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Aborto: alle radici di una svolta epocale

Trentatre anni fa, per la prima volta, la società civile femminile, scendeva in piazza in massa per far sentire la sua voce e invocare l' "aborto libero e legale".

» Donne Maria Fusca - 02/04/2009

Roma, via Cavour, 3 aprile 1976. Una bambina reggeva un cartello firmato UDI (Unione delle Donne Italiane) con la scritta "Basta con l'aborto clandestino". 

Era un'imponente manifestazione femminista, la seconda per importanza in Italia (dopo quella del dicembre '75), capace di mobilitare migliaia di persone (non solo donne) e di ribaltare i termini del dibattito politico che proprio in quei giorni si esprimeva per la formulazione di una legge al riguardo. 

Per la stesura definitiva però del testo, sarebbero dovuti trascorrere altri due anni. Era il periodo in cui le classi fino a quel momento ignorate (giovani, studenti, operai) riprendevano la parola con forza dopo quasi dieci anni di silenzio, e in cui venivano gettate le basi per dibattiti ad oggi irrisolti.

Il corteo di quella lontana primavera del '76 partiva appunto da via Cavour. Una lunga marcia formata da catene di donne che si tenevano per mano. Tutto intorno campeggiavano gli striscioni delle associazioni promotrici: le più importanti erano il  "Crac" (Coordinamento romano aborto e contraccezione) e l'UDI ma non mancavano gruppi minori e spontanei come il "Gruppo donne del quartiere Celio - Monti" o il "Collettivo femminista M. Sacro Tufello". La sensibilizzazione popolare, fuori dagli schemi di partito, faceva sentire la sua voce, visto che ancora un paio di giorni prima alla Camera, durante la discussione della bozza di legge, era stato approvato un emendamento che limitava la liceità di aborto al caso di rischio di morte per la donna.

Il dibattito sulla necessità di una norma che regolamentasse questo genere di operazioni in Italia era nato una ventina d'anni prima, nell'autunno del '57, quando sul tavolo anatomico dell'Istituto di Medicina Legale di Palermo veniva adagiato il corpo di una ragazza diciassettenne, morta perché aveva assunto per diverso tempo delle erbe velenose con la speranza di interrompere la gravidanza. L'opinione della gente in quel periodo, però, era indirizzata per lo più dai partiti politici, con le loro direttive di pensiero, e dalla chiesa nella sua forma civica della Democrazia Cristiana.

Le spaccature all'interno delle singole formazioni erano talmente profonde da ridurre all'impotenza qualunque azione definitiva. Ma nel '76, cavalcando l'onda femminista, il tema era tornato all'ordine del giorno e la società civile sempre più premeva perché finalmente la situazione fosse riordinata. Per capire fino a che punto da più parti si sentisse l'esigenza di una regolamentazione, basterebbe scorrere i risultati di un'indagine Demoskopea dell'epoca: il 63 per cento degli intervistati riteneva che il Parlamento dovesse al più presto occuparsi dell'aborto, e produrre una norma che lo rendesse legale. 

Neppure il mondo dell'arte era esente dal dibattito, se pensiamo che in quello stesso anno Francesco Guccini cantava la sua "Piccola storia ignobile" nell'album via Paolo Fabbri 43, canzone in cui si narra la vicenda "solita, banale e come tante" di una giovane finita sotto i ferri di un medico clandestino, per non affrontare una gravidanza.

Alla fine, nel 1978, si svolgeva l'ultimo atto parlamentare della vicenda, che terminava con la promulgazione della Legge n.194 dal titolo "Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza". In questo testo, tuttora in vigore, la premessa rimane "il diritto alla procreazione cosciente e responsabile" e la tutela della "vita umana dal suo inizio". Ciononostante alle donne è garantito il diritto ad usufruire del sistema pubblico nazionale per sospendere la gestazione. 

Nella regolamentazione si specifica che l'operazione deve avvenire entro novanta giorni e sono descritte le cause ammissibili per l'intervento, in particolare sono riconosciute una serie di circostanze per cui il parto o la maternità comporterebbero un serio rischio per la salute (fisica o mentale) della donna, o ancora danni economici, sociali o famigliari gravi. Il punto più controverso però, riguarda le previsioni sul concepito: l'aborto è ammesso anche quando le analisi mediche evidenziano possibili anomalie o malformazioni, con tutte le implicazioni etiche del caso.

Altro punto importante è quello che riguarda l'importanza dei consultori famigliari. Ad essi sono destinati fondi economici importanti e il compito di aiutare, informare e seguire le donne in difficoltà. Nonostante l'esistenza della legge, affrontare la questione dell'aborto in modo equilibrato e pacato, oggi come ieri in Italia come all’estero, è a dir poco problematico. 

Saltuariamente la questione torna agli onori della cronaca per iniziative che puntano a minare questo diritto o rafforzarlo, attraverso corsi e ricorsi ideologici che oscillano a seconda degli orientamenti etici della società.

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- Legge 194/78