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"I malati di cancro? Vivono meglio e guariscono di più"

Il professor Cognetti: "Ogni anno su 300mila pazienti oncologici la metà sopravvive. Il federalismo? Decentrare il servizio sanitario può mandare in crisi le regioni più fragili". Poi aggiunge: ?Va incentivato lo screening pubblico perché più sicuro"

» Ricerca in Medicina Paola Alagia - 23/09/2008

"Per i malati oncologici, nel nostro Paese, l’offerta del servizio sanitario pubblico è ancora a macchia di leopardo. Ci sono regioni con strutture d’eccellenza e altre in cui i servizi offerti ai pazienti presentano grosse difficoltà' ". 

Secondo Il professore Francesco Cognetti, responsabile di Oncologia Medica al Regina Elena di Roma "proprio per aree di estrema fragilità, come il Lazio, il federalismo non potrebbe che peggiorare le criticità".

Professore, quanti italiani oggi si ammalano di cancro e quanti guariscono?
"Se prendiamo in considerazione i tumori invasivi (quelli che generano metastasi) possiamo dire che nei paesi sviluppati il 50 per cento dei pazienti può guarire. Ma questo è un dato cumulativo di tutte le neoplasie: accanto al cancro alla mammella, con percentuali di guarigione pari al 70-80 percento, infatti, ci sono ancora dei tumori come quello ai polmoni sconfitto solo nel 10-15 per cento dei casi. Comunque, mediamente, ogni anno in Italia a 300mila persone viene diagnosticato un cancro e di queste ne muoiono circa 150mila. Ciò significa che la metà sopravvive e riesce a guarire".

E guardando al prossimo futuro?
"Globalmente, entro il 2010, saranno quasi 2 milioni gli italiani che dovranno convivere con una diagnosi di cancro. I tempi di sopravvivenza si sono allungati e rispetto al passato la malattia si è cronicizzata. Ma questo comporta, da un lato, un problema di risorse da destinare al servizio sanitario nazionale per l’impiego di farmaci costosi e, dall’altro, il bisogno di un sempre migliore e più capillare accesso alle cure".

Proprio sul fronte dell’accesso alle cure, vale in Italia la distinzione tra strutture di serie A e strutture di serie B?
"Le strutture del nostro Paese, purtroppo, sono distribuite a pelle di leopardo. Ci sono regioni e strutture in cui si eccelle nei servizi pubblici, a cominciare dalle liste d’attesa, e altre in cui l’accesso alle cure è più difficile. Per non parlare di quelle che devono anche fare i conti anche con difficoltà finanziarie".

E’ un luogo comune tracciare una linea di demarcazione tra nord e sud della Penisola?
"In realtà, no. L’offerta di servizi in regioni come Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna è superiore a quella delle regioni meridionali e dello stesso Lazio che, in questo momento, vive un momento di grave difficoltà. Situazione che finisce inevitabilmente per pesare sulla comunità dei malati".

Come sottolineava prima, un ulteriore passo verso il decentramento attraverso il federalismo, non sarebbe una soluzione ai problemi di regioni già in difficoltà...
"Credo che senza mettere in atto meccanismi di protezione, in situazioni di fragilità, il decentramento non possa che peggiorarne le criticità: è difficile che regioni non virtuose possano diventare tali con meno risorse. È chiaro che il decentramento avvierebbe un meccanismo di competizione positiva, ma in un primo momento i suoi effetti, in determinate aree del territorio nazionale, sarebbero negativi".

Concentriamoci sul Lazio: a che punto è il progetto di creazione della Rete Oncologica Regionale, presentato lo scorso aprile?
"Siamo in ritardo: alla fase di ideazione non ha ancora fatto seguito quella della decisione politica. Noi siamo sempre fiduciosi, ma i segnali non sono confortanti. Ecco, proprio quel progetto, avanzato alla Regione da una commissione di esperti, rappresenta una proposta di riorganizzazione dell’offerta dei servizi per assicurare ai pazienti e alle loro famiglie un miglior accesso alle cure e all’assistenza. Un sistema di razionalizzazione che comporterebbe una riduzione delle spese".

In che senso?
"La rete  frammenta l’intera regione in dipartimenti oncologici suddivisi per aree, in base alla popolazione (su bacini di utenza mediamente di 500mila -1 milione di abitanti). Grazie a queste unità, in grado di integrare sia le attività ospedaliere che territoriali di assistenza al paziente oncologico e collegate ad una struttura centrale funzionante come un 'hub' (una sorta di centrale di smistamento sanitario), ogni territorio potrebbe contare su tutti i servizi necessari. In questo modo si creerebbe un percorso in grado di abbattere le spese della duplicazione di professionalità e attività all’interno della stessa struttura. Un 'operazione a costo zero': bisognerebbe investire, infatti, solo nei collegamenti telematici e nel personale specializzato".

Ritorniamo alle neoplasie. Quanto si investe in Italia per la prevenzione primaria?
"E' stato fatto molto. Basta pensare che una delle prime cause di cancro è legata al fumo di sigarette e all’effetto prodotto dalla legge Sirchia, almeno in termini di consapevolezza e conoscenza da parte della popolazione. Certo, occorre metter in campo strategie mirate a dissuadere dal fumo giovani e donne, che sono le categorie più a rischio ".

Esiste nel nostro Paese una cultura della prevenzione secondaria?
"Se guardiamo le statistiche, i livelli di adesione ai programmi di screening pubblici sono bassi. Ma noi siamo convinti che in molti optino per il cosiddetto screening opportunistico, cioè quello svolto nei laboratori sotto casa. Bisogna lavorare per instaurare nella popolazione la consapevolezza che lo screening pubblico è quello più sicuro e che dà maggiori risultati".

C'è, poi, un terzo livello di prevenzione che riguarda più strettamente i malati oncologici. Funzionano i programmi di monitoraggio delle terapie?
"Sono adeguati, anzi in alcuni casi il programma di follow up è eccessivo: anche qui bisognerebbe intervenire per razionalizzare i controlli e renderli più agili".