Cronaca » Mondo » Africa

Africa: un volto nero dimenticato

Un continente dilaniato da guerre civili per il controllo delle risorse. e il riflettore si accende solo in casi eclatanti.

» Africa Ursula Cospito - 28/11/2008

Sudan, Congo, Ciad, Dafur, Uganda, Somalia e Repubblica Centrafricana, sono soltanto alcuni dei paesi del continente nero  in cui ancora oggi c'è una guerra in agguato.  Il conflitto qui è sempre latente, e anche quando un accordo sembra raggiunto da alcuni, i focolai sono sempre accesi.

Il governo del Ciad e quello del Sudan si accusano reciprocamente di fomentare la guerra. Il Ciad che sorge al centro del deserto del Sahara è un paese ricco di uranio e fin dal 1960, anno in cui è diventato indipendente, è stato teatro di guerre sia civili sia con i paesi confinanti. In Uganda la guerra continua a distruggere le popolazioni da ormai circa 20 anni, così come si combatte ogni giorno in Burundi e in Algeria. 

In Costa d'Avorio c'è ancora la guerra civile, mentre il Sahara occidentale, con i suoi giacimenti di fosfati, deve continuare a difendersi dalle minacce del Marocco (paese che avevava invaso nel 1976) che ha persino eretto un muro nel deserto. Tutte guerre in atto, molto spesso brutali e cruente, ma dimenticate dal resto del mondo, quasi fossero di serie B.

Il Dafur, invece, ha avuto più "fortuna". La crisi che lo sta dilaniando è stata definita dalle Nazioni Unite "la più grave emergenza umanitaria in atto nel mondo" ed è stata  una delle poche su cui si sono accesi i riflettori dei media internazionali. Il Darfur è grande quanto la Francia ed è una regione del Sudan, uno stato enorme, grande come l'Europa occidentale, dove vivono trenta milioni di persone. Le popolazioni darfurine chiedono più potere decisionale e maggiore attenzione allo sviluppo della regione da parte del governo sudanese. 

Dal 2003 i due gruppi armati del Sudan Liberation Army (Sla) e del Justice and Equality Movement (Jem) si ribellano al regime del presidente Omar al-Bashir, colpevole secondo loro di non fare abbastanza per la loro popolazione. Nel  2006 i due gruppi di ribelli hanno deciso di unire le forze nel National Redemption Front (Nrf). I tentativi di dialogo tra ribelli del Darfur e governo sudanese non hanno finora avuto tanto successo.  

Le cause di questa guerra sono svariate e vanno dalle rivalità tra etnie, all'antica lotta per l'acqua tra le tribù, ma soprattutto a quella recente combattuta in nome del dio petrolio. Un mix micidiale che si ritrova in molti dei conflitti che devastano l'Africa. Sembra che l'arida regione del Darfur sarà in futuro un'ottima fornitrice di oro nero e se quello del vicino Ciad viene esportato in Usa ed Occidente, quello sudanese (estratto in Sud Sudan) è per ora nella mani dei cinesi. Il Drafur è proprio al centro tra la zona che rifornisce l'Asia  e quella che esporta in Occidente, pertanto si disputa qui ancora una partita di questo triste gioco a somma zero.

Diversa la situazione in Somalia, dove da tempo non c’è alternativa: guerra o diaspora. Dopo 15 anni di vuoto di potere, il paese sembrava aver trovato la pace sotto il governo delle Corti Islamiche. La vicina Etiopia, nel 2007, sotto la guida del dittatore Meles Zenawi ha pensato però bene di invadere la Somalia sotto la bandiera dell'ormai in voga "guerra preventiva". Nonostante la Somalia sia ricchissima di petrolio, l'evento non suscitò troppo scalpore e passò perlopiù inosservato. Gli Stati Uniti applaudirono all'impresa e bombardarono la Somalia per combattere il "terrorismo islamico". 

Gli Etiopi liquidarono in poco tempo la pratica e insediarono in Somalia  il Governo Federale di Transizione. Oggi, dopo quasi due anni, i riflettori si sono finalmente accesi. Il motivo sono le imprese dei "pirati" che hanno messo in piedi un vero e proprio business con il sequestro delle navi mercantili di passaggio. Gli atti di pirateria ovviamente intaccano il commercio e questo tiene desta l’attenzione internazionale che in gran parte ignora che la Somalia è un paese distrutto. La scintilla che potrebbe infiammare l'intero Corno d'Africa è dunque sempre accesa.

Un'altra guerra dimenticata è quella che si combatte in Congo. Nel luglio 2006 le prime elezioni regolari della storia sembravano poter aprire una nuova era per questa Repubblica Democratica. Era solo apparenza, perché focolai di scontri sono rimasti accesi in diverse zone del Paese. Oggi in Congo si combatte ancora e non è guerra tribale, ma guerra per le risorse. È stata raccontata per anni un'unica verità, che voleva il governo rwandese esportatore in Congo del proprio conflitto interno. 

Il Rwanda però non è il solo interessato al Congo, che è il territorio più ricco al mondo di diamanti, colombo-tantalio, cassiterite e tanti altri minerali metalliferi. Queste materie prime sono quelle senza cui in Occidente non si avrebbero né cellulari, né articoli di consumo monouso e l'accaparrarsele fa gola a molti. L'indagine delle Nazioni Unite ha scoperto che la  guerra qui è condotta dagli "eserciti delle imprese", per metter mano sui metalli che rendono d'orata la nostra società.

I rwandesi cercano di rubare il coltan che viene poi svenduto agli Occidentali. Insomma prima i diamanti, ora sono cellulari e stupidissime lattine a costare caro. Molto più di quanto si possa immaginare. All'Occidente piace credere che non sia lui a far guerra al Congo, ignaro che è un semplice telefonino la sua arma letale.