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'La terra vista dalla luna': Morici, "allontanarsi da se stessi è il paradosso del viaggio"

» Libri: Protagonisti Girolamo Grammatico - 10/02/2009
Titolo: Lo scrittore Claudio Morici

Un'amicizia travolgente e improbabile, un viaggio in Messico alla ricerca di una ragazza scomparsa da mesi, la rabbia contro il viaggaitore "ricco" e globalizzato e sempre alla ricerca di esperienze di vita "alternative". 

Il titolo dà l’idea di una visione 'particolare' della terra o di una parte di essa: è davvero così o hai solo citato Pasolini?
"La verità è che me ne sono accorto dopo su google del corto di Pasolini. Il titolo è una frase che usa Simon, il protagonista, per descrivere un viaggio psichedelico a due ragazze inglesi. Sì inventa tutto per fare colpo, o meglio, copia i racconti di Antonella prima di partire. Lui è vissuto sempre nella sua cameretta: non possiede praticamente esperienze personali da condividere. La terra vista dalla luna, diventa poi una metafora della possibilità di allontanarsi da se stessi, di osservarsi da lontano, è il paradosso del viaggio vero. Bisogna arrivare fino alla Luna e girarsi indietro. Non è facilissimo arrivare fino laggiù e Simon, come dire, almeno all’inizio, proprio non ci crede".

So che hai scritto il libro mentre eri in Messico: che influenza ha avuto questo viaggio sulla stesura del libro?
"Ho messo dentro moltissime cose che mi sono successe in questo viaggio e in altri che ho fatto prima, soprattutto quando mi sono trovato a vivere, anche per mesi, in un ostello. E' tutto vero, in un certo senso. Ho montato i personaggi del libro con decine di episodi e caratteri di persone reali. Ognuno è una specie di Frankenstein. Con il cuore di quel polacco, il viso di quella peruviana, la voce dell' inglese".

Hai sempre raccontato storie al limite del deliro con una scrittura accattivante e incalzante. In questo nuovo romanzo, però, si avverte una diversa maturità: cosa è accaduto?
"In questo romanzo ho scoperto nuove funzioni. E' stata la prima volta che ho potuto scrivere diverse ore, tutti i giorni, viaggiando per quasi due anni. Ho imparato ad usare la scrittura per scacciare la paura, per dare senso a quello che facevo, così come per capire meglio, o semplicemente mandare a quel paese la realtà culturalmente incomprensibile che mi circondava. E, dal punto di vista tecnico, mi sono concentrato molto sullo 'strumento'. Sul mio stato di coscienza mentre scrivo, come utilizzarlo al meglio per ottenere risultati su carta".

In questo libro critichi la cultura degli ostelli 'backpackers'? Eppure i tuoi due anni di viaggi in giro per il mondo sono stati possibili grazie a questa cultura che ti ha permesso di vivere con poco per un periodo così lungo. Da cosa nasce, quindi, questa tua critica?
"Alcune idee, anche molto estreme, espresse dal protagonista sono condivise da molti, non solo da me. Sai le volte che ne ho parlato con altri 'backpackers' dei tabù negli ostelli? Ci si trova dentro a un meccanismo, e molti se ne accorgono, ci scherzano sopra. E a volte si cerca di uscirne facendo tutti la stessa cosa, rientrando perfettamente in una variabile del meccanismo. Come quando la Lonely Planet dice: 'Se andate in quella spiaggia, non ci trovate nessuno e uscite dai percorsi convenzionali'. E' logico che poi tutti leggono e la spiaggia diventa affollata. Il mondo degli ostelli è una specie di test della globalizzazione. Il 90 per cento della gente viene da paesi ricchi, di cultura occidentale, sebbene sparsi qua e là nel pianeta. Cominciamo a conoscere tutti gli stessi film e gli stessi libri, a mangiare le stesse cose e a ridere delle stesse battute degli stessi serial tv. Ne 'La terra vista dalla luna' c'è una critica divertente e cattiva a tutto questo. Che è anche autocritica, certo. Ma il libro, credo, non sconsiglia di viaggiare in questo modo. Il fatto è che, come dire, non viaggi nel paese dove avresti intenzione di viaggiare, ma in una specie di non-luogo, più o meno sgangherato, che potresti trovare quasi ovunque. Che potrebbe, in ogni caso, essere molto interessante e piacevole, perché no? Di certo c'è la birra". 

I personaggi dei tuoi libri hanno problemi mentali, disturbi psicologici, nevrosi. È il tuo passato da psicologo a condizionarti o c'è qualche motivo nascosto?
"E' una specie di imprinting, non so bene. Ho studiato psicologia e lavorato 3 anni in questo campo. E poi ho scritto anche 3 libri dove c'è sempre almeno un personaggio con problemi di questo tipo. Mi interessa questa sensazione di panico che ti prende quando ti accorgi che è davvero un miracolo che ci sia gente sana, che riusciamo a essere sani e equilibrati per la maggior parte del tempo. Quando davvero, se uno pensa a chi è, cosa fa, da dove viene, non ci sarebbe proprio motivo per essere sani ed equilibrati, no?"

Negli ultimi due anni hai viaggiato per il mondo, come mai questa scelta? Sei andato alla ricerca di stimoli che in Italia non trovavi?
"All'inizio volevo viaggiare, cercare stimoli, discorsi diversi, conoscere cose nuove. Ma da qualche mese mi sento più un emigrato. Ho scelto e sceglierò posti che costano meno dell'Italia per continuare a scrivere ogni giorno, e mantenere una qualità della vita decente. Se vivi sulla soglia della povertà qui a Roma (o in altre città come questa), fai davvero una vita da emarginato, con mille pressioni sociali che alla fine ti spezzano, ti ci fanno credere che sei un fallito, e non riesci a concludere nulla, a lottare per le tue cose, a sentirti bene. Ma ci sono posti dove non è così. Vengo, ad esempio, da Granada in Spagna. Qui se vivi al minimo con i soldi, hai la possibilità di sentirti al centro della città, di conoscere moltissima gente, di fare cose, e nessuno ti toglie la tua birretta a 1,5 euro con tapas se esci la sera. Come dire, sei in una posizione medio-alta della piramide sociale. E non ti saprei neanche spiegare bene il perché".

Prova a spiegarcelo: è un segreto delle politiche economiche o un'isola felice?
"Da quello che ho capito, in Spagna uscire la sera per chiacchierare con gli amici in un bar, è una specie di diritto dei cittadini. Non è un plus, tutti devono poterlo fare, anche i disoccupati. Per questo la vita notturna può costare molto poco. E' un po' come il cappuccino e cornetto da noi in Italia. Poi i servizi funzionano un po' meglio. E non hanno tutto il nostro 'fighettume' per i vestiti e le belle macchine. Sembra una nazione tarata più per la fascia medio bassa, rispetto all'Italia. Ma ovviamente altre cose funzionano peggio. C'è meno lavoro, stipendi bassi, il problema dei nazionalismi..."

Ci vuoi raccontare come finisce il romanzo?
"Si certo...come no! Dunque, Simon muore ucciso da un autista ubriaco che ascolta Laura Pausini a tutto volume (si saprà, ma proprio alla fine la fine, che era un suo compagno di banco alle elementari). Antonella, saputa la notizia, decide di fregarsene e apre un negozio di frutta e verdura".