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Manipolatori della mente: gli strumenti di legge

Dopo la cancellazione del reato di 'plagio' dal codice penale, nessun nuovo provvedimento lo ha sostituito contro i ciarlatani. Ma, secondo l'avvocato Marzari, legale delle vittime nel processo Vanna Marchi, la legislazione è comunque efficace.

» Giustizia e criminalita' Paola Simonetti - 30/04/2009

"Chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni". Recitava così l'articolo 603 del Codice penale contro il plagio, che fu dichiarato costituzionalmente illegittimo nel 1981.

Un provvedimento, quest'ultimo, giunto dopo roventi polemiche conseguenti a una sentenza del 1961, che spiegava: "Il delitto di plagio si realizza anche quando l'agente aggredisce la sfera psichica di altra persona in modo da annullare la di lei personalità, sostituendovi la propria, sottraendole ideali, propositi, e imponendole i propri, disgregando ogni consapevolezza della propria individualità, facendone un cieco seguace del proprio volere, delle proprie idee, un automa privo di ogni facoltà di critica, soggiogato dalla più forte volontà di chi lo guida in un mondo non suo, in cui le idee sono accettate come l'unica possibilità di espandere la propria personalità".

La sentenza provocò un terremoto in campo giuridico e medico, facendo nascere, nel corso degli anni che seguirono, due iniziative legislative al Senato e alla Camera, entrambe mirate all’abrogazione dell'articolo 603. L'esame delle varie e discordanti interpretazioni date al provvedimento, mostrava, secondo politici e giuristi, l'imprecisione della norma e l'impossibilità di attribuire ad essa un contenuto oggettivo, e l'assoluta arbitrarietà della sua concreta applicazione. 

Per questo il provvedimento fu paragonato ad una mina vagante nel nostro ordinamento, e dunque giudicato incostituzionale, potendo essere applicato a qualsiasi fatto che implicasse dipendenza psichica e mancando qualsiasi sicuro parametro per accertarne l'intensità.

Il vuoto legislativo, solo parzialmente colmato dal reato di "circonvenzione d'incapace" (Art. 643 c.p.), di fatto, a dire di molte associazioni e strutture di sostegno alle vittime di maghi e sette, non è stato mai efficacemente riempito, lasciando maglie larghissime su uno dei reati più diffusi e gravi del nostro Paese.

Eppure gli strumenti legislativi attualmente in vigore in Italia, se appilcati in modo adeguato sarebbero efficaci secondo Marco Marzari, uno degli avvocati di parte civile in difesa delle vittime nel famoso processo Marchi-Nobile, nonchè membro del Centro studi sugli abusi psicologici (Cesap). "Se guardiamo questo clamoroso caso - spiega Marzari-, possiamo dire le legge ha funzionato efficacemente. Con gli strumenti ordinari del codice penale si riesce comunque a colpire il sedicente mago, santone o guru di turno. Nel caso Marchi, ad esempio, al di là del reato associativo (erano più persone che agivano), si è perseguita la truffa aggravata, perché venivano rappresentati pericoli immaginari ai danni delle vittime". 

"Purtroppo - prosegue l'avvocato -, non è stato possibile contestare l'estorsione sotto il profilo strettamente giuridico, poiché questa contempla un pericolo che chi minaccia può di fatto mettere in pratica, mentre in questo caso era solo  immaginario ("Se non mi paghi di faccio venire una maledizione"). Di più difficile applicazione invece il reato di “circonvenzione d'incapace", perché deve essere provata in modo schiacciante la minore capacità della vittima di intendere e volere, al momento della relazione con il truffatore".

Strumenti legislativi efficaci, dunque, se applicati in modo severo, che tuttavia, ammette lo stesso Marzari, di fatto non sopperiscono ancora alla mancanza di una legge mirata e precisa contro il reato di plagio, al quale il legislatore dovrebbe rimettere mano: "L'eventuale nuovo provvedimento dovrebbe superare le censure della Corte Costituzionale - aggiunge l'avvocato -, essendo più chiaro di quello che fu cancellato nell'81, considerato troppo generico".    

Ma a dare spazio ai ciarlatani, molto visibili con numerose pubblicità su giornali e tv, ma anche ospitate in programmi di intrattenimento, ci sarebbe anche la mancata applicazione della legge contro la pubblicità ingannevole, sulla quale poco o nulla, secondo Marzari, intervengono le istituzioni preposte: "In questo caso ci sarebbe la responsabilità delle emittenti, che fanno finta di non accorgersi di vendere spazi pubblicitari illegalmente o di concedere visibilità a ciarlatani. L'Antitrust interviene poco, e in modo forse poco incisivo, con pene pecuniarie che non risolvono il problema. Sicuramente per tv e maghi il 'gioco vale la candela', vista la redditività dell'attività'. 

DOCUMENTI
- Scheda sui reati ascrivibli ai ciarlatani (pdf)

LINK
- Centro studi abusi psicologici