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Russia-Ucraina: nuova crisi, vecchio copione

Nuova fiammata della "guerra del gas". Lo scontro è sul prezzo dell'oro azzurro. Prima Mosca poi Kiev bloccano le forniture all'Europa. l'UE, divisa e impreparata, tenta una mediazione

» Europa Daniele Chieffi - 28/01/2009

L'inverno, si sa, è sempre stato un grande alleato dei russi. Li ha aiutati a sconfiggere Napoleone, poi Hitler e ora, con toni fortunatamente meno drammatici, li ha aiutati in una partita "imperiale", tutta giocata fra rubinetti del gas chiusi e la minaccia di lasciare centinaia di migliaia di europei al gelo, fra fabbriche chiuse e trasporti bloccati.
 
Una partita in cui la Russia ha giocato il suo ruolo di potenza egemone a spese dell'Ucraina e dei Paesi dell'ex blocco sovietico, che hanno cercato, senza trovarlo, un appoggio in un'Europa impreparata e debole. Il tutto giocato spregiudicatamente dal Cremlino con l'aiuto dell’inverno e la chiusura delle forniture di gas che ha lasciato alcuni Paesi al freddo e minacciava di far altrettanto con il resto del vecchio Continente. 

E se spregiudicata è stata la partita di Mosca, altrettanto lo è quella di Kiev che, nonostante l'accordo sulla presenza degli osservatori indipendenti, ha impedito di fatto il ripristino delle forniture russe all'Europa, lasciando al gelo una bella fetta dell'Europa dell'est, dove si cominciano a contare i primi morti per assideramento.   

Inizialmente era stata proprio Gazprom, il gigante energetico russo, a interrompere le forniture di gas all'Europa, proprio sostenendo che l'Ucraina lo "rubasse" per sostituire quello che i russi non gli fornivano più, in assenza di un accordo sul prezzo. Poi sono stati gli ucraini a interrompere i flussi, sempre perché non sono disponibili a pagare i prezzi richiesti dai russi. 

"Era prevedibile - si lascia sfuggire una fonte diplomatica italiana a Mosca - i russi pretendono di far pagare a prezzi di mercato il loro gas agli ucraini, questi ultimi, che si ritrovano i gasdotti sul loro territorio solo perché imposti ai tempi dall'Unione sovietica, vogliono invece che i russi paghino la 'servitù di passaggio'” delle pipeline cedendo 'l'oro blu" a prezzi più bassi. Si sapeva che con l'arrivo dell'inverno sarebbe esplosa la nuova crisi Russo-Ucraina". 

E in effetti, puntualmente, i russi all'apparire dei primi fiocchi di neve hanno mandato in crisi i negoziati, che pure si trascinavano da mesi. La tensione saliva man mano che le temperature scendevano sino alla chiusura delle forniture ufficialmente "per impedire nuovi furti", in realtà per tirare per la sciarpa, è proprio il caso di dirlo, in questa contesa l'Europa intera, sfruttando, appunto, l'inverno e la dipendenza del vecchio continente dal gas russo.      

Giorni di trattative frenetiche poi un accordo, garantito dall'UE: osservatori indipendenti per garantire che il gas destinato al Vecchio Continente, non venisse deviato. Tutto risolto quindi? Neanche per idea. Con i flussi di gas verso l'Europa garantiti dagli osservatori internazionali i russi avrebbero una posizione di forza e potrebbero chiudere i rubinetti agli ucraini sino a quando questi non capitolassero e pagassero quanto Gazprom gli chiede, senza il rischio che il gas venga "rubato". E così, gli ucraini stanno impedendo il flusso del gas verso l'Europa, disattendendo gli accordi sottoscritti e tentando di coinvolgere l'Europa di nuovo, questa volta a sostegno della "causa" ucraina, ovvero gas a prezzi più bassi. 

Alla fine di tutto questo, il problema è solo dell'Europa e dell'UE in particolare. Il problema, infatti, sta tutto in quel "era prevedibile" che circola nelle diplomazie. Non sorprende infatti che gli ucraini chiedano un compenso per l'attraversamento del loro territorio da parte dei gasdotti russi, oltretutto imposti ai tempi sovietici. Non sorprende che i russi, dal canto loro cerchino di spuntare il prezzo migliore per il loro gas e facciano "orecchie da mercante" alle rivendicazioni ucraine. In fondo di una "contesa commerciale" si tratta, come aveva dichiarato il Commissario Ue all'energia Andris Piebalgs.  

Chi ha un occhio un po' più attento ai fatti internazionali, sa bene che in Ucraina si sta combattendo una battaglia politica durissima - in un contesto economico drammatico con un Pil in picchiata a oltre -14 per cento - fra chi vorrebbe, appoggiato dagli americani, farne un membro della Nato e chi, fortemente spalleggiato dai russi, vede questa prospettiva come il fumo negli occhi. 

Alla contesa commerciale, quindi, si aggiunge quella geopolitica, con la Russia di Putin che manda messaggi di "grandeur" sovietico-imperiale, riproponendo la propria leadership nell'area dell'Europa dell'est, attraverso la leva energetica (molti Paesi ex sovietici, in questi giorni sono rimasti senza gas, costretti a chiudere le scuole e a razionare l'energie alle industrie, come la Bulgaria, l'Ungheria, la Bosnia, la Romania, n.d.r.), con un parallelo "giù le mani dall'Ucraina", destinato ad americani ed europei, e a questi ultimi, per soprappiù, ricordando la dipendenza del vecchio Continente dal gas russo. I fornelli e le caldaie di tutta Europa funzionano, infatti, per un terzo con gas che arriva da oltre gli Urali.

Ma tutto questo non è una novità. La situazione si trascina praticamente dalla caduta del muro di Berlino e, in maniera più virulenta da un quinquennio. Nel 2006 c'era stata un'altra crisi del tutto identica e anche allora i russi aspettarono l'inverno per contestare gli accordi con gli ucraini e ridurre drasticamente le forniture al vecchio continente e la crisi coincise con l'avvio dei colloqui informali per l'adesione dell'Ucraina alla Nato.  

Tutto già visto, quindi, tutto ampiamente prevedibile, eppure l'Europa continua a essere dipendente dalla Russia, e paga la sostanziale inerzia, nonostante i progetti e gli impegni politici che seguirono la prima crisi del gas nel 2006. Del progetto Nabucco, ovvero la rete di gasdotti che avrebbe dovuto bypassare la Russia e l'Ucraina e portare in Europa il gas dell'Asia minore attraverso la più affidabile Turchia, si sono perse le tracce. 

Del mercato unico europeo del gas se ne parla solo, con il risultato che fra i Paesi membri non è possibile far circolare facilmente il gas e sopperire ai deficit congiunturali. Il consumo di gas liquefatto proveniente da altri Paesi produttori è in costante aumento ma non abbastanza velocemente. L'Europa si dimostra ancora una volta una controparte politica frammentata e quindi debole, facile preda dei ricatti russi. 

E in Europa l'Italia è messa ancora peggio, con i rigassificatori ben lontani dall'essere completati e una dipendenza ancor più alta dal gas russo. Per tutta risposta, però, il Ministro dello sviluppo economico, Scajola è tornato, proprio in questo frangente e con l'Eni che stava attingendo alle riserve strategiche di gas, a cavalcare il progetto del ritorno al nucleare. "La prima pietra della prima centrale entro la legislatura", ha dichiarato recentemente, cioè si prevede l'apertura del primo cantiere fra 5 anni, per arrivare, in 10-15 anni a una quota di energia pari al 10 per cento dell'attuale fabbisogno nazionale, che, nel frattempo sarà aumentato però, più o meno della stessa percentuale. C'è da star tranquilli.