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Cinematerapia: l'incontro tra la psicologia e il grande schermo

Teatro, danza, musica, pittura, ora anche il cinema. Il complesso rapporto tra arte e terapia. La psicologa: "Spesso i film di qualità possono veicolare messaggi positivi e migliorare la qualità della vita del singolo".

Vito Tripi - 22/04/2009
Titolo: Il film La ricerca della felicità'
Fonte: ww.mymovies.com

Tra le nuove branche della psicologia ce ne è una che ha intrapreso una sua strada ben definita è la cinematerapia. Secondo questa disciplina terapeutica, nella storia raccontata per immagini lo spettatore percepisce una propria patologia, e attraverso un processo catartico ne può guarire. 

Rispetto alla catarsi teatrale quella del cinema ha una componente più empatica. Il cinema, infatti, ha la capacità di presentare le scene in maniera più globale rispetto al teatro, e i neuroni del cervello che si attivano in questo processo (i cosiddetti neuroni "specchio"), permettono di immedesimarsi quasi completamente, dimenticando la realtà circostante. 

Per quei minuti, lo spettatore vive in quei fotogrammi. Il piacere (o dispiacere) che si può provare in questa sensazione porta, poi, a volerla ripetere. Una sorta di effetto placebo, lo stesso per cui si va in una sala cinematografica o si noleggia un dvd.

Per cercare di capire meglio gli aspetti fondamentali di questa terapia, abbiamo incontrato la dottoressa Lavinia Oddi Baglioni, docente di laboratori di scrittura nel master di biografia presso la Facoltà di Scienza delle Comunicazione de La Sapienza.

Dottoressa, con la cinematerapia possiamo dire che finalmente cinema e psicologia si incontrano?
"Non credo che esista una vera cinematerapia nel senso comune della parola, ma ognuno di noi può ricordare un periodo particolarmente teso o problematico, dal quale si è sollevato un pò immergendosi nella visione di un bel film. Il rapporto fra cinema e psicologia è complesso: da sempre il film ha avuto un valore catartico, è servito, cioè, per canalizzare in maniera fantasmatica energie di vario genere presenti nell'uomo che altrimenti non avrebbero mai la possibilità di realizzarsi sul piano reale".

A livello terapeutico la cinematerapia porta a degli effettivi risultati?
"Forse vedere un film non si può considerare una psicoterapia classica, ma certamente è un modo molto facile per canalizzare e controllare energie che altrimenti non troverebbero riscontro nella realtà. Infine sono proprio i film di qualità che meglio di tanti saggi o conferenze possono veicolare messaggi positivi e migliorare la qualità della vita del singolo".

Il cinema, secondo lei,  è più sociologico o psicologico nel suo insieme?
"Secondo Freud la mente umana ha due fondamentali meccanismi di difesa: la proiezione e la identificazione. La proiezione ci fa vedere la realizzazione di nostri desideri più nascosti in altre persone e prova il piacere di far fare ad altri quello che non riusciamo a fare noi. L'identificazione, è quel meccanismo che ci permette in maniera fantastica, di diventare l'altro che ammiriamo o odiamo. Ecco perché ci piace così tanto andare al cinema, perchè entrambi i meccanismi si mettono in moto durante la proiezione di un film: da una parte diventiamo l'eroe di turno, dall'altra  troviamo il modo di proiettare la nostra aggressività o la nostra voglia di amore nella vicenda che vediamo rappresentata".

Se vediamo troppi thriller siamo tutti dei potenziali assassini: sono teorie superate o ancora persistono nell'ambiente scientifico?
"Questo non è assolutamente vero, anzi è proprio attraverso questa visione che la nostra parte sana cerca di sublimare e far trovare uno sbocco gli istinti più bassi che comunque sono dentro di noi. Il cinema ci coinvolge proprio perché le vicende trattate le sentiamo come storie di uomini o donne simili a noi .Quasi mai (forse solo nei film corali) c'è una impostazione sociologica: i film trattano per lo più di drammi personali e sono, quindi, psicologici e proprio per questo veniamo coinvolti. Il fatto poi di fruire del film nel buio di una sala, rende la visione simile a un sogno ad occhi aperti e quindi, come i veri sogni, aiuta il nostro incoscio ad esprimersi anche se in forma simbolica e a rendere coscia la parte più nascosta di noi".