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Salute migrante: per i rom romeni negato l'accesso alla sanitą
Lo rivela il progetto "Salute senza esclusione" della Caritas di Roma, una campagna di informazione attiva nei campi rom di sei cittą italiane. Ma i risultati sconfessano luoghi comuni e pregiudizi, su uno dei popoli pił bersagliati dal rifiuto sociale.
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La sanità per loro resta con le porte sbarrate. Sconosciuto per i rom di origine romena il sistema sanitario nazionale, che li vede quasi totalmente esclusi. Un'eccezione, all'interno dell'intera popolazione "nomade", che invece sembra ben collegata con la sanità italiana. E' quanto relaziona il progetto "Salute senza esclusione" della Caritas di Roma, presentato nei giorni scorsi nella Capitale.
I dati sono stati elaborati dal lavoro di sei equipe operative nelle realtà di Messina, Palermo, Firenze e Milano, che in 490 schede hanno registrato la loro analisi. Le popolazioni rom nel complesso, hanno dunque una discreta conoscenza del funzionamento del servizio sanitario pubblico, con il 54,6 per cento delle persone intervistate iscritto al servizio sanitario nazionale, il 24,2 provvisto di un tesserino Stp o di un codice Eni a fronte di 20,8% del campione privo di qualsiasi copertura sanitaria. A questo si accosta un 56% del totale, pari a 275 individui, provvisto di permesso di soggiorno. Di questi ben il 92% (253 su 275) risulta iscritto al Servizio sanitario nazionale.
Un generalizzato inserimento sanitario, almeno sulla carta, al quale però sfugge un 61% di rom romeni, che non può contare su alcuna copertura in tal senso. Un dato quest'ultimo, secondo il responsabile dell'area di settore della Caritas romana, Salvatore Geraci, "particolarmente evidente tra coloro che vivono negli accampamenti spontanei". Una situazione da ricondurre, secondo il report, al loro recente arrivo in Italia, alla scarsa conoscenza della lingua italiana, alle condizioni abitative che ostacolano il processo di inclusione e "alle norme legislative comunitarie che tendono a penalizzare i cittadini europei in condizione di fragilità sociale".
Ma questa marginalità non riguarda soltanto i rom di origine romena. Dal progetto risulta, infatti, che il numero di persone che utilizzano correttamente i servizi sanitari e hanno un regolare rapporto con il medico di base è nettamente inferiore al numero di iscritti al Ssn. "Non basta che esista un diritto, occorre anche che venga applicato", commenta Geraci, che aggiunge: "E per esercitare un tale diritto sono necessarie azioni su un doppio versante: rivolte cioè sicuramente sulla popolazione rom, ma anche agli operatori sanitari che devono superare i propri pregiudizi".
Ostacoli che coinvolgono, in realtà, l’intera popolazione straniera nel nostro Paese, secondo Garaci: "Inutile nasconderlo, al momento il nodo critico è rappresentato dalle conseguenze del pacchetto sicurezza e dall'introduzione del reato di clandestinità - sottolinea. - E' ancora forte la paura di accedere ai servizi sanitari, nonostante il mantenimento del divieto di segnalazione del clandestino da parte degli operatori sanitari. Abbiamo chiesto al ministero e alle Regioni di emettere una circolare che ribadisca il divieto, ma finora solo dieci di queste lo hanno fatto".
Contestualmente, una campagna nazionale di educazione alla salute per le popolazioni rom e sinte in sei città italiane (Roma, Milano, Firenze, Trento, Palermo e Messina) è stata presentata dal direttore della Caritas di Roma, mons. Enrico Feroci, che ha ricordato come il progetto "Salute senza esclusione" già dal 2002 ha coinvolto la Caritas della Capitale in rete con tutte le aziende sanitarie pubbliche regionali e molte associazioni del privato sociale in interventi sanitari all’interno degli insediamenti rom della Capitale.
"I problemi sanitari sono solo una parte delle condizioni di emarginazione e di povertà che investono i nomadi in Italia - ha detto mons. Feroci. - Sono anche quelli che più evidenziano quella forma di assistenzialismo che da sempre caratterizza le politiche nei loro confronti, fondate più sul controllo che sullo sviluppo. Interventi 'settoriali' (scuola, vaccinazioni, bonifiche dei campi, spostamenti dei campi, assegnazione dei container) che non fanno altro che peggiorare la situazione nei confronti degli assistiti, marcati come gente bisognosa e problematica, togliendo loro l'identità e il riconoscimento e facendone una gente pericolosa, moralmente reprensibile".
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