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Teatro in carcere: a Rebibbia i detenuti esplorano l'Inferno della Divina Commedia

Dopo l'esperienza avuta con Shakespeare, la compagnia "penitenziaria" diretta da Fabio Cavalli si addentra nei Gironi danteschi? e ne esce con successo.

» Teatro Laura Croce - 18/09/2009
Titolo: Immagini di repertorio

Venerdì 18 settembre si è accesa una luce nel carcere romano di Rebibbia. Quella della speranza? Forse. Di sicuro a illuminarsi è stato il palco del penitenziario, animato dagli attori della compagnia Liberi Artisti Associati diretti dal regista Fabio Cavalli. Tutti interpreti reclusi, ma capaci di tirar fuori dalla propria esperienza il succo più genuino dell’arte drammaturgica: mettere in scena la storia di un singolo per abbracciare quella dell'intera umanità.

Per farlo la compagnia si è ispirata niente di meno che a un classico come l'Inferno di Dante, riletto attraverso la tradizione dei dialetti popolari (quasi tutti del Sud) e arricchito da gag e momenti di riflessione sul parallelo tra i dannati del Divin Poeta e i condannati di una prigione, relegati in una dimensione d'attesa apparentemente senza vie d'uscita. 

Di questo adattamento intitolato "Dalla Città Dolente",  però, sono stati mostrati solo pochi spezzoni. Un taglio necessario per lasciare il campo libero all'ospite d'onore della rappresentazione, Leo Gullotta, che si è profuso senza riserve in un lungo monologo molto sfaccettato, fatto di letteratura e di racconti autobiografici. In poche parole di pensieri in libertà, tanto per sottolineare l'importanza di rompere le barriere che limitano non solo il corpo ma anche la mente.    

"Benvenuti a Rebibbia…Oddio per lo meno al teatro di Rebibbia”, hanno invece esordito i detenuti davanti a un pubblico composto da parenti, semplici spettatori e compagni di cella, tutti uniti nell'ammirazione  di uno spettacolo dalla sincerità penetrante. "La privazione della libertà, l'attesa, l'essere in carcere, provocano sensazioni difficili da spiegare; per questo facciamo teatro, per esprimere il nostro dolore attraverso le parole di un grande poeta, per di più esiliato". Questo ha infatti dichiarato la voce narrante del gruppo nell'incipit di questa pièce, tutta costruita sull’alternarsi di Canti danteschi recitati in dialetto e considerazioni sulla vita carceraria, in un mix così ben amalgamato da far invidia a qualsiasi professore di letteratura abbia provato a far immedesimare i propri studenti nelle pagine più accese della Divina Commedia. 

Una formula d'altra parte collaudata nei precedenti spettacoli portati in scena da questo gruppo di detenuti: "La tempesta" di Shakespeare tradotta in napoletano antico da Eduardo De Filippo e l' "Otello" sempre in versione dialettale. Un escamotage, questo del linguaggio popolare, "fondamentale per l'adesione dell’attore al personaggio", ci spiega il regista Fabio Cavalli . "Stiamo parlando di una compagine di attori che sono cresciuti molto in questi anni e sono molto bravi. Alcuni di loro sono usciti e stanno facendo anche cinema e tv da professionisti, ma nel contesto carcerario la cosa migliore è veicolare la grande poesia attraverso un adattamento che renda i personaggi comprensibili, più vicini e più gustosi, anche da un punto di vista umano". 

Quest'anno è stato scelta la Divina Commedia, perché "l'Inferno è un carcere e il carcere è un inferno. La stessa costruzione dei Gironi è riprodotta dall'idea medioevale di prigione, di reato e peccato come un'unica cosa. Abbiamo provato a tastare il polso di questo testo così importante dentro il suo contesto d'origine, e il risultato è stato molto positivo" afferma il regista, secondo cui nello spettacolo "non c'è nulla di pesante", perché la compagnia ha cercato di "interpretare Dante come lo farebbe un detenuto di oggi, andando a scovare le antiche traduzioni in napoletano, in calabrese e in siciliano". 

"Qualche volta - aggiunge Cavalli - abbiamo forzato il testo originale per renderlo più intimo rispetto al detenuto, ma spero che Dante non se ne abbia a male". Ma non ci si può di certo offendere se, attraverso la propria opera, viene offerta "a persone che non l'hanno mai avuta, la possibilità di incontrare la grande letteratura, perché sono la poesia, la bellezza e l'arte a evitarci di finire qua dentro"spiega Fabio Cavalli. 

"Si va in carcere perché non si è studiato. La prima funzione del teatro è quindi aprire un nuovo orizzonte di senso sulla realtà, anche attraverso un altro linguaggio per loro prima sconosciuto. Dall'altra parte, come si può vedere dall'afflusso di pubblico, noi cerchiamo sempre un cortocircuito tra interno ed esterno". "Tentiamo di portare la società qua dentro - conclude il regista - per sfatare falsi miti e combattere contro l'idea secondo cui in carcere si devono scontare pene punitive". 

"Come dice la Costituzione e come avviene in tutti i Paesi civilizzati, il carcere deve avere una funzione riabilitativa, deve essere quella che noi chiamiamo seconda opportunità. Infatti qui non c’è solo il teatro ma anche la scuola e l'università". Quasi a dire: tenetevi stretta la speranza, o voi che entrate.