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Rifiuti hi-tech: Ghana, pattumiera dell'elettronico

Greenpeace ha documentato il pericolo chimico nei siti di riciclo e smaltimento dei rifiuti elettronici nel Paese africano

» Inquinamento e Rifiuti Valentina Dello Russo - 06/07/2010

Il Ghana è diventato, suo malgrado, il cimitero mondiale dell’hi-tech. Mentre nel resto del globo si fa la corsa all’ultimo telefonino supertecnologico, nel Paese africano aumentano i rifiuti provenienti da tutto il pianeta.

A documentare uno dei più immensi, quanto recenti, disastri ecologici di ogni tempo è stata Greenpeace. L’associazione ambientalista, studiando i principali siti ghanesi nei quali avvengono le operazioni di riciclo e smaltimento selvaggio dei rifiuti elettronici (il mercato di Abogbloshie ad Accra e un piccolo cantiere vicino la città di Korforidua, a nord della capitale), ha dischiuso scenari terribili.

LA PREMESSA. Il mercato mondiale degli articoli elettrici ed elettronici è in continua espansione, cosa che accorcia inesorabilmente il ciclo di vita di questi articoli: ogni anno, a livello globale, “sbarcano” sul mercato dai 20 ai 50 milioni di tonnellate di prodotti tecnologici. Lo smaltimento di questa merce è molto complicato, dato che l’hi-tech è solitamente costruito con molte sostanze e materiali pericolosi. Motivo per il quale finiscono in Ghana (e non solo lì) beni prodotti da compagnie europee, giapponesi e americane.
All’appello, scorrendo il dettagliato rapporto di Greenpeace "Ghana Contamination" , non manca proprio nessuno dei maggiori brand del settore: Philips, Sony, Microsoft, Nokia, Dell, Canon e Siemens, condividono identiche responsabilità. Containers provenienti da Germania, Corea, Svizzera, Olanda e Italia vengono spediti nello Stato africano e nascondono, sotto la falsa veste di “beni di seconda mano”, carcasse di computer, televisioni, cellulari, monitor e quant’altro.

LA NORMATIVA INTERNAZIONALE. Il motivo per cui questi materiali non vengono smaltiti laddove sono utilizzati è di facile comprensione. Nei Paesi occidentali sono state introdotte normative specifiche che limitano l’uso di alcune sostanze pericolose nei prodotti tecnologici e che ne regolano lo smaltimento. In Europa, in particolare, la direttiva 2002/96/CE, conosciuta come WEEE,  previene e limita il flusso di rifiuti di apparecchiature destinati alle discariche, attraverso politiche riciclaggio e riutilizzo degli apparecchi e dei loro componenti. Secondo questa direttiva i produttori hanno l’obbligo di provvedere al finanziamento delle operazioni di raccolta, stoccaggio, trasporto, recupero, riciclaggio e corretto smaltimento delle proprie apparecchiature una volta giunte a fine vita. Esiste anche una direttiva precedente (la 2002/95/CE) chiamata anche RoHS,  la quale prevede il divieto e la limitazione di utilizzo di piombo, mercurio, cadmio, cromo esavalente e alcuni ritardanti di fiamma nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche.
In nazioni meno sviluppate queste leggi scarseggiano. Il vuoto normativo incentiva la “migrazione” dei prodotti tecnologici, al punto che nella stessa Unione Europea non si ha contezza di dove vada a finire il 75 per cento dei rifiuti di questo genere immessi sul mercato. E’ semplice immaginare un flusso illegale verso lidi in cui lo smaltimento è “libero”: se un tempo si trattava di Stati asiatici, adesso si parla di Stati africani, come il Ghana, appunto.

L'AFRICA. In queste zone i rifiuti subiscono un ciclo di riciclaggio molto pericoloso per chi vi lavora:  i beni vengono prima smembrati a mano e poi smaltiti attraverso fuochi a cielo aperto. In questo modo si recupera il rame, separandolo dalle plastiche, con notevoli danni per l’ambiente. Il quadro è aggravato dal fatto che manodopera preferita per queste operazioni sono i bambini, solitamente maschi e di età compresa fra gli 11 e i 18 anni, anche se non mancano esempi di bimbi di soli 5 anni. Per guadagnare qualche soldino (meno di due dollari ogni 5 chili di metallo – alluminio o rame – venduti) questi minori operano a mani nude e senza nessun tipo di protezione. Quando bruciano materiale elettrico ed elettronico, fumi e polveri, potenzialmente tossici, sono rilasciati nell’aria ed entrano nei loro giovani polmoni.

LE ANALISI DI GREENPEACE. Per testare i possibili danni derivanti da simili pratiche, Greenpeace ha prelevato ed esaminato campioni nelle aree in cui i rifiuti vengono bruciati all’aperto e in una laguna superficiale ad Abogbloshie. Analisi di laboratorio hanno mostrato una contaminazione ambientale dovuta a numerosi composti organici tossici e persistenti, nonché a diversi metalli tossici presenti in alte concentrazioni. Le sostanze nocive sono in parte già contenute nei prodotti elettronici di consumo e in parte derivano dai processi di combustione.
Piombo, cadmio, antimonio sono stati riscontrati in quantità oltre cento volte superiori alla normale concentrazione del suolo.
Le analisi hanno mostrato anche la presenza di diversi composti organici a base di cloro e bromo, oltre ad aver fatto rilevare la contaminazione di diossine, una classe di composti chimici molto pericolosi, talvolta persino cancerogeni. Sono il risultato della combustione delle plastiche: l’ultimo regalo che l’hi-tech ha fatto ad un continente già affetto da digital divide.

DOCUMENTI
- Sintesi del rapporto (italiano)
- Rapporto integrale "Ghana Contamination" (inglese)
- Relazione campagna Greenpeace sull'inquinamento elettronico (aggiornata al 5 agosto 2008)

NORMATIVE
- Direttiva europea 2002/96/CE (WEEE) regolamenta e limita il flusso di rifiuti di apparecchiature
- Direttiva europea precedente 2002/95/CE (RoHS) su limitazioni uso di piombo

LINK
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Greenpeace