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Salute migrante: il "medico dei clandestini"
L'esperienza e la 'vocazione' di Antonio Calabrò, dottore che da tempo opera in strada al fianco dei più deboli.
Titolo: Il dr. Calabrò con una pazienteFonte: Massimo De Francesco
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Una sciarpetta arcobaleno al collo e una borsa da medico in mano. Simboli a lui molto cari riflettono quelli che sono i valori importanti nella sua vita: pace e convivialità delle differenze nei colori della stoffa scelta come emblema dei Missionari comboniani, impegno e solidarietà nei ferri del suo mestiere.
Antonio Calabrò, medico cardiologo presso l'ospedale Fatebenefratelli di Roma, dedica ormai da anni il suo tempo a guarire e assistere chi è escluso dai circuiti di assistenza sanitaria nazionale, vale a dire gli immigrati irregolari, i clandestini. Lo abbiamo incontrato all'ombra del suo container colorato per scoprire la sua audacia, il suo coraggio, la sua umanità.
Dottor Calabrò, sono quasi tre anni che il container è il centro delle sue attività. Perché ha voluto mettere in piedi una struttura di questo tipo?
"L’idea di costruire una struttura che mi permettesse di prestare assistenza alla salute dei meno fortunati l'ho sempre avuta in mente, ma ho potuto realizzarla solo nel 2006. Il mio incarico è al Fatebenefratelli, dove presto servizio nell'ambulatorio di cardiologia, e questo (indicando il lettino per le visite e le prescrizioni farmacologiche sul suo tavolo da dottore, ndr) è solo il mio modo di aiutare persone in difficoltà. Sono un medico, e cerco, così, di assistere la salute di esseri umani, che, purtroppo, si ritrovano a vivere in condizioni disumane e disperate. Pensi che questa persona che aspetta il referto delle analisi (facendo cenno ad un giovane romeno che sta attendendo il suo turno al di fuori del container, ndr) vive nei tubi delle fognature sotterranee a ridosso della stazione Anagnina, insieme ad altre venti persone. Mi ci hanno portato una volta ed ho potuto vedere con i miei occhi la condizione di fatiscenza e disagio che imperava in quel luogo".
Chi sono le persone che si rivolgono a lei?
"I pazienti che si rivolgono a me sono soprattutto ragazze rom in gravidanza e giovani che vivono in strada, intaccati da malattie da raffreddamento. Sono per lo più di età compresa tra i 24 e i 28 anni, non hanno particolari problemi di salute. Chi affronta un lungo e travagliato viaggio deve stare bene, altrimenti non sopravvive, non ci arriva nemmeno qui. Ogni tanto si rivolge a me qualche senza dimora, spesso con problemi di alcolismo e di danni derivanti dalla vita in strada. Insomma ci muoviamo in base alle esigenze che man mano si presentano".
Stare dalla parte dei deboli non deve essere semplice. Quali difficoltà incontra con queste persone?
"All'inizio sono reticenti, hanno paura, sono diffidenti. Solo successivamente capiscono che posso concretamente aiutarli, allora si aprono e ripongono fiducia nel mio modo di operare. Molti dei miei pazienti conoscono me e la mia attività grazie a don Paolo che, nella sua parrocchia San Giuseppe Moscati, di Cinecittà Est, indica il container a tutti coloro che ne hanno bisogno. È con la burocrazia, non con i miei ammalati, che ogni tanto ho delle difficoltà. Pensi che per due anni abbiamo lavorato senza elettricità e solo il mese scorso abbiamo risolto il problema".
Come si è accostato al mondo degli emarginati?
"Il mio cammino è iniziato nel 1972, a diciotto anni, sull'emozione del Concilio Vaticano II, che si era appena concluso. La mia formazione proviene dai Salesiani della Chiesa Don Bosco: sono cresciuto e mi sono formato sui libri dei teologi della liberazione. Nel momento in cui mi sono laureato ho capito che dovevo scendere per strada, abbracciando la teoria 'dai Cristi appesi in Chiesa ai Cristi che camminano'. Il diritto alla salute non è monetizzabile, è un diritto per tutti. Ho così stretto rapporti con i Missionari comboniani, e in particolar modo con Alex Zanotelli, con cui condivido lotte e valori".
Quale è l'aneddoto che ha segnato il suo cammino da 'medico dei clandestini'?
"Circa un anno fa la ginecologa che mi aiuta in quest'attività seguiva il caso di una donna in gravidanza, che durante gli ultimi mesi non aveva seguito le cure mediche che le erano state prescritte. Una sera ci chiama, allarmata, dicendo che aveva grosse perdite di sangue. Così io mando mia figlia a prenderla con la macchina. E' stata una fortuna riuscire a rintracciarla, queste persone non amano far sapere dove si trovano, non amano mostrare le loro baracche e la loro povertà. Mia figlia l'ha subito caricata in macchina e portata in ospedale dove è stata operata d'urgenza, salvandole così la vita. La bambina è nata con un mare di sofferenza e la stiamo seguendo tutt'ora".
Alla luce degli ultimi sviluppi politici del nostro Paese, pensa che denuncerebbe mai un immigrato irregolare che le chiede di essere curato?
"Assolutamente no, continuerò a fare il mio mestiere, aiutare i deboli e curare chi ne ha bisogno. In questo caso io sono un privato e come tale ho facoltà di decidere se segnalare un immigrato irregolare alle autorità oppure no. È una cosa che non accadrà mai. Pensi che, vista la decrescente presenza di immigrati clandestini negli ospedali, da altre zone di Roma, mi sono giunte richieste per ospitare pazienti. Io chiaramente ho detto si".
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