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Il cinema contro la mafia: una battaglia per la legalitā
Dal recente 'Fortapāsc' a 'Le mani sulla cittā', sono numerosi i titoli di film, il cui la settima arte si č mobilitata per arrivare dentro la mente degli spettatori per scuoterne le coscienze.
Titolo: Una scena deFonte: dal web
Se "la propaganda è l'arma più forte", indubbiamente il cinema è la sua punta di diamante. Sin dall'inizio la quinta arte e sempre stata conscia del grande impatto che ha sul pubblico e registi, sceneggiatori e produttori hanno sfruttato il suo lato, per così dire, educativo.
Uno dei suoi capisaldi è sempre stata la lotta per la legalità e il senso civico. Non ha caso numerosi sono i titoli di film che affrontano il tema della lotta alla criminalità organizzata. Non ultimo "Fortapàsc" di Marco Risi, con Libero de Rienzo e Valentina Lodovini, che racconta gli ultimi mesi di vita di Giancarlo Siani, giovane cronista de Il Mattino ucciso dalla camorra, nel 1985, a soli ventisei anni.
Escludendo "Gomorra" di Matteo Garrone, che è fondamentalmente un docufilm, tutte le pellicole sono di tipo biografico, ossia incentrate sulla vita, le gesta e la morte, spesso violenta, di tutti coloro che hanno avuto a che fare con la mafia per far comprendere allo spettatore qual è stato il prezzo da pagare per alcuni uomini coraggiosi per il nostro diritto alla libertà e alla legalità.
Guardando indietro nel tempo, si può partire da un film del 1993 di Giuseppe Ferrara "Giovanni Falcone" con Michele Placido, Giancarlo Giannini e Massimo Bonetti. Realizzato in tempi record, neanche un anno dalla morte dei due magistrati, uscì in ritardo di qualche settimana per polemiche e diffide di varia provenienza.
La pellicola ci mostra un decennio di sanguinosa cronaca nera siciliana (ma potremmo dire italiana), dall'aprile '81 (omicidio Bontade) al luglio '92 (uccisione del giudice Paolo Borsellino). Senza veli o filtri Ferrara ci mostra tutta la crudezza della lotta alla mafia ma soprattutto ci mostra anche il privato dei due magistrati: una vita sotto scorta, le rinunce, gli inganni i tradimenti, spesso una vita negata (compresa quella dei loro familiari) per la difesa della legalità.
"I cento passi" di Marco Tullio Giordana non poteva esser da meno. Uscito nel 2000, racconta la storia del giovane Peppino Impastato nipote del Boss Tano Badalamenti, i cento passi sono quelli che dividono casa sua da quella del boss, che entra nel vortice della contestazione piegandola, con originalità, alle esigenze locali. Apre una piccola radio attraverso la quale fustiga con l'arma dell'ironia i potenti locali verrà poi massacrato facendo passare la sua morte per un suicidio.
All'epoca il questo film fu tacciato di essere troppo propagandistico, con la chiusura sulle bandiere rosse e i pugni chiusi del funerale di Impastato, ma in realtà è una pellicola di impegno civile a ricordo che la lotta contro la criminalità non ha colore politico e non appartiene a una sola parte.
Ma il cinema ha deciso di mostrarci la vita dall’altra parte della barricata ossia di chi ha scelto la criminalità come stile di vita, non tanto e non solo per mostrarcene le ragioni, e di certo non per assolverli, ma per mostrare qual è la realtà nel mondo della mala. Uno degli esempi più cruenti, tanto più per la veridicità e attualità dei fatti, è "Il Camorrista" del 1986 di Tornatore con Ben Gazzara che racconta l'irresistibile ascesa del "professore di Vesuviano" che in carcere si fa una cultura, diventa il capo della "camorra riformata". Questo film, da alcuni definito apologetico, aprì una finestra sul sanguinario mondo della camorra senza sconti e senza tagli.
Con "Il dolce e l’amaro", pellicola del 2007 invece, assistiamo alla crescita e formazione di un giovane mafioso e alla sua redenzione. In ultimo ci sono stati anche degli esempi in cui il cinema ha fatto però il gioco della criminalità è giusto dirlo. Un esempio è "Il lupo" di Stefano Calvagna questo sì apologia di un criminale in cui, mai apertamente, ma ci vuole poco a capirlo, si tessono le lodi di Luciano Liboni criminale romano macchiatosi di numerosi crimini tra cui l'omicidio di una giovane guardia. Un altro è "Il prefetto di ferro" di Pasquale Squitieri, ricostruzione della lotta alla mafia condotta dal Prefetto Mori sotto il Fascismo.
Questi sono, probabilmente, gli esempi cinematografici che hanno per protagonista la criminalità, supportati poi da altrettanti esempi televisivi con numerose fiction a soggetto, una per tutte "La Piovra". In ogni caso tutti questi film hanno un unico grande messaggio: il crimine non paga. Non è retorica o buonismo è una lezione importante specie per tutti quei giovani che sono attratti dalla malavita in cui vedono il guadagno facile, la bella vita, ma senza pensare al prezzo da pagare.
Tutto questo in un momento in cui c'è chi dice che la camorra è solo un'invenzione di Roberto Saviano, o che è una favola che riguarda solo il Sud Italia. No, è con questi film che il cinema deve mostrare la sua forza la capacità di arrivare alle persone e alle loro coscienze.
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