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Parkour: tra sport e stile di vita

Un movimento in continua espansione per affrontare i problemi di tutti i giorni. Duro allenamento, per migliorare forza, resistenza e agilità. Così, secondo Gianpaolo Anastasi "si vince la competizione contro se stessi".

» Cronaca Sport Gianluca Colletta - 11/05/2009

Si può giocare a calcio, a basket e a pallavolo ma non al Parkour. Esperienza e preparazione sono alla base di uno sport che, secondo Gianpaolo Anastasi, responsabile tecnico del movimento Parkour in Italia, può anche diventare molto pericoloso se si cerca di emularne le gesta senza un'adeguata conoscenza.

Acrobazie e salti al limite del possibile tanto da sembrare degli scalmanati. Dietro questo sport c'è una vera e propria disciplina fisica e mentale. Non è il gesto di un pazzo che si lancia da un palazzo all'altro, anche perché avrebbe vita molto breve. Niente viene improvvisato anche se i movimenti che uno fa possono sembrare inventati sul momento. Ogni performance è il risultato di anni di duro e costante allenamento.

Che cos'è il Parkour, un semplice sport o anche uno stile di vita?
"È l'arte dello spostamento. In francese vuol dire percorso e come altre discipline, tra cui il free running, l'urban ninja, quello che c'è dietro a questo sport è una filosofia di vita. Bisogna fissare un punto d'arrivo e trovare la strada migliore per raggiungerlo".

Come si applica nella vita di tutti i giorni?
"Nell'affrontare gli ostacoli in una maniera differente, diciamo cambiando la prospettiva da cui si guardano le cose. Tutto ciò che può sembrare difficile o insuperabile con l'allenamento del Parkour diventa un modo per ingegnarsi a trovare un'altra via d'uscita un modo alternativo di superare un ostacolo".

Quante persone praticano questo sport in Italia?
"Un censimento non esiste. Se cinque anni fa eravamo in 10, oggi siamo circa un migliaio. Inoltre ci sono un numero indecifrato di gruppi e una decina di associazioni ufficiali, tra cui noi e l'Apki di Prato".

Cosa fanno queste associazioni?
"L'attività più frequente è quella di organizzare eventi che  promuovano questo sport. Noi ci appoggiamo agli Yamakasi e a Parkour Generation, che sono le due organizzazioni che al momento stanno facendo conoscere il Parkour a livello mondiale. In questa fase si sta cercando di far capire quali sono i criteri base per allenarsi in maniera sicura e per trasmettere questo sport nella maniera più corretta".

Attualmente non esistono gare, ma solo meeting:
"Quelli che hanno deciso di avvicinarsi a questa disciplina hanno accettato il discorso della non competizione, proprio perché questo non è uno sport fine alla prestazione sportiva in cui dimostrare che uno è più forte dell'altro, quanto piuttosto di muoversi nella maniera più fluida. La competizione è con se stessi".

Come ci si avvicina al vostro mondo?
"Con la curiosità. Chi si avvicina a questo sport è una persona che ha visto qualcosa in giro, si è documentato e ha scoperto che è una disciplina vera e propria, con delle scuole dei gruppi".

Quali sono i primi passi da compiere?
"La preparazione è molto fisica. Bisogna aumentare la forza, l'agilità e la capacità di controllare attraverso una mente attiva il corpo in tutte le sue sfumature dinamiche. Per cui è importante preparare sia il corpo, con allenamenti molto duri che curano la resistenza e la coordinazione, sia la testa, che deve sapersi controllare durante tutto l'esercizio. La nostra tecnica è la padronanza del movimento: essere consapevoli di ciò che è in grado di fare il corpo umano e sfruttarlo al meglio".

Quanto il successo del Parkour è dovuto a video clip e pubblicità?
"Queste cose hanno dato un'enorme visibilità a questo fenomeno, che di per se non ha bisogno di niente. Sta prendendo piede tra i giovani soprattutto tramite il passaparola a livello mondiale. Ha aiutato più internet che gli spot o i video musicali che si sono appropriati del Parkour a livello commerciale".

Esistono vari gradi di difficoltà?
"No, ci sono vari gradi di interpretazione. Ognuno riesce a sviluppare un proprio stile, congeniale al proprio essere e al proprio carattere, differente da chiunque altro".

Perché tra le varie tecniche compaiono i nomi di animali?
"Semplicemente perché si cerca proprio di imitare, in alcune sequenze tecniche, il movimento degli animali e per questo sono stati battezzati con questi nomi. Per esempio, per camminare su un cornicione si prende spunto dall’equilibrio del gatto. Nei volteggi si cerca di imitare la scimmia che va da un ramo all'altro".

Cosa serve per allenarsi?
"Praticamente niente. Si può passare un'intera giornata e cambiare duecento esercizi solo con un semplice muretto. Non c'è bisogno di attrezzature particolari. Si possono poi sfruttare i percorsi natura che si trovano nei parchi oppure basta un semplice corrimano, scarpe da ginnastica, tanta voglia e vai".