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Immigrazione: multiculturalismo, la chiave per l'integrazione

Dopo gli scontri verificatisi in vari Paesi europei con le comunità straniere, sembra offuscarsi il modello che nei decenni ha guidato le politiche migratorie in gran parte del mondo occidentale. Ma il dibattitto continua.

» Immigrazione Laura Croce - 06/08/2009

Quando qualche anno fa l'Italia si è finalmente resa conto di essere diventata a pieno titolo un paese d'immigrazione e non di emigrazione (cioè meta e non più patria di ingenti flussi di popolazione in cerca di condizioni di vita migliori), si è cominciato anche a porre con forza il problema dell'integrazione. Se non è difficile inglobare gli individui di nazionalità straniera quando la loro presenza è esigua e non organizzata in gruppi, la questione diventa molto più complessa quando nelle medie e grandi città cominciano a formarsi "enclave" etniche piuttosto lontane dalla cultura dominante per lingua, tradizioni e, non da ultimo, status sociale. 

Nei paesi in cui l'arrivo di stranieri in massa è un fenomeno antico, che affonda le radici in un secolo o più di storia, le soluzioni sperimentate sono molteplici, dal modello tedesco del Gastarbeiter (ovvero l'immigrato come "lavoratore ospite", che soggiorna all'estero da solo per un periodo di tempo limitato, con l'obiettivo di tornare nella sua terra d'origine) a quello assimilazionista francese, mirato all'annullamento delle differenze di diritto e di fatto in nome dell'accettazione di una specie di religione civile fedele alla République e alle sue regole. 

Un'altra possibilità si è affermata in passato sulla scia dell'esempio di Stati già di per sé plurinazionali come il Canada e il Belgio, vale a dire il multicultarilsmo: l'accettazione e la valorizzazione delle differenze all'interno di un quadro normativo condiviso. Il suo intento originario era di permettere alle identità culturali minoritarie di non soccombere sotto la pressione omologante delle tradizioni dominanti. Non a caso, il primo ad adottare ufficialmente (e fieramente) questo modello fu il Canada, nel 1971, per impedire che la regione del Québec fosse messa a repentaglio dalle forti spinte scissioniste della comunità francofona.

Applicato al fenomeno migratorio, il multiculturalismo assume però tratti molto più sfumati, non prevedendo riforme così radicali come l'uso di un'altra lingua e l'autonomia amministrava, bensì la possibilità di conservare e manifestare alcuni tratti della propria diversità culturale all'interno della vita comune. Tipiche politiche ispirate a questo modello sono (come sottolineato nel saggio "Teoria e pratica del multiculturalismo d'immigrazione" di Will Kymlicka) l' 'affermative action' volta ad aumentare il numero di immigrati all'interno delle istituzioni, soprattutto scolastiche; l'adattamento dei piani di lavoro ad alcune festività religiose; il permesso di indossare abiti tipici nell'ambito di impieghi pubblici (curioso l'esempio dei poliziotti inglese di origine sikh, a cui è stato consentito di non portare il casco ma il turbante); il finanziamento di festival etnici e programmi d'istruzione bilingue per i figli degli immigrarti.

Tutte misure all'ordine del giorno in molti paesi europei, Inghilterra in primis, che però hanno cominciato a subire un brusca battuta d'arresto e molti ripensamenti a seguito di recenti scontri, anche drammatici, con alcuni gruppi di immigrati. Gli attentati terroristici di Londra, l'omicidio del regista olandese Theo van Gogh, il caso delle vignette danesi contro Maometto, la rivolta delle banlieu francesi: sono tutti episodi che hanno fatto traballare il modello multiculturalista, già attaccato dal riverbero sciovinista delle identità nazionali vissuto  da molti Paesi europei. 

Numerosi esperti e studiosi hanno cominciato a parlare dell'inganno del multiculturalismo, sottolineando come i migranti non arrivino nei paesi ospite per mantenere lo stile di vita della propria terra d'origine, perché questo avrebbero potuto tranquillamente farlo lì. Il celebre sociologo Zygmunt Bauman l'ha paragonato al razzismo, in quanto possibile giustificazione moralistica delle peggiori condizioni socio-economiche in cui solitamente versano le comunità etniche, che potrebbero essere agilmente attribuite alla loro "diversità culturale". 

Una preoccupazione condivisa dal Nobel Amartya Sen, che dopo gli scontri in Francia si è stagliato contro la pericolosa tendenza e a usare il multiculturalismo come scusa per il separatismo e il mantenimento ostinato e ostile di tradizioni e identità non sempre compatibili con gli ordinamenti liberali europei. Allo steso modo (nel famoso libro "Pluralismo, multiculturalismo e estranei") Giovanni Sartori, uno dei più fermi critici di questo modello, lo ha addirittura accusato  di mettere a repentaglio le identità nazionali dei Paesi occidentali, sostenendo inoltre che il minore o maggiore successo dell'integrazione dipende prima di tutto dalla compatibilità delle loro tradizioni con il regime democratico, cioè dal loro diverso grado di integrabilità. Così, secondo Sartori, a parità di distanza con la cultura occidentale, i musulmani sarebbero più problematici degli orientali a causa della natura teocratica dei loro paesi d'origine.

Tesi controverse, a cui non mancano risposte da parte di quanti considerano il multiculturalismo non come dottrina filosofica, ma come principio operativo su cui costruire politiche volte a promuovere condizioni più eque per '’integrazione. Kymlicka, ad esempio, ritiene che molti degli  scettici facciano riferimento al modello di multiculturalismo che portò all’autonomia di minoranze nazionali come quella del Québec, ma non a quello applicato all'immigrazione. Dare ai ragazzi di origine straniera la possibilità di studiare la propria lingua madre, infatti, non significa esonerarli dall’apprendimento di quella del paese ospitante, fondamentale per trovare lavoro da adulti e quindi sostenuto, nella maggior parte dei casi, anche dai genitori. 

Le scuole diversificate per i figli degli immigrati non hanno mai fatto parte, secondo Kymlicka, delle politiche multiculturali, pur essendo state adottate sotto questa etichetta da nazioni come la Germania (dove per un certo periodo ai bambini turchi è stato vietato l'accesso alle scuole tedesche), che notoriamente hanno sempre puntato a mantenere i propri "ospiti" stranieri ben distinti dalla società autoctona. 

Multiculturalismo, nella sua accezione pratica, non significherebbe quindi dividere e demarcare, ma unire nella differenza, per fare in modo che i nuovi arrivati non siano costretti ad annullare in toto la loro identità, bensì incentivati a trovarne i profili di compatibilità con quella proposta dal Paese d'arrivo. 

Si tratta in pratica, per gli studiosi come Kymlicka, di un reciproca disponibilità, basata sia sull'accettazione del dato di fatto che inserirsi a pieno titolo in un'altra società non è facile e immediato, sia sul presupposto cardine secondo cui lo scambio deve avvenire in base ai principi irrinunciabili delle democrazie liberali, come la parità tra uomo e donna, la laicità dello Stato, i diritti umani e altre regole fondamentali del nostro vivere comune.  

Una prospettiva forse idilliaca, ma su cui non bisognerebbe smettere di riflettere, come dimostra il dibattito ancora aperto in Europa sull'opportunità di indossare in pubblico i simboli della propria religione, sull’insegnamento della lingua d’origine dei bambini immigrati e su molti altri temi di questo tipo. 

In Italia, invece, la crisi del modello ha portato alla sua completa scomparsa dal lessico comune, tanto che il termine è stato sostituito puntualmente con versioni edulcorate come "multi etnicità" e "interculutra". Un cambiamento puramente formale che non elimina il problema alla base, cioè come permettere alle culture di integrarsi tra loro senza che una schiacci l'altra o si provochino attriti difficili da risolvere.