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Nucleare: per l'Italia una questione ancora aperta

Netta la posizione del governo, ma non convince opposizione e ambientalisti.

» Fonti rinnovabili Cecilia Scaldaferri - 09/02/2009

26 aprile 1986: l'esplosione nella centrale nucleare di Chernobyl segnò la fine di un'epoca - quella del progresso a tutti i costi senza dubbi né frenate - e l'inizio - almeno per l'Italia - di un'altra, all'insegna del 'no al nucleare'. 

Fu proprio infatti l’incidente gravissimo nell'impianto a nord di Kiev - un'esplosione che in attimo sparò nell'aria radiazioni 200 volte superiori a quelle subite dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale e che da lì si diffusero in tutta la regione fino a lambire i paesi occidentali, Italia compresa - a tramutare in realtà l'incubo nucleare fino ad allora sbandierato solo da ambientalisti e vecchi hippy.

 

E la paura si diffuse in un lampo, accompagnata dalle immagini degli scaffali dei cartoni del latte a lunga conservazione improvvisamente svuotati insieme ai divieti del Ministero della Sanità di consumare verdure a foglia larga. Le misure cautelative durarono qualche settimana, ma l'impatto sulla memoria della gente fu molto più profondo, tanto che al referendum abrogativo indetto per l'8 e 9 novembre 1987 non ci furono grandi dubbi.

 

Alle tre domande - se attribuire al Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) il potere di determinare le aree dove insediare le centrali elettronucleari, nel caso non lo facessero le Regioni, se autorizzare l'Enel a versare contributi a Regioni e Comuni in proporzione all’energia prodotta sul loro territorio con centrali nucleari o a carbone e infine se consentire all'Enel di promuovere la costruzione di impianti elettronucleari con società o enti stranieri o anche di assumere partecipazioni che abbiano come oggetto la realizzazione e l'esercizio di impianti elettronucleari - la grande maggioranza degli italiani che andarono a votare rispose con un deciso sì. Il fronte 'abrogativo' infatti vinse su tutti e tre i fronti con una percentuale intorno al 70 per cento dei voti (anche se c'è chi sottolinea come l'affluenza sia stata molto bassa).

 

Un referendum che, nel bene o nel male, segnò la chiusura del capitolo 'nucleare' in Italia, con la chiusura delle centrali già attive di Latina, Caorso e Trino Vercellese e il blocco di quella di Montalto di Castro, già in fase avanzata di costruzione. Da allora il paese rimase estraneo sia alle lusinghe che alle previsioni catastrofiche di quanti sostenevano la necessità di affidarsi al nucleare per fronteggiare la crisi energetica. 

 

Ma ad oltre vent'anni da quel referendum abrogativo, la questione è stata riaperta qualche mese fa dal governo Berlusconi che per bocca del ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola ha annunciato: "Entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro paese di un gruppo di centrali di nuova generazione". Una presa di posizione che ha trovato un'accoglienza entusiasta nel mondo industriale italiano, che si è detto pronto a ricominciare. L'Italia infatti - sottilineano - si trova in una gravissima situazione di dipendenza energetica, con l'80 per cento del nostro fabbisogno coperto da approvvigionamenti esteri.
 

Compatto anche stavolta il fronte del no con i principali gruppi ambientalisti - Wwf, Greenpeace e Legambiente - che si schierano apertamente contro una simile ipotesi. Più sfumata la posizione dell'opposizione (che comunque in campagna elettorale aveva sdoganato l'idea insistendo però su un piano di 'sistema'): in prima linea Realacci, ministro ombra dell'Ambiente per il Pd, per il quale "pensare di portare in cinque anni il nucleare in Italia è ideologico".

 

Un sondaggio effettuato all'inizio di ottobre dalla Demos ci riporta questo scenario: su un campione di 1300 persone, il 46 per cento si dice favorevole al ritorno del nucleare in Italia contro un 44 per cento scettico e un incerto 9 per cento. Una vittoria proprio risicata del fronte del sì che però perde terreno non appena si profila la possibilità che la centrale nucleare venga costruito sul proprio territorio. In questo caso infatti, i favorevoli scendono a 41 per cento. E sorprende che a dirsi contrari sono soprattutto i giovani.