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BRIC economies: la crisi accelera la rincorsa dei Paesi emergenti

Si riduce la distanza tra i ricchi del G-6 e le quattro maggiori economie emergenti che ora chiedono maggior potere politico in ambito internazionale.

» Crisi economica Sergio Di Carlo - 05/11/2009

L'acronimo BRIC fece la sua prima apparizione nel 2001 in un saggio scritto dall economista Jim O'Neill1 (capo del dipartimento di ricerche economiche presso Goldman Sachs). Esso è composto dalle iniziali dei Paesi in via di sviluppo più performanti dal punto di vista della crescita economica: Brasile, Russia, India e Cina (BRIC). 

È stato, però, uno studio del 20032, nel quale si affermava la possibilità che le 'BRIC economies' avrebbero sorpassato in termini di PIL le nazioni del G-6 nel 2040, ad accendere definitivamente i riflettori su quella che oggi, lungi dall'essere una mera sigla, ha assunto precisi significati non solo economici, ma anche politici.

Due sono, in particolare, i fatti di cronaca recente che hanno catalizzato nuovamente l'attenzione su questo gruppo di Stati. Il primo è l'incontro tra i capi di Brasile, Russia, India e Cina tenutosi il 16 giugno 2009 a Ekaterinburg, presso la catena dei monti Urali. I punti all'ordine del giorno erano sostanzialmente due: studiare riforme delle istituzioni finanziarie internazionali che attribuissero alle nazioni emergenti un ruolo adeguato nello scenario economico globale, e discutere circa la riduzione della dipendenza dagli Stati Uniti, sia modificando il sistema monetario internazionale attuale (che vede il dollaro come moneta dominante), sia incrementando i rapporti commerciali e industriali all'interno del BRIC3.

Il secondo, e più recente, avvenimento è la richiesta di un maggior potere di voto in seno al Fondo Monetario Internazionale per i Paesi in via di sviluppo. Già il G-20 di Pittsburgh aveva accordato un incremento del 5 per cento di tali poteri, ma a Istanbul, durante gli 'annual meetings' (leggi articolo sugli annual meetings), il BRIC, per mezzo del Ministro dell'Economia brasiliano Guido Mantega, si è fatto portavoce della volontà di arrivare a quota +7 per cento. L'obiettivo è quello di garantire che il FMI rispecchi in maniera più fedele il mutato assetto economico e politico del mondo, che nello scorso decennio ha visto la definitiva affermazione di alcuni nuovi protagonisti tra cui, in prima linea, proprio Brasile, Russia, India e Cina.

Che simili 'prove di forza' si stiano concentrando in questi ultimi mesi non è un caso e anzi esse possono essere ben interpretate se le si colloca nello scenario della crisi che ha così duramente colpito i Paesi economicamente avanzati. Da una parte, infatti, essa ha facilitato la rincorsa delle giovani potenze (in alcuni casi uscite indenni o comunque investite in maniera meno severa dalla recessione) verso il 'club dei ricchi'. Dall'altra sono proprio questi ultimi a fare affidamento sulle potenzialità delle economie emergenti come fattore propellente della ripresa globale. Che tutto ciò abbia delle ripercussioni positive anche sulla consapevolezza e sul potere politico di questi Stati è, tutto sommato, naturale. Al di là di questi 'giochi di potere', comunque, sono i numeri a parlare.

Confrontiamo, allora, le performance del BRIC con quelle delle economie avanzate guardando ai dati diffusi dal FMI nel suo World Economic Outlook4 (leggi articolo sul WEO) relativamente al PIL. Le economie avanzate sono complessivamente cresciute in maniera ridotta nel 2008 (+0,6 per cento) e subiranno una contrazione nel 2009 di circa il 3,4 per cento. Prendendo i dati di alcuni singoli Paesi, si vede come gli USA abbiano registrato un +0,4 per cento nel 2008 e un -2,7 per cento atteso per il 2009. L'Euro Area si attesta rispettivamente, per lo stesso biennio, su +0,7 per cento e -4,2 per cento. 

Delle quattro economie emergenti considerate solamente la Russia ha subito una battuta d'arresto paragonabile a quella delle nazioni più ricche. Questo perché, tra tutte, è sicuramente l'economia più matura, in particolare per quello che riguarda il mercato interno dei beni di consumo, il cui crollo è stato infatti uno dei principali fattore di crisi. Tuttavia ci sono segnali che evidenziano come il picco negativo possa essere già stato raggiunto a Gennaio e, a fronte di una crescita molto negativa per il 2009 (-7,5 per cento), è previsto il ritorno in territorio positivo per il 2010. Cina e India, invece, cresceranno a ritmi sostenuti sia nel 2009 (rispettivamente +8,5 per cento e +5,4 per cento) che nel 2010, mentre si stima che il Brasile subirà un calo contenuto nel 2009 (-0,7 per cento) per poi risalire a +3,5 per cento il prossimo anno.

Se questi sono i ritmi di crescita nel breve periodo, è interessante rapportarli ai dati relativi alla composizione del PIL mondiale, osservando, ovvero quanto ogni singola economia contribuisca alla formazione del prodotto globale. Ci si rende subito conto, allora, che il sorpasso coraggiosamente pronosticato dagli economisti di Goldman Sachs nel 2003 è oggi addirittura più vicino di quanto essi stessi potevano immaginare. Nel 2008, infatti, il PIL dei Paesi del G-7 ha rappresentato il 42 per cento di quello mondiale, mentre il PIL del BRIC si è attestato appena sopra il 22 per cento. Basti pensare che nello studio sopra menzionato era previsto che una situazione simile, in cui le BRIC economies 'valgono' la metà di quelle del G-7, si sarebbe verificata solo tra il 2020 e il 20252.

Ma non sono solamente i dati sul PIL a mostrare le maggiori potenzialità di sviluppo di queste economie. Anche il livello delle esportazioni e della domanda interna mostrano come esse abbiano al loro interno una maggiore capacità di rispondere con prontezza alla recessione. Uno studio pubblicato da Goldman Sachs ad agosto stima, ad esempio, che nel 2010 il blocco costituito da Brasile, Russia, India e Cina contribuirà per quasi la metà alla crescita dei consumi globali (questo nonostante la forte battuta d'arresto dei consumi russi), con la sola Cina a rappresentare ben il 30 per cento del totale5.

È giunta dunque l'ora, secondo i leader di queste quattro nazioni, di trasformare il potere economico in potere politico. E per dare impulso a questo processo il BRIC ha deciso di agire come un'unica forza. C'è ancora, però, una grossa sfida da affrontare ed è quella di garantire la coesione di un gruppo di Stati che, sebbene accomunati da un sostenuto sviluppo economico e dal desiderio di far sentire maggiormente la loro voce in campo internazionale, restano profondamente differenti sotto alcuni aspetti politici e culturali. 


NOTE
[1]
Global Economis Paper No. 66, 'Building Better Global Economic BRICs', 2001
[2]
Si tratta dello studio monorafico 'Dreaming with BRIC's'
[3] Sito web sulle BRIC 
[4] Rapporto sul World Economic Outlook 
[5]
Dossier mensile sulle BRIC