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Letteratura migrante: "su strada si vende anche la cultura, non solo merci contraffatte"
Malick lavora per le Edizioni Dell'Arco e vende libri che parlano della sua terra, l'Africa. "E' una cosa che faccio con passione. Contribuisco a diffondere la cultura del mio Paese e così lo sento meno lontano".
Titolo: Malik mentre è al lavoroFonte: Ulisse Spinnato Vega
Sotto la pioggia e sotto il sole. Con il caldo e con il freddo. Sono sempre "on the road". Ti avvicinano col sorriso e ti propongono di acquistare i loro prodotti. Nessuna mercanzia contraffatta: la loro merce sono libri. Libri ad hoc di letteratura migrante, in particolare, di quella africana.
Malick Fall è uno di loro. Il giovane senegalese, con regolare permesso di soggiorno, lavora per le Edizioni Dell'Arco, la casa editrice che si affida principalmente al canale di distribuzione su strada per proporre le sue opere dedicate al Sud del Mondo.
Lo incontriamo a Roma, a Largo Argentina, davanti alla Feltrinelli. Non è un caso che sia lì. Di sicuro semplifica il lavoro potersi rivolgere ad un target mirato come quello dei frequentatori delle librerie, in genere, più sensibile e curioso di fronte alle proposte editoriali. Trascorriamo con lui, un'oretta e, mentre è intento a mostrare i suoi libri ai passanti, ci parla un pò della sua ocupazione: "Quello della casa editrice - ci racconta - è un progetto interessante soprattutto perché aiuta noi stranieri a non entrare nel giro delle vendite di merci contraffatte o di contrabbando".
In cosa consiste di preciso questo lavoro?
"Ho un contratto con le Edizioni Dell'Arco di Milano. Lavoro per loro da due anni. Tutti i giorni, la mattina dalle 10 alle 14, e il pomeriggio dalle 16 alle 20. Tranne il lunedì che è di riposo. Anche se in questo periodo di crisi sono qui tutti i giorni della settimana. Quando ho bisogno di titoli la casa editrice me li spedisce attraverso un corriere. Io pago i testi a circa un terzo del prezzo a cui li vendo. Il ricavato rimane a me. E poi la casa editrice mi paga un fisso più i contributi: lo stipendio, lo ricevo tramite le poste".
Come vanno le vendite?
"Non si può rispondere con precisione. Dipende dai giorni. In genere si lavora di più durante i week-end, d'estate o a Natale. Anche durante le manifestazioni per la pace c'è più da fare".
Sei sempre qui a Largo Argentina?
"In verità mi sposto: lavoro anche a via del Corso, piazza Sant'Eustachio e piazza Esedra. Ma il posto di lavoro che amo di più e a cui sono più affezionato è questo perché da qui passano sempre amici italiani".
Quanto guadagni con questo lavo?
"…Dividendo l'affitto con altri amici [Malik vive nel quartiere di Bravetta] ce la faccio a tirare avanti. Loro mi danno un fisso [a questo punto si schermisce e non vuole entrare nel dettaglio dei compensi]. Ma una cosa ci tengo a precisarla: io ho un permesso di soggiorno. Sono regolare".
Non deve essere facile avvicinare le persone per strada…
"A volte la gente non comprende bene cosa facciamo. Ma quando riesci a farti dedicare qualche minuto, a spiegare il tuo lavoro e a mostrare qualche libro, allora comincia a capire. A capire che noi siamo portatori della cultura africana. Facciamo da tramite e il nostro scopo è proprio quello di diffondere i saperi e le tradizioni del Continente Nero. Un patrimonio che spazia dai libri di favole a quelli di storia e folklore. Vogliamo far capire al mondo cosa è veramente l'Africa e tutto quello che nel nostro Paese è accaduto".
Una sfida impegnativa…
"E' un lavoro che faccio con passione e che mi ha permesso di conoscere tante persone: ho tanti amici italiani e ho aiutato anche alcuni ragazzi nel loro lavoro di tesi sul Senegal".
In molti libri si parla di Apartheid, un tema che tocca in modo particolare la vostra sensibilità. Quale e' il tuo punto di vista?
"Io credo che neri e bianchi siano uguali. D'altronde, se ci procuriamo una ferita dalla nostra pelle più chiara o più scura esce sempre sangue dello stesso colore. Io sono e mi sento un cittadino del mondo e sono felice di essere come sono: non credo nelle differenze legate alla pelle".
Mentre chiacchieriamo Malick saluta un amico italiano di passaggio. Ma non perde il filo della conversazione. Si vede che il tema gli sta particolarmente a cuore e, con convinzione, lancia la proposta di un 'Colour day': "Quello che ci vorrebbe è una bella festa di colore. Un giorno dell’anno dedicato a tutti i cittadini del mondo, bianchi, neri, gialli, etc..".
In Italia, comunque, ti trovi bene?
"Sì. Ho vissuto anche in Francia e Spagna, ma il Paese dove mi sono trovato meglio, finora è l’Italia".
Cosa pensi dell’allarme sicurezza di cui oggi si parla sempre più spesso?
"Ho notato che ultimamente il clima è cambiato. Bisogna capire, però, che lo straniero viene in Italia non per fare del male, ma per stare meglio. D’accordo, è giusto prevedere pene per gli extracomunitari che commettono errori. Ma una volta scontata la pena dovrebbero riottenere il permesso di soggiorno, cioè, avere un'altra possibilità. Altrimenti si rischia di cadere nella clandestinità e, quindi, di finire male. In fondo tutti possono sbagliare, solo che gli Italiani che se sbagliano non perdono la cittadinanza...".
E delle classi differenziate per i bambini stranieri?
"Io scrivo e parlo italiano e la lingua l'ho imparata grazie alla televisione ma, soprattutto, a contatto con altri italiani. Le classi separate, per me, non sono una bella cosa: che senso ha dividere i bambini? Non bisogna dimenticare che nessuno è migliore dell'altro".
Hai mai avuto problemi sul lavoro?
"No. Io mi limito a svolgere il mio lavoro e cerco di non creare problemi. La prima operazione che faccio sempre è guardare le facce della gente: se mi accorgo che ho di fronte una persona nervosa neanche mi avvicino. Anzi, tutte le mattine prego Dio affinché mi faccia incontrare brava gente".
Qualche progetto per il futuro?
"Sto scrivendo anch'io un libro tutto mio. Parla della mia vita e di quella dei miei amici in Italia".
Un sogno, invece?
"Tornare in Senegal. Voglio mettere da parte un pò di soldi per andare a casa e aiutare i miei parenti".
Parla tanto Malick, ma sa anche che il dovere lo chiama e deve ritornare al lavoro. Prima di salutarci, però, un'altra cosa ce la dice: "Ho un punto di riferimento che si chiama Nelson Mandela. Per me è un idolo. Io sono musulmano mouride: al primo posto c'è la mia guida spirituale, ma subito dopo c'è lui".
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