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Traduzioni doc: il viaggio dialettale de "Il Piccolo Principe"

Ecco come si sarebbero espressi i protagonisti del libro culto di Saint-Exupéry, se fossero vissuti nella Bologna di un secolo fa.

» Cronaca Libri Maria Fusca - 13/03/2009
Titolo: Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry
Fonte: dal web

Nel 1943 usciva per la prima volta alle stampe un libricino per ragazzi dal nome "Le Petit Prince". L'autore era un aviatore francese: Antoine de Saint-Exupéry che sarebbe poi morto sul proprio aereo, sul finire della Seconda guerra mondiale, abbattuto da un aviatore tedesco.

Poetica la vita del creatore, poetico il libro che nel giro di poco tempo avrebbe conosciuto una notorietà e una diffusione ai limiti del primato. "Il Piccolo Principe", infatti, è stato tradotto in più di cento lingue e ha venduto nel tempo più di 50 milioni di copie. Solo in Italia ne esistono quattordici versioni, e non parliamo di diverse rese dal francese all'italiano ma di trasposizioni ben più interessanti.

Titoli come Lo Petsou Prince (in franco provenzale), Ël Cit Prinsi (in piemontese) o  Ël Pchi Prinsë (in occitano provenzale) rappresentano gli ultimi esempi di una tendenza alla rivalutazione delle lingue locali, ormai semidistrutte dall'inglese commerciale del mondo globalizzato. Il più recente si chiama Al Pränzip Fangén, ed è la seconda ristampa (dopo la prima edizione del 2003) del famoso libro, in dialetto bolognese.

Ma come può mai venire in mente a qualcuno di tradurre una simile opera in dialetto? Prima di tutto bisogna specificare che un vernacolo può forse essere considerato una lingua minoritaria, ma sicuramente non minore, per importanza e ricchezza, rispetto a un idioma standard. Per lo più la distinzione è data dalla codificazione scritta e quindi dal prestigio letterario, cui difficilmente possono ambire parlate popolari mai filtrate nel mondo dell’alta cultura. Questo però non le rende meno "lingue" e quindi meno abili ad esprimere tutte le sfumature della vita umana.

Oggi poi i dialetti, schiacciati dall'italiano, sono in via di esaurimento e secondo alcuni potrebbero definirsi persino lingue morte. Ciononostante si assiste  ai tentativi, tenaci ancorché spontanei, di mantenerli in vita per non perdere un aspetto della nostra cultura molto importante. Emblematica da questo punto di vista l'esperienza di Roberto Serra, il traduttore de Al Pränzip Fangén (letteralmente "Il Principe Bambino") avvocato, trentaduenne, attivista per la causa della salvaguardia del bolognese. 

Cresciuto nelle campagne intorno al capoluogo emiliano, da adolescente Serra si è accorto di come la struttura portante di un mondo, quello contadino, si stava sfaldando: gli anziani, i nonni, gli zii, i parenti avevano un modo di vivere e di intendere la vita legato a un sistema di valori che andava scomparendo e con questi anche la lingua che li veicolava: il dialetto. "L'Italiano non ti lascia quel sapore di nebbia in bocca - precisa Serra - non porta con sé l'odore delle crescentine in chiesa. Parlare dialetto significa soprattutto recuperare emozioni e sensazioni che non devono perdersi".

Da qui l'idea del recupero linguistico. Non si tratta ovviamente di un'operazione semplice. Adattare una lingua di origini rustiche e con poche o nulle rappresentanze in ambito poetico, a un libro che parla di sentimenti e amicizie, può non essere così immediato. Per esempio se il protagonista del libro a un certo punto ammette di sentirsi "solo come un naufrago su una zattera in mezzo all'oceano", riuscire a traslitterare lo stesso senso nella lingua di un popolo che non ha conosciuto l'oceano e tanto meno le zattere, richiede un notevole sforzo d'immaginazione.

Ma la solitudine è sempre stata tale per tutti gli uomini e allora basta che il naufrago diventi un topolino, la zattera in mezzo l’oceano si trasformi in una madia vuota, ed ecco riadattato in chiave campagnola l'isolamento del protagonista: "Ai êra pió sulitèri d un pundghén int na spartûra vûda".

Per le parole inesistenti in dialetto, perché non in un uso fino al secolo scorso, si è ricorsi alle normali prassi di evoluzione linguistica: "bolognesizzazione" di termini italiani; riadattamento di vocaboli affini per significato; o ancora consultazione degli anziani, i depositari del sapere originale, per chiedere loro consigli e suggerimenti. Anche i suoni rivestono un loro ruolo e se l’italiano si legge come si scrive (anche se non è sempre vero) il bolognese necessita di un sistema di accenti preso in prestito dalla fonetica per esprimere la quantità delle vocali o la loro ampiezza.

Tutto ciò rende "Al Pränzip Fangén" un testo di non semplice lettura soprattutto per chi non appartiene all'area bolognese, ma si tratta comunque di una sfida degna di essere intrapresa per qualunque lettore, amante del Piccolo Principe come della ricchezza linguistica del nostro paese, che decida di trascorrere un po' di tempo totalmente immerso nella poesia di una lingua dimenticata.

INFORMAZIONI
Titolo:
Al Pränzip Fangén
Autore: Antoine de Saint-Exupéry
Traduttore: Roberto Serra
Editore: Wesak
Anno: 2003, 2009
Pagine: 63
Prezzo: 10 euro


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Antoine de Saint-Exupéry
- Le Petite Prince