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I bambini e la fede: religione fai-da-te fin dall'infanzia
Il sociologo Pace: "La discrepanza tra credenti e praticanti testimonia un dato costante da 25 anni, e i bimbi sono lo specchio della società. È saltato il meccanismo di una fede che prima si ereditava, mentre oggi si sceglie già da piccoli".
La fede come specchio dei tempi, dove ognuno si crea una religione su misura fin dall'infanzia. E dove credere non vuol dire praticare i precetti del Vangelo e abbracciare a pieno le idee della Chiesa. Come per gli adulti, anche per i bambini la religiosità è un fatto personale, e la pratica cala vertiginosamente rispetto alla concezione astratta di essere credenti. I dati dell'Eurispes lo dimostrano, quando mettono nero su bianco la forte discrepanza tra la folla di piccoli 'fedeli' che dicono di credere con un sì netto, e la scarsa frequentazione nei fatti, della messa e di altri riti di culti differenti da quello cattolico.
Una discrepanza, ci spiega Enzo Pace, coordinatore della sezione di sociologia della religione dell'Ais (Associazione italiana di sociologia) e docente della stessa materia presso l'Università di Padova, che "testimonia un dato ormai costante degli ultimi 20-25 anni, in cui a fronte dei tanti che si dicono cattolici, c'è una scarsa platea di praticanti assidui. Anzi, negli ultimi tempi si è assistito a un leggero calo della pratica". Ecco allora che i più piccini rispecchiano "la percezione della fede che c'è nella loro famiglia e nella società. Una fede fai-da-te - spiega - dove ognuno personalizza il suo rapporto con Dio", a cui ci si rivolge solo nei momenti più critici per chiedere aiuto.
"Anche se i genitori vanno poco in chiesa - sottolinea l'esperto - mandano i figli in parrocchia per seguire i corsi di catechismo che li accompagna alla comunione, o frequentare gruppi della chiesa. La famiglia magari crede poco ai precetti della religione e si riconosce poco o per niente su quanto dice la Chiesa su temi come la contraccezione, la fecondazione o il divorzio". "Quando si parla con i sacerdoti - prosegue il sociologo - ci dicono che meno del 30% dei parrocchiani adulti va a messa. Ma nonostante ciò, mandano a forza i loro bambini in parrocchia. Ecco allora che i piccoli assorbono la percezione dei grandi, pensano come loro e dunque non associano al concetto di credere quello di mettere in pratica i precetti cattolici".
A stupire Pace, che è stato segretario generale e presidente della International Society for the Sociology of Religion, è il fatto che così tanti bambini, e così in tenera età, abbiano risposto affermativamente e senza esitazioni alla domanda ‘Sei credente?’. Una domanda che “merita riflessione e consapevolezza. Qualità che – rileva - è difficile immaginare per un bimbo di 7 anni su argomenti così delicati”. La stragrande maggioranza dei piccoli intervistati (80%) ha detto di avere un proprio credo, con convinzione. “Si tratta di dati clamorosi - afferma il sociologo della religione commentando il rapporto Eurispes che ha preso a campione 2500 minori dai 7 agli 11 anni – perché a quell’età lì non si ha molta consapevolezza della religiosità, un sentimento così profondo da maturare negli anni”.
Pace resta spiazzato anche sulle risposte che i bimbi hanno dato del perché vadano in chiesa. Tra le motivazioni più frequenti, pregare e praticare il proprio credo, e perché ciò li fa stare bene. "La cosa non mi avrebbe mai sorpreso se risposte così sicure, avessero riguardato i ragazzi dai 15 anni in su e gli adulti. Le nostre indagini - fa notare Pace - hanno infatti riguardato sempre gli adolescenti e la platea di fedeli adulti, perché fare delle domande sulla fede a dei bambini così piccoli è come entrare in una sfera troppo delicata. Da queste risposte, si evince che i più piccoli sono figli di un tempo e di una società che ha una percezione della religiosità tutta sua, e che non trasferisce nei fatti la propria religiosità interiore".
Non solo. Il sociologo mette in luce che la consapevolezza, almeno in apparenza, dei bimbi nell’essere credenti "fa pensare che è saltato il meccanismo di trasmissione di una fede che prima si ereditava e che ora invece si sceglie. Uno crede finchè decide di credere. Insomma, il bimbo non eredita come un tempo i valori religiosi ma ha una capacità intellettiva sviluppata per poter decidere se e come credere". Da quello che si è sempre visto, aggiunge Pace, la fascia d’età tra i 7 e gli 11 anni, "è stata al riparo dall’idea della religione come scelta individuale". Ora non è più così. I più piccoli vengono plasmati dalle agenzie primarie di senso e di orientamento, e aderiscono in maniera meno critica, rispetto agli adolescenti, agli stimoli che percepiscono.
In alcuni casi, fa presente il sociologo della religione, ci si trova di fronte a bambini che rispecchiando il genitore, "vanno in chiesa per tradizione, perché si usa e non per pura fede". Nell'indagine Eurispes infatti il 5% dei baby fedeli intervistati ha affermato di andare a messa o nei vari luoghi di culto "perché si usa". L'andare in chiesa fa parte di una cultura cattolica fortemente radicata in Italia, dove spesso il frequentare la parrocchia può essere luogo d'incontro, soprattutto per il bimbo con i suoi amichetti, anche se una bassa percentuale ha detto di andarci per incontrare i suoi coetanei. Sulla maggiore consapevolezza della fede nelle femminucce rispetto ai maschietti, il docente spiega che questo dato "non stupisce, perché nelle bambine c'è una maturità più sviluppata; del resto anche nel mondo adulto, le donne hanno una credenza maggiore rispetto agli uomini".
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