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Vajont, un'onda lunga 40 anni

Quarantacinque anni fa più di 2mila persone persero la vita e interi Comuni furono devastati per l'incuria e l'avidità di pochi.

» Cronaca Italia Vito Tripi - 09/10/2008

Era una sera come tante quel lontano 9 ottobre 1963. Gli abitanti della valle del Vajont erano tutti in casa per la cena. Molti davanti al televisore per vedere Real Madrid-Glasgow Rangers, la finale di Coppa Campioni di calcio. Tutto sembrava normale. Sembrava. Alle 22.39, dalle pendici del monte Toc, (che in friulano vuol dire "marcio") 300 milioni di metri cubi di roccia precipitarono alla velocità di 80 km orari nel bacino artificiale della diga del Vajont, all'epoca la più alta d'Europa. Ciò provocò un'onda che scavalcò la diga e travolse distruggendolo il paese di Longarone; 1917 le vittime (i dati ufficiali parlano di 2018 vittime, ma non è possibile determinarne con certezza il numero) di cui 1450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 originarie di altri comuni. Vennero, inoltre, danneggiati dall'inondazione gli abitati di Pirago, Faè e Rivalta. 

Quello del Vajont è stato definito dall’ONU, nel suo documento di presentazione del "2008 Anno internazionale del pianeta Terra", come "il peggior disastro ambientale mai accaduto nel mondo provocato dall'uomo". Una tragedia ancor più terribile poiché poteva essere evitata. Sono stati commessi tre fondamentali errori umani che hanno portato alla strage: l'aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l'aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; il non aver dato l'allarme la sera del 9 ottobre per attivare l'evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione. 

Intorno alle 22:00 di quella maledetta notte, infatti, Giancarlo Rittmeyer, di guardia alla diga, chiamò l’ingegnere Biadene, rappresentante della Società Adriatica per l’Energia Elettrica (SADE) comunicando che la montagna sta cedendo a vista d’occhio. Chiese istruzioni. Biadene cercò di calmarlo, ma lo esortò a "dormire con un occhio solo". Nella telefonata, si intromise la centralinista di Longarone, chiedendo se ci fosse pericolo anche per quel centro. Biadene le rispose di non preoccuparsi e di "dormire bene". 

Quella diga era stata voluta dal conte Volpi di Misurata, ex ministro fascista, fondatore e presidente della SADE, uno dei monopoli elettrici più potenti dell'epoca. Già durante il Ventennio aveva suggerito al Duce questo progetto e il primo sopralluogo sul posto, da parte dell'ingegner Carlo Semenza e del geologo Dal Piaz, ebbe luogo nel 1929. I lavori progettuali legati alla costruzione del Grande Vajont iniziarono nel 1940, con i primi sopralluoghi di Dal Piaz sul territorio. Ma l’inizio della guerra e alcuni dubbi di Mussolini fecero arrestare i lavori. Dopo la caduta del Fascismo, Volpi era uno dei firmatari dell’Ordine del Giorno Grandi che esautorò il Duce, riuscì a far approvare al Governo Badoglio il piano per la diga. 

I controlli geologici iniziarono nel 1949 e con essi i primi atti di protesta delle amministrazioni coinvolte dal progetto: la costruzione della diga avrebbe, infatti, provocato l’esproprio di case e terreni degli abitanti della valle. Nonostante le proteste e i forti dubbi degli organi preposti al controllo del progetto, i lavori per la costruzione della diga iniziarono nel 1956, senza l’effettiva autorizzazione ministeriale.  A lavori iniziati si produssero alcune scosse sismiche, la SADE fece effettuare ulteriori rilievi geologici rilevando la pericolosità dell’impianto e il rischio di slittamento del terreno verso il bacino artificiale formato dalla diga. Nonostante questo, la SADE non inviò mai i rapporti di questi rilievi agli organi di controllo. Al Ministero dei Lavori Pubblici, se mai, arrivarono solo documenti con risultati attenuati.

Lo stesso Edoardo Semenza, figlio di Carlo, sul finire del '59 consegnò una relazione, ma i suoi allarmismi riguardo alla pericolosità del costruire la diga rimasero inascoltati. Venne anche nominata una commissione di sicurezza, di cui faceva parte anche l'ingegner Desidera, del genio civile di Belluno. Quest’ultimo cercò di bloccare i piani della SADE, ma subito dopo venne rimosso dal suo incarico per ordine ministeriale.

Intanto gli abitanti della valle del Vajont erano convinti che se avessero costruito la diga sarebbero stati in pericolo; infatti, i contadini sapevano bene che quello era terreno franoso, ed un geologo da loro contattato aveva dichiarato che sarebbe stata pura follia costruire un bacino idroelettrico in quella luogo. Si formarono due comitati (Comitato per la difesa del Comune di Erto e Consorzio Civile per la rinascita della Val Ertana) le cui richieste e denunce non furono mai ascoltate.

L’unico grillo parlante fu Tina Merlin, giornalista dell’Unità, che aveva già denunciato da parecchi anni i rischi a cui la popolazione andava incontro se la diga fosse stata completata e l’invaso fosse stato riempito d’acqua. Tina Merlin era diventata tanto pericolosa con i suoi articoli che la SADE la denunciò per diffamazione e disturbo dell’ordine pubblico. Il 10 novembre 1963 Tina Merlin dichiarò tutto ciò che sapeva in un'intervista alla televisione francese, tuttavia lo Stato italiano non diede mai l'autorizzazione per la messa in onda. Gli articoli e i ricordi della Merlin furono poi raccolti in un libro dal titolo "Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe". 

Si decise comunque di andare avanti decidendo di correre un rischio annunciato. E poi ci fu quella notte d’inferno in cui la natura scatenò tutta la sua furia contro l’arroganza degli uomini. Alle ore 05.30 della mattina del 10 ottobre 1963 i militari italiani arrivarono sul luogo per portare soccorso e recuperare i morti, tuttavia non tutti i cadaveri risultarono recuperabili. L'ENEL installò una stazione di pompaggio per mantenere il livello del lago residuo entro limiti di sicurezza e, contemporaneamente, furono avviati i lavori di ripristino e prolungamento oltre lo sbarramento della galleria di bypass costruita prima del disastro. 

Il Ministero dei Lavori Pubblici avviò immediatamente un'inchiesta per individuare le cause della catastrofe. Il 20 febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, depositò la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. L’ing. Pancini si suicidò alla vigilia del processo.

Iniziato il 29 novembre, si tenne a L'Aquila, e si concluse il 17 dicembre del 1969. L'accusa chiese 21 anni per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne vengono richiesti 9) per disastro colposo di frana e d'inondazione, aggravati dalla previsione dell'evento e omicidi colposo plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin vengono condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non viene riconosciuta. In Cassazione vengono ridotte le pene di Biadene, due anni di reclusione, e Sensidoni a dieci mesi. Nel 1997 la Montedison (che aveva acquisito la SADE) fu condannata a risarcire i comuni colpiti dalla catastrofe. La vicenda si concluse nel 2000 con un accordo per la ripartizione degli oneri di risarcimento danni tra ENEL, Montedison e Stato Italiano al 33,3 per cento ciascuno.

La comunità, anche se duramente provata e lasciata a se stessa, riprese subito a ricostruire non solo il tessuto sociale distrutto, ma anche la città: nel 1971 nacque da zero, su progetto dell'architetto Samonà, il comune di Vajont presso Maniago, e sopra il vecchio abitato originale di Erto venne costruito il paese attuale.

Quella del Vajont è a tutti gli effetti una tragedia umana perché causata dall’uomo. I colpevoli non devono essere individuati solo negli imputati al processo, ma in una scienza asservita agli interessi economici e politici, in una classe dirigente che, indifferentemente dal colore politico e dall’ideologia, aveva come unico scopo il profitto e il successo. 

La tragedia del Vajont è la storia dell’esclusione di intere popolazioni da scelte che mettevano in gioco la loro vita. Di persone che sono state lasciate al loro destino dallo Stato, mentre intanto c’era un grottesco scarica barile tra i vari “partecipanti all’impresa” pur di non addossarsi la colpa. La gente di Longarone ci ha insegnato una grande lezione quella di saper andare oltre: oltre la morte, il dolore, la tragedia per rinascere e continuare a vivere.