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Bosnia: l'eterno conflitto di tre religioni in un'unica terra

Il processo a Karadzic racconta una difficile convivenza culminata con una guerra: 100mila vittime, tra pulizie etniche, torture e stermini. Dall'assedio di Sarajevo al massacro di Srebrenica, guidati dall'ex leader serbo-bosniaco, tra il '92 e il '95.

» Europa Valentina Marsella - 29/10/2009
Titolo: I santi Cirillo e Metodio, Beograd-Serbia
Fonte: dal web

Il processo all'ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic, per i crimini commessi durante il conflitto di Bosnia dal 1992 al 1995, è simbolo di un conflitto secolare dovuto alla difficile convivenza nel Paese balcanico tra tre diverse religioni. 

L'ex repubblica della Federazione Jugoslava, ha sempre avuto, a partire dal Medioevo, una propria caratterizzazione autonoma, una stessa lingua, quella serbo-croata, ma un contrasto interno tra i croati cattolici, i serbi ortodossi e una parte di popolazione di musulmani.

Questi ultimi, discendenti da una setta cristiana medievale, i bogomili, che contestavano il potere di Roma da un lato e di Bisanzio dall'altro, capitali rispettivamente del cattolicesimo e dell'ortodossia, predicavano e sostenevano la più totale povertà evangelica, non consideravano testo sacro l'Antico Testamento e respingevano gran parte dei sacramenti. Tra i secoli XI e XV furono duramente perseguitati dai sovrani bizantini e bulgari, e furono combattuti aspramente dai missionari cattolici. Proprio per questo, quando i Balcani furono invasi dagli ottomani, i bogomili accolsero con favore gli invasori che si mostravano molto più tolleranti con loro dei cristiani. Trovando evidentemente più punti di contatto con l'Islam, si convertitrono in massa a questa religione.

Prima del 1991 i musulmani costituivano il 43,7% della popolazione, i serbi il 31,3% e i croati il 17,3%, con una distribuzione a macchia di leopardo. La maggior parte dei musulmani era concentrata nei distretti centro-orientali e all'estremità occidentale (Bihac), i serbi in quelli centro-occidentali, i croati in quelli a sud-est, a ridosso della Croazia. Nelle elezioni bosniache del 1990 l'86% dei seggi era andato a partiti a base etnica: il Partito per l'azione democratica (SDA), rappresentante dei musulmani e con a capo Alija Izetbegovic, attuale presidente della Bosnia, con il 37,8% dei voti, il Partito Democratico Serbo (SDS) di Radovan Karadzic, con il 26,5%, e la Comunità Democratica Croata (HDZ) con il 14,7% dei voti. 

Sin dall'inizio della crisi jugoslava segnali di guerra civile si facevano sentire ad opera di milizie serbe che non intendevano accettare il processo che ormai si andava delineando di distacco della Bosnia dalla Federazione Jugoslava. Ma l'inizio vero della guerra civile in Bosnia è da individuare nel 1992, nei giorni del referendum dove la schiacciante maggioranza dei votanti, il 64%, si dichiarò per l'indipendenza. Il primo marzo i serbi, dopo aver boicottato le urne, bloccarono con le barricate Sarajevo. Il partito di Karadzic, seguace di Milosevic, fece subito sapere che i suoi uomini si sarebbero opposti in qualsiasi modo all'indipendenza. Subito dopo il referendum, l'Armata popolare jugoslava, (JNA), iniziò a schierare le sue truppe nel territorio della Repubblica, occupando tutti i maggiori punti strategici.

Tutti i gruppi etnici si organizzarono in formazioni militari ufficiali: i croati costituirono il Consiglio di difesa croato (HVO), i bosgnacchi l'esercito di Bosnia-Erzegovina (Armija BiH), e i serbi l'Esercito della Repubblica serba (VRS). Erano inoltre presenti numerosi gruppi paramilitari: fra i serbi le 'Aquile Bianche' (Beli Orlovi), fra i bosgnacchi la 'Lega Patriottica' (Patriotska Liga) e i 'Berretti Verdi' (Zelene Beretke) , fra i croati le 'Forze Croate di Difesa' (Hrvatske Obrambene Snage). Izetbegovic, allora presidente della Bosnia, che aveva passato vari anni nelle galere jugoslave per le sue teorie politiche islamiste, non si era minimamente preparato all'autodifesa (contrariamente a sloveni e croati), nonostante il prevedibilissimo attacco serbo.

Nel '92 cominciava così il lungo assedio serbo a Sarajevo guidato da Karadzic, che conquistò gran parte del territorio portando avanti una spaventosa pulizia etnica tra stupri, stragi, internamenti in veri e propri lager e altre forme di tortura. La guerra di Bosnia, con circa 100mila morti, 2,2 milioni di profughi e molte ferite mai del tutto rimarginate, ha avuto un capitolo particolarmente tragico: quello del massacro di Srebrenica del luglio 1995, quando furono trucidati oltre 7mila uomini e giovani musulmani. Dal '96 il leader rimasto latitante per quasi 13 anni, fino al giorno dell’arresto a Belgrado il 21 luglio 2008, è stato ricercato dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia dell'Aja.

L'Interpol aveva emesso contro di lui un mandato e il governo degli Stati Uniti aveva inoltre offerto un premio di 5 milioni di dollari per la sua cattura assieme al generale serbo bosniaco Ratko Mladic, ancora latitante. Nel marzo del 2003, la madre, Jovanka, aveva invitato pubblicamente il figlio a non arrendersi, ma dopo cinque anni, a giugno del 2008 la moglie, Liljana Zelen Karad?ic, lo ha invitato con forza alla resa, dopo aver sentito su se stessa, secondo le sue parole, "un'enorme pressione esterna". Prima della sua cattura a Belgrado, gli investigatori erano convinti che si nascondesse in Russia.