Cultura e Spettacoli » Libri » Libri: Protagonisti

Darfur: "La guerra non può essere infinita"

La storia di un paese relegato nella periferia informativa del villaggio globale, secondo Diego Marani, giornalista impegnato in questioni africane e autore del libro "Darfur, geografia di una crisi".

» Libri: Protagonisti Maria Fusca - 30/01/2009

Tra il 1998 e il '99 il Sudan ha cambiato completamente volto a causa di alcuni eventi cruciali, tra cui una violenta carestia che ha falciato la popolazione del sud, e l'inizio dell’esodo verso il Ciad dal Darfur dei profughi Masalit (etnia che si considera africana residente nella parte più occidentale del paese). 

Proprio in quegli anni Diego Marani, attualmente giornalista di Repubblica e collaboratore della Campagna Sudan, si trovava in Kenya da cui ha assistito al rivolgimento politico in atto e ha iniziato a testimoniarne anche in Italia. Oggi, dopo dieci anni di esperienza ha raccolto in un libro una serie di analisi storico-politiche per capire, con una lettura rapida e chiara, cosa stia succedendo in quella parte di mondo.

Come nasce il tuo interesse per il Sudan e in generale per l'Africa?
"Sono stato redattore di Negrizia tra il 1998 e il 2004, un mensile dei congoniani, uno dei più noti in Italia. Tra il '98 e il '99 inoltre sono stato in Kenya e da lì ho viaggiato molte volte in Sudan, conoscendo il paese e trovandolo molto interessante, sotto diversi punti di vista, non da ultimo professionale. All’epoca in Italia c’erano pochissimi giornalisti che si occupavano d’Africa, aveva un po’ il sapore della scoperta. Oggi c'è più informazione, anche se superficiale. Nessuno cerca di spiegare veramente la complessità del contesto, tentano tutti di ridurlo alla questione umanitaria".

Questo è un problema che riguarda un po' tutta l'Africa:
"Si, anche perché c'è la tendenza a spiegare tutto in Africa come conflitti tra etnie. Nel mio libro precedente 'Scommessa Sudan', cerco di riempire un vuoto informativo in Italia: nessuno aveva tentato di cogliere le ragioni della pace firmata tra Nord e Sud Sudan, così come oggi in pochi cercano di capire la complessità delle ragioni che stanno alla base della guerra in Darfur".

Potresti riassumere brevemente questa complessità di cui ci parli?
"In Darfur ci sono almeno tre guerre sovrapposte: la prima è la lotta di una periferia (la regione più occidentale del Sudan) che cerca di partecipare alla gestione del potere finora detenuto solo da un centro (Khartoum); poi c'è una guerra per il controllo delle risorse territoriali tra gruppi contrapposti che potremmo riassumere come arabi e neri, ma in Sudan l'appartenenza etnica è modificabile e legata all'economia non ai tratti somatici o culturali (gli arabi sono pastori, i neri contadini, ma sono intercambiabili); la terza è una guerra tra Sudan e Ciad (che confina proprio con la regione del Darfur) combattuta non con eserciti regolari, ma armando le milizie ribelli dello stato nemico".

In Darfur (ma in generale nel Sudan) si sente l'esigenza di una risoluzione politica che metta fine agli scontri armati. C'è bisogno ovviamente di interlocutori e mediatori affidabili,  perchè gli Stati Europei restano a guardare?
"Questa è l’impressione che dà il vuoto mediatico, ma non è vero che gli Stati europei stanno a guardare. L'Italia per esempio ha avuto un ruolo importante in Sudan, anche da un punto di vista economico. Molte aziende italiane stanno lavorando lì. È vero però che gli interventi su campo spesso non sono molto efficaci, proprio perché sono in pochi a cogliere la complessità della situazione. 
Il Sudan è il più esteso stato africano, è grande otto volte l'Italia, è estremamente riduttivo parlare solo del problema umanitario. Nessuno sa per esempio come mai appena raggiunto un accordo di pace tra Nord e Sud (raggiunto con la mediazione internazionale), sia scoppiata la guerra a ovest! Al momento poi si sta lavorando sulla normalizzazione dei rapporti tra Sudan e Ciad. 
C'è una spedizione europea che pattuglia il confine che però sta ottenendo solo risultati parziali. Molto più importante invece l'azione congiunta di Unione Africana e ONU. Ci sono 27.000 uomini (circa) intorno ai campi degli sfollati, che garantiscono (almeno ci provano) un'equa distribuzione degli aiuti".

A questo proposito, quale può essere l'obiettivo di uno stato che continua ad armare milizie paramilitari prive di qualsiasi controllo? Non è un atteggiamento autodistruttivo?
"La storia ci ha insegnato che i civili non godono di una grande considerazione per i governanti di quelle zone che, ricordiamo, hanno preso il potere con colpi di Stato, tanto il presidente del Ciad, quanto quello del Sudan. Le cose però stanno cambiando. Fino al 2000 il presidente Bashir ha finanziato un po' ovunque i gruppi di estremismo islamico. Poi è arrivato il petrolio e i commerci con gli Stati Uniti e poco alla volta è cambiato il sistema delle alleanze. A luglio prossimo dovrebbero esserci le elezioni in Sudan, e questa è una grande svolta".

Una delle principali critiche al sistema mediatico è che di questi paesi illumina solo gli aspetti negativi come i morti e la guerra. Lasciaci con un'immagine positiva, qualcosa che ti ha colpito dei tuoi viaggi…
"Sembrerà assurdo, ma ciò che mi ha colpito di più è la pace. Quando sono stato sui Monti Nuba e nel Sud Sudan, ho conosciuto persone per cui la guerra era la normalità, eppure riuscivano a vivere serenamente, sempre con un sorriso, disposti a condividere tutto, dal cibo alla capanna. Il Sudan è pieno di gente pacifica che vorrebbe solo coltivare la terra o svolgere le loro attività e questa è una grande speranza. La guerra non può essere infinita perché c'è tanta gente che non la vuole".