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Informazione d'emergenza: l'iperrealismo dei media in situazioni di crisi

Il linguaggio informatico favorisce l'instaurasi di un ordine della simulazione, volatilizzando il reale e sostituendo l'ambiente sociale con una realtà simulacrale prodotta dall'uomo.

Il mondo dei media, e di riflesso quello del newsmaking in generale, è solitamente unmondo fatto di routine, quasi automatizzato. Questa sua caratteristica, che farebbe pensare ad una standardizzazione dei processi di formazione della notizia, non è però del tutto caratterizzante di quello che al contempo è anche uno scenario altamente instabile ed incline allo stravolgimento degli procedimenti di produzione.

La "breaking news", la notizia straordinaria, "rompe" appunto il flusso quotidiano delle notizie minori e si impone prepotentemente come protagonista indiscussa del lavoro giornalistico. In base alle dimensioni del fenomeno infatti, l'emergenza comunicativa rappresenta una forte discontinuità rispetto alle routines consolidate di offerta e consumo all'interno delle diverse agende, ponendo in essere un radicale mutamento sia nello scenario mediale che nella dieta informativa del pubblico.

Ed è proprio attraverso quest'imposizione nell'agenda dei media, producendo quindi una produzione ingigantita di prodotti mediali che monopolizza l'intero sistema dell'informazione, che l'emergenza viene percepita come tale anche dal pubblico, operando proprio su quest'ultimo diversi effetti di natura cognitiva e comportamentale.

Gli studi di riferimento più importanti che analizzano questo fenomeno sono senza dubbio il lavoro pionieristico di Hadley Cantrill, autore nel 1940 di una ricerca volta a verificare l'impatto della famosa trasmissione di Orson Welles La guerra dei mondi sui radioascoltatori, ed in tempi più recenti lo studio condotto da Bradley S.Greenberg che nel 1964/1965 focalizzò il suo interesse sui cicli comunicativi innescati dalla notizia della morte di J.F. Kennedy.

Lo studio di Cantrill mise in luce l’importanza e la centralità del medium radio (la tv non era ancora stata inventata) sulla società americana, una parte della quale non seppe distinguere le notizie romanzate del radiodramma di Welles da quelle di un notiziario reale ed in preda al panico si riversò sulle strade per sfuggire all'invasione aliena.

Ma concentrando la nostra attenzione sulle riflessioni più moderne, come possiamo leggere in Torri Crollanti, Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l'11 Settembre a cura del professor Mario Morcellini "l'innovativa indicazione di Greenberg è che l'interazione diretta face to face è massima da una parte per le notizie clamorose, e dall'altra per quelle più legate al contesto locale". Questa teoria, accompagnata dalla formulazione del two step "flow of communication" (modello della comunicazione a due stadi) di Katz e Lazarsfeld, ebbe il merito di sottolineare l'importanza della comunicazione interpersonale nella mediazione dei messaggi veicolati dai media.

Proprio partendo da questa intuizione, in seguito agli eventi dell'11 settembre 2001, è nato all'interno della Facoltà di Scienze della Comunicazione di Roma La Sapienza, il gruppo di ricerca MediaEmergenza; lo studio portato avanti dai ricercatori de La Sapienza evidenzia come l'emergere della dimensione di gruppo si sia accompagnata all'esplosione ed all'effervescenza della comunicazione interpersonale, diretta e mediata.

Secondo il Mario Morcellini, preside della facoltà: "l'allarme sociale si è tradotto in una moltiplicazione delle interazioni, che hanno contribuito a ridurre il disorientamento generalizzato principalmente rimodellando la realtà, rendendola più accessibile ed accettabile nel hic et nunc, in una partita giocata attraverso regole negoziate, immanenti e non imposte". Questi importanti risultati vanno a sommarsi ad una nuova categoria di effetti cognitivi che deriva da una copertura mediatica degli avvenimenti senza precedenti storici.

Se per lungo tempo media sono stati accusati di produrre pseudo-eventi del tutto autoreferenziali, oggi si strada un timore per certi versi opposto; come afferma Valentina Martino, ricercatrice di Sociologia dei Processi culturali, parlando del crollo delle Twin Towers, la paura è quella che "i media siano in grado di produrre una realtà di nuova generazione, una iper-realtà che - più vera del vero - accade nei modi della finzione […] come in un gigantesco dèjà-vu collettivo". "Il crollo delle Torri Gemelle - prosegue - ha incarnato, infatti, un evento da tempo reso noto e familiare al mondo dall'immaginario spettacolare e catastrofico proprio del cinema hollywoodiano, del fumetto e del videogame".

Ed è questa la tesi più interessante che ci fa capire bene la distorsione cognitiva che i media di oggi producono. Aprendo infatti un'innumerevole serie di finestre in diretta con l’evento, l'eccessivo effetto di realtà si trasforma nel suo contrario ovvero in un effetto fiction decisamente confusionale.

Siamo di fronte allo sciopero degli eventi, come denunciava negli anni 80 Baudrillard, in uno scenario surreale dove l’overloading di avvenimenti diffusi in tempo reale dai media, con il loro dilagante iperrealismo, trasmette al pubblico l'impressione che non accada più nulla di reale.