Il titolo del film racchiude un significato profondo: cento passi era la distanza che separava casa Impastato dall'abitazione di Don Tano Badalamenti. 

Dai microfoni di radio Aut Peppino inviava messaggi ironici per demolire la mafia, e il padre lo cacciò di casa. Mamma Felicia, di nascosto, lo faceva rientrare, poi gli procurò una casa di fronte alla sua e gli portava da mangiare. "Quando tornai a casa - ha raccontato la donna qualche anno dopo - dissi a mio marito 'mi fai pietà, e ci guardavamo negli occhi tutti e due' ". Ma sono tante le donne che hanno trovato la forza di reagire alla criminalità organizzata.La prima a rompere il muro dell'omertà fu Serafina Battaglia, per vendicare l'assassinio del figlio Salvatore. In Tribunale rivelò tutto quello che sapeva, fece i nomi dei killer, e da quel momento diventò testimone in molti processi. "Non ho paura di nessuno - diceva - che penso della mafia? Che fa schifo". 

FRANCESCA SERIO. Anche lei madre coraggio, morta senza sapere chi fossero gli assassini del figlio, il sindacalista Salvatore Carnevale, per il quale aveva inutilmente chiesto giustizia per dieci anni. Salvatore faceva il sindacalista a Sciara, piccolo e sconosciuto paese in provincia di Palermo. Qui ci era arrivato a pochi mesi con la mamma, abbandonata dal marito. Il suo impegno a favore dei poveri cresceva, tanto che Carnevale fondò in paese la prima sezione del sindacato. E ancora, la prima sezione del partito socialista. L'integrità morale di Salvatore e la sua incorruttibilità non furono perdonate. Gli spararono al fianco, al torace per poi finirlo, mentre era ancora in terra, con tre colpi alla testa. La madre Francesca, sin dall'inizio l’esatto contrario dello stereotipo di donna siciliana proposto dai modelli comunicativi, impegnata nella sua sfida con un universo chiuso fondato sul principio di sottomissione, parlò. Fece i nomi dei killer. Stabilì il principio che si può denunciare la violenza mafiosa. 

MAMMA SAVERIA. Il filone della sofferenza femminile all'interno della società criminale passa anche attraverso la storia di Saveria, madre di Roberto Antiochia, poliziotto a Palermo, dove arrivò nel giugno del 1983 e dove morì in un attentato terroristico. "Birilli. Cadevano come birilli gli uomini dello Stato - disse Saveria dopo l'uccisione del figlio -. Roberto venne gettato così nel vivo di una lotta acre e sanguinosa. Quando ti uccidono un figlio sparano anche su di te". Facendo della lotta alla mafia la sua missione, con grande dignità, spiegò: "Noi donne siamo, anzi dobbiamo essere le più forti. Le donne devono reggere la situazione". 

Felicia, Francesca, e Saveria. Tre donne colpite al cuore con ciò che di più terribile possa capitare a una madre: l'assassinio dI un figlio. Non solo. Tre madri sole, senza un uomo accanto: Francesca abbandonata, Felicia con un uomo che rifiutava e Saveria con un marito morto di cuore. Ma anche Carmela Luculano, 33 anni, pentita di mafia. Sposata con Pino Rizzo, boss legato ai Corleonesi di Bernanrdo Provenzano, ha accusato il marito di essere un capomafia, un assassino, un estorsore. Soltanto per compiere un atto d'amore nei confronti dei suoi figli, a cui ha permesso un futuro diverso.

RITA ATRIA. Una delle più struggenti e forti al tempo stesso. Rita, che a 17 anni si tolse la vita per inseguire l'ideale di un mondo senza Cosa Nostra. Nata a Partanna, in provincia di Trapani, nel 1974, la giovane era figlia di Don Vito, un mafioso che aspirava a raggiungere i vertici dell'organizzazione. E quando lo uccisero, nel 1985, la ragazzina divenne la sorella di Nicola. Ma quando nel 1991, uccisero anche lui, Rita entrò nel programma di protezione dei testimoni di giustizia. E come se non bastasse fu ripudiata dalla madre perché invece della vendetta cercava la giustizia: Rita aveva deciso di aiutare il nuovo procuratore capo di Marsala, Paolo Borsellino, ad arrestare tutti i mafiosi di Partanna. E in parte ci riuscì, rifacendosi una vita. Ma tutto precipitò quando il 19 luglio 1992 quando Cosa Nostra uccise Paolo Borsellino e gli uomini della scorta. Rita non sopportò di essere di nuovo orfana, e si uccise.  

MICHELA BUSCEMI. A questa donna la mafia aveva ucciso due fratelli, Salvatore e Rodolfo, contrabbandiere l'uno e senza fisso lavoro l'altro, ha rappresentato l'emblema di una forza femminile che ha saputo abbattere il muro dell'omertà e per questo è stata punita. Isolata e abbandonata dalla famiglia, minacciata in modo orribile, snaturato, dalla madre che le disse: "Spero a Dio che lo stesso dolore tu hai da provare, i figli t'hanno ad ammazzare". Ma nonostante questo Michela è andata avanti, ribellandosi ai soprusi e alle violenze della casta mafiosa.