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Nautica: Nastasi, "Le imprese rivedano i modelli di business"

Il coordinatore dell'Osservatorio del mercato nautico: "La crisi è un'opportunità per tagliare inefficienze e ripensare i piani industriali". Previsto un calo di fatturato del 30-35 per cento.

» Banche, Investimenti Ulisse Spinnato Vega - 16/03/2009

"C'è una forte difficoltà connessa al fatto che tutti i mercati di sbocco della nautica sono in frenata. Quindi le imprese chiuderanno l'anno con riduzioni del fatturato tra il 30 e il 35 per cento". 

Tommaso Nastasi, coordinatore dell'Osservatorio del mercato nautico presso la Facoltà di Economia di Tor Vergata, non nasconde il suo pessimismo: "Gli imprenditori del settore - dice - hanno dato molta importanza al fatturato ma non al margine lordo di contribuzione". In altre parole serve ""un'analisi attenta che evidenzi le differenze tra costi fissi e variabili. Ci sono molte inefficienze che le aziende dovrebbero tagliare approfittando della crisi".

Nastasi, vale dunque il solito adagio secondo cui dal male può nascere il bene e della crisi bisogna approfittare per rivedere le spese?
"Ci sono modelli di business che devono cambiare. Spesso le imprese di settore non hanno un piano industriale o un business plan. E non sanno come modificare la propria strategia in relazione ai diversi scenari ambientali. Ora gli operatori fanno cassa integrazione e chiedono sussidi. Ma mancano di quella 'sensitivity' che ti permette di adattarti ai tempi".

Dove si annidano queste inefficienze industriali?
"In tutte le aree aziendali, dalla produzione alla distribuzione. Facciamo un esempio: settori più avanzati sul fronte della cultura manageriale, come il lusso o l'automobile, operano sugli acquisti un rating dei loro fornitori. Nella nautica una cosa così non esiste".

Quali segmenti della produzione cantieristica risentono maggiormente della recessione?
"La vela, ad esempio, resiste. Cala, ma tiene. In difficoltà maggiori versa la piccola nautica, le barche a motore con propulsione fuoribordo. Gli yacht da 12 a 24 metri chiuderanno l'anno nautico (che inizia a settembre) con un meno 30-35 per cento di fatturato. Ma anche i super yacht, oltre i 24 metri, risentiranno della crisi. Noi abbiamo preso come riferimento gli ordini di settembre e li abbiamo confrontati con gennaio: abbiamo rilevato la cancellazione di oltre 30 commesse, di cui la metà proviene dai cantieri italiani. Un calo del 25 per cento".

Che dire del settore accessori, vanto della creatività 'made in Italy' e frutto del lavoro di una galassia di piccole imprese?
"Noi stimiamo 960 milioni di valore per gli accessori nautici b2b. E 160 milioni per il b2c. Considerando l'insieme, il peso maggiore deriva dagli accessori di bordo, che valgono circa 480 milioni di euro".

Cosa possono fare governo ed enti locali per sostenere il comparto?
"Anche qui c'è un problema immediato di liquidità delle imprese da garantire. Nel medio e lungo termine bisogna invece lavorare sulla competitività di queste aziende con incentivi che consentano più investimenti su ricerca e sviluppo".

E in tema di infrastrutture?
"Sappiamo che c'è una cronica carenza sul versante della portualità turistica. I nostri dati ci dicono che in Italia esistono 625 strutture con 142mila posti barca a fronte di un parco circolante di 460mila unità. Dunque, circa il 70 per cento delle barche non ha un posto dove stare e di certo non si tratta soltanto di piccola nautica carrellabile per la quale il problema non si pone. Questo enorme gap resiste malgrado i posti barca siano cresciuti al ritmo del 6 per cento l'anno nell'ultimo decennio".


LINK
- L'Osservatorio sul mercato nautico di Tor Vergata